Nel «collasso disciplinare» si salvano i fotografi-fotografi

Una veduta dei dipinti e collage su fotografia a colori di Huma Bhabha allestiti alle Corderie dell'Arsenale.
Walter Guadagnini |

Non è che sia colpa di Okwui Enwezor, che da sempre ha sostenuto e confortato teoricamente queste posizioni, ma davvero ormai non è più questione di caduta di barriere disciplinari, bensì di vero e proprio collasso disciplinare e strumentale. La presenza della fotografia all’interno della Biennale di Venezia è a questo proposito esemplare: ci sono tonnellate di fotografie, ma della maggior parte di esse non si conosce l’autore, sono fotografie trovate, inserite in un nuovo contesto e riutilizzate come materiale grezzo (con prevalente effetto nostalgico, che funziona quasi sempre). Niente di nuovo sotto il sole (il curatore è stato tra i primi, ormai un decennio fa, a sottolineare l’importanza dell’archivio nella nostra società e nell’arte), ma la quantità fa impressione; così come fa impressione vedere fotografe che dipingono (Lorna Simpson), scultrici che fotografano (Huma Bhabha), fotografi di matrice
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(l'articolo integrale è disponibile nell'edizione su carta)

© Riproduzione riservata La sala del Padiglione Centrale ai Giardini che ospita le fotografie di Walker Evans (alle pareti) e le sculture di Isa Genzken «Sebastiano» (2011) di Paolo Gioli, esposto nel Padiglione Italia. Foto Alessandra Chemollo. Courtesy la Biennale di Venezia Un particolare della sala con le opere di Jeremy Deller nel Padiglione Centrale.
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