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Musei

Nel cuore di Cinecittà il Miac

Apre il Museo italiano dell’audiovisivo e del cinema, costato 2,5 milioni di euro

La Sala Maestri del nuovo Miac di Roma. © Cristina Vatielli None Collective

Roma. La capitale da oggi ha un museo in più, il Miac, Museo italiano dell’audiovisivo e del cinema, voluto e finanziato dal Ministero per i Beni e le Attività culturali e il Turismo, e promosso, a partire dal 2015, da Dario Franceschini. Ospitato all’interno degli Studi di Cinecittà, il museo racconta la nascita e la storia ancora in divenire del cinema, della televisione e delle nuove tecnologie digitali, un viaggio attraverso la crescita tecnologica del nostro Paese, dai primi passi della tv in bianco e nero sino alla realtà virtuale e aumentata.

Il Miac, costato 2,5 milioni di euro, è realizzato da Istituto Luce-Cinecittà, in partnership con Rai Teche e Centro Sperimentale di Cinematografia, in collaborazione con Cineteca di Bologna, Archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico, Museo Nazionale del Cinema di Torino, Fondazione Cineteca Italiana, Cineteca del Friuli, Mediaset e con il patrocinio di Siae.

All’interno dell’edificio un tempo sede del laboratorio di sviluppo e stampa di Cinecittà, riprogettato dall’architetto Francesco Karrer, su un’area di 1.650 mq, si sviluppa un percorso strutturato secondo tre modalità sempre più presenti nel mondo dell’allestimento espositivo: multimediale, interattiva e immersiva. Centinaia di film, filmati d’archivio dai fondi dell’Istituto Luce e delle Teche Rai, documenti, fotografie, interviste, sigle, backstage, si compongono in installazioni interattive, articolate in dodici ambienti principali, non ordinati cronologicamente ma per aree tematiche.

Ogni sala esplora un tema (come la musica, la lingua, la commedia), attraverso materiali visivi e sonori accompagnati da un’installazione immersiva e da apparati testuali. Tra i dodici ambienti, le sale «Maestri», «Emozione del cinema», «Potere», «Paesaggio. Eros. Commedia. Cibo». Curatori del Miac sono Gianni Canova, Gabriele D’Autilia, Enrico Menduni e Roland Sejko, mentre l’allestimento è ideato, progettato e curato da None collective.

Arianna Antoniutti, da Il Giornale dell'Arte numero 403, dicembre 2019


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