Nell’ufficio di Roberto Spada sotto la tenda di Ibrahim

La fotografia, l’arte africana e quella orientale, «certa maniacale ripetitività di alcuni artisti» tra le passioni del collezionista. «Ma in Italia l’arte contemporanea si regge soprattutto grazie ai privati. E per fortuna c’è la Biennale»

Un’opera di Ibrahim Mahama («JSira - Sos», 2015) allestita nello studio di Roberto Spada
Franco Fanelli |

«La mia collezione è nata in maniera assolutamente casuale, non costruita. Mi definisco infatti un collezionista istintivo, non metodico. Purtroppo ho un tetto di budget e non mi posso permettere tutto quello che mi piace, però ho sempre e solo comprato le opere che ho “incontrato” nelle varie fiere, nelle gallerie, tramite qualche scambio di immagini via mail».

Roberto Spada, tra i più noti e affermati commercialisti di Milano entrato nello Studio Spada Partners (allora Studio Spadacini) nel 1989, risponde così a chi gli chiede se tra le 250 opere che compongono la sua collezione d’arte contemporanea corra un filo conduttore di qualsiasi tipo. «In realtà non ricordo con precisione il momento in cui ho deciso che sarei diventato un collezionista d’arte, scrive sul suo cliccatissimo blog, una sorta di “diario di bordo” di un appassionato d’arte del presente. È successo in maniera fulminea, indirizzato da un forte istinto. Credo di aver realizzato solo parecchio tempo dopo il primo acquisto che si trattava di un’inclinazione latente che prima o poi sarebbe esplosa».

Lei parla del suo incontro con l’arte contemporanea come di un colpo di fulmine e di acquisti compiuti spesso per istinto.
Se vogliamo individuare una linea, il mio interesse si è presto spostato sulla fotografia, ma anche in questo non certo in base a una precisa determinazione.

È un certo tipo di gusto, allora, che ha guidato le sue scelte?
A me piace l’arte contemporanea «spinta». Per esempio, ho un’opera dell’artista irlandese Richard Mosse, che ha realizzato un lavoro sugli eccidi del Congo presentato alla Biennale di Venezia: ho questi teschi e questi cadaveri virati in rosso che a me piacciono moltissimo, mi evocano molte cose. Ho allestito queste immagini in sala da pranzo, quindi gli ospiti restano un po’ interdetti. Mi piace molto il tratto degli artisti mediorientali e orientali, a esclusione degli artisti cinesi. Tutto ciò che è Israele, Paesi arabi e India, ecco questo filone mi affascina.

Quali sono i nomi di maggiore spicco, almeno sotto il profilo della notorietà internazionale, all’interno della sua collezione?
Direi Ibrahim Mahama, Kiki Smith, Charles Avery, Shirin Neshat, Luigi Ontani, Billy Sullivan e altri ancora.

In quale misura, oltre a Ontani, l’arte italiana è presente nella sua collezione?
Ci sono artisti come Francesco Gennari e Maria Morganti di cui sono un grande sostenitore; e poi Emanuele Cantò, nato a Pescara nel 1997 e attivo a Milano, e Binta Diaw, di origine senegalese ma nata a Milano nel 1995, di cui ha comprato l’installazione «AFR», che sono gli artisti più giovani da poco entrati nella collezione. Senza dimenticare Davide Monaldi, di cui ho 365 piccole sculture di ceramica, in cui lui si è autorappresentato per tutto il 2014, dal primo gennaio al 31 dicembre.

Mi parlava della sua passione per il lavoro di Maria Morganti...
Ho acquistato una sua opera colossale, «Acqua/Melma», costituita da 280 fotografie delle fondamenta di Venezia che si trovano di fronte al suo studio. Lei ha fotografato nel 2013, tutti i giorni in cui è andata in studio, lo stesso tratto di fondamenta. Ora queste immagini sono allestite nel corridoio del mio ufficio. Mi piace, di Maria, il suo pensiero, il suo concetto, la sua ripetitività anche maniacale. Mi piace conoscere gli artisti, parlare con loro, sentire le loro storie. A volte mi innamoro della testa di questi artisti.

