Nella Basilica di San Celso anche Venere è bugiarda

Una personale di Nina Carini presenta alcuni lavori pensati per entrare in dialogo con la spoglia architettura di questo antico edificio

«Mani come rami che toccano cielo» (2023), di Nina Carini, installazione realizzata in occasione della mostra «Aperçues». Cortesia dell’artista. Foto: Lorenzo Palmieri
Ada Masoero |  | Milano

È stato il saggio Aperçues di Georges-Didi Huberman (Les Édition de Minuit, 2018) a suggerire a Nina Carini il titolo per la personale, curata da Angela Madesani e Rischa Paterlini (catalogo Allemandi), che dal 7 marzo al 15 aprile si apre negli spazi severi della Basilica di San Celso a Milano. Con questo vocabolo, il filosofo e storico dell’arte francese allude a quelle immagini e a quelle figure intraviste, fuggitive, appena percepite e poi subito perdute, che talora si appalesano per lasciare dietro di sé domande ed emozioni.

Nina Carini (Palermo, 1984; finalista all’VIII Premio Fondazione VAF con l’opera «Confine», 2017, oggi nella collezione del Mart-Museo d’arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto) esibisce qui alcuni lavori pensati per entrare in dialogo con la spoglia architettura di questa piccola, singolare basilica fondata nell’VIII secolo ma mutilata nel XIX delle due prime campate.

Di essi, uno, formato da lunghe mani-rami che si alzano nell’abside, è stato realizzato durante la residenza dell’artista nella Fonderia Battaglia di Milano. Nel piccolo giardino trova posto un’installazione sonora con voci infantili, dedicata a entità (lingue, tribù, aree geografiche...) che stanno scomparendo, nominate con parole di lingue a noi incomprensibili, mentre nell’unica campata ci s’imbatte nella riedizione di «Venere bugiarda», la cui edizione originale si trova nella collezione Enzo Nembrini a Bergamo, e che, come quella, è formata da sfere di alabastro, materiale pesante ma traslucido che, proprio grazie alla luce, sembra perdere peso.

Su ognuna è incisa una lettera della locuzione «per sempre», solo apparentemente (perché fallace per sua natura) antitetica alla fuggevolezza di cui sono intrisi gli altri lavori. Insieme, figurano altre opere che, come queste, rinviano ai concetti, fondanti del lavoro di Carini, della vulnerabilità e della fragilità.

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