Dicono che lei sia arrivato a Gian Maria Tosatti prima di tanti altri...
Sì, fu Lia Rumma a consigliarmelo, sicura che avrebbe avuto un futuro e i fatti lo stanno dimostrando, visto che sarà al Padiglione Italia alla prossima Biennale ed è stato nominato direttore della Quadriennale di Roma. Ho comprato un suo lavoro sull’immigrazione. Mi è capitata la stessa cosa con Ibrahim Mahama, di cui comprai un’opera l’anno prima della Biennale di Venezia, quando lui espose le sue opere in juta lungo i passaggi dell’Arsenale.

Dove lo scoprì?
Visitando A Palazzo Gallery di Chiara Rusconi, che ha spesso artisti africani. Mi fece vedere un’opera che a me piacque molto, anche se di dimensioni monumentali, cinque metri per quattro... Per questo per qualche anno ho dovuto tenerla in solaio. Alla fine le ho trovato una collocazione nel mio ufficio, dove occupa un’intera parete e il soffitto, il che ha scandalizzato molto i miei soci, che erano preoccupati per le reazioni dei clienti di fronte a quei sacchi di juta lacerati.

E lei che cos’ha risposto?
Che quella era la nostra tenda di Abramo, che quella juta africana, densa di storia, ci avrebbe protetti.

Perché, a suo avviso, l’arte contemporanea è così cresciuta negli ultimi anni? Non parlo solo di mercato, ma anche in termini di popolarità.
Sicuramente è diventata un po’ una moda. Lei sa benissimo che ci sono persone che acquistano arte contemporanea solo perché «bisogna» averla in casa e ragionano con un metro orientato più verso la finanza che verso la passione. Parlando solo di prezzi e di tendenze, di come andrà. È proprio l’antitesi della mia passione per l’arte. Molto dipende anche dai media e da alcuni artisti, come Jeff Koons ad esempio, che hanno spettacolarizzato l’arte. Non so darle la spiegazione oggettiva di questo fenomeno... Occuparsi d’arte contemporanea, collezionarla, è diventata una cosa «figa», pop. Ma a farlo con passione sono pochi.

A proposito di altri tempi e di passioni, lei si è avvicinato all’arte a contatto con l’avvocato Iannaccone ma anche con Claudia Gian Ferrari...
Ero molto affascinato da Giuseppe, che ha iniziato molto prima di me. Lui colleziona anche arte del Novecento, che mi piace però non è nelle mie corde. E, sebbene possa dichiarare che se un giorno dal suo ufficio dovesse sparire il Matthew Barney il colpevole sarò io (mi piace da pazzi!), anche sull’arte contemporanea abbiamo dei gusti leggermente diversi. Al di là di queste differenze, mi hanno sempre molto colpito sia le opere che acquistava sia il modo con cui le «raccontava». La sua passione era tangibile. Poi abbiamo avuto la fortuna di essere molto amici di Claudia Gian Ferrari e di vedere con quale passione, rigore, allegria, ferocia, intransigenza lei vivesse la passione per l’arte. Quando le telefonavi, al «pronto...» rispondeva «Viva l’arte!». Con Giuseppe abbiamo fatto dei bellissimi viaggi anche alla ricerca di artisti giovani. Siamo stati in Iran, in India, in Israele. E quante mostre, quante fiere ho visitato con lui! Quanti studi di artisti... Adesso abbiamo in programma un viaggio in Libano. Claudia è stata determinante perché grazie a lei ho affinato il mio gusto, il modo con cui si osserva un’opera. Sì, ho avuto un grande maestro e una grande maestra.

Ma ci sono ancora galleristi così?
Il fascino, la cultura infinita di Claudia Gian Ferrari li ritrovo in Lia Rumma. Sono aspetti che però non trovo nei galleristi un po’ più giovani.

È cambiato il modo di svolgere il mestiere di gallerista?
Forse è così. Io frequento volentieri Raffaella Cortese, Chiara Rusconi di A Palazzo, Francesca Guerrizio di Otto Zoo. Ma ci sono altri galleristi da cui non andrei mai.

Crede che siano cambiate le regole del gioco?
Probabilmente sì. Claudia Gian Ferrari non scendeva mai a compromessi se c’erano di mezzo il rigore, le scelte, un certo modo di «non sporcare» le cose. Oggi è un tipo di comportamento molto più raro.

Lei in che rapporti è con gli Nft?
Non sono nelle mie corde. Forse non sono ancora pronto. Poi se qualcuno mi farà innamorare anche di questo... Però io sono più fisico: devo avvolgermi nei sacchi di juta di Ibrahim Mahama, ecco.

Massimo Minini dice che «nulla sarà più come prima, ma speriamo che tutto torni come prima». Che tipo di mercato si aspetta, ora che ci sono i primi segni di risveglio?
Alcuni galleristi mi hanno detto di aver lavorato moltissimo anche durante la pandemia perché hanno venduto tramite internet, con meno fatica e meno spese per le fiere. Sono soprattutto i galleristi medio-piccoli ad avvertire il peso delle fiere perché hanno dei costi esorbitanti, non solo di affitto, ma di viaggio, di mantenimento, di personale. Per cui molti si stanno chiedendo se ne valga ancora la pena visti i risultati ottenuti online. Anche la mia generazione (io sono del ’63) si sta abituando al digitale. Ecco, forse cambierà un po’ il rapporto con le fiere.

Che cosa si aspetterebbe che lo Stato italiano facesse a favore dei collezionisti di arte contemporanea?
Tra le altre cose, vorrei che eliminasse il diritto di seguito, così come la notifica sull’arte contemporanea perché distrugge il mercato. Ma soprattutto vorrei che favorisse fiscalmente i collezionisti che intendono donare le proprie collezioni o darle in comodato a musei o istituzioni. Io so, anche per la professione che svolgo, di persone che hanno tentato di donare collezioni e di renderle fruibili al pubblico e hanno incontrato ostacoli insormontabili. Non è un caso se in Italia non si sia mai riusciti a fare sistema sull’arte contemporanea, a costituire un grande museo. Se fossi il ministro della Cultura, lo farei al Castello di Rivoli. Investirei tutti i soldi in uno dei luoghi più affascinanti d’Italia. Il fatto è che noi dobbiamo dire grazie ai privati, alla Fondazione Prada, alla Pirelli HangarBicocca: le uniche due realtà d’eccellenza, per quanto riguarda il contemporaneo, nel nostro Paese.

Il MaXXI però sta profondendo grandi sforzi, anche in chiave multidisciplinare e di decentramento, pensi all’Aquila...
Senza entrare in polemica con il MaXXI, non lo considero faro dell’arte contemporanea, il museo in cui tutti dovrebbero andare a fare la fila per entrare. Provi a paragonare il MaXXI alla Tate Modern di Londra. Non c’è, probabilmente, né una competenza a livello politico, né una passione, forse perché l’Italia ha un patrimonio antico importante e vasto. Però non c’è un sistema dell’arte contemporanea che sia all’altezza del Paese e neanche dei collezionisti italiani. Per esempio, le confesso che a me tutte le polemiche sul ponte, volante o no, per il Museo del Novecento a Milano fanno ridere: che cosa c’è di male nel fare un ponte per raddoppiare il museo? Stiamo parlando di un ponte di vetro tra i due edifici... Eppure sono anni che ne discutono. Non c’è una programmazione, non c’è una visione. Milano non è riuscita a fare un museo di arte contemporanea. Uno dei grattacieli sorti recentemente poteva essere dedicato all’arte d’oggi.

Quindi in concreto che cosa dovrebbe fare lo Stato italiano?
Dovremmo avere da qualche parte un illuminato signore appassionato di arte contemporanea che faccia un sistema capace di avere una ricaduta. D’altronde quanta gente va a fare del turismo d’arte all’estero? Pensi che io ho visto degli studi, relativi al periodo precedente alla pandemia, sull’impatto della Fondazione Prada: è stata oggetto di visite da gente da Berlino, Amburgo, Amsterdam ecc. che partivano per fare un weekend a Milano anche perché c’era la Fondazione Prada da visitare. Come per il Guggenheim a Bilbao: non è che uno fa due passi a Bilbao perché la città sia particolarmente bella. Quindi ci sarebbe anche una grande ricaduta. Grazie a Dio abbiamo la Biennale di Venezia, che è l’unica cosa da difendere a ogni costo: perché se ci togliessero anche quella...

© Riproduzione riservata Roberto Spada In una veduta dello Studio Spada Partners, «365», di Davide Monaldi In una veduta dello Studio Spada Partners, «Acqua/Melma», di Maria Morganti
Altri articoli di Franco Fanelli