Nazgol Ansarinia: con pala e piccone parlo delle contraddizioni del mio Iran

L’artista di Teheran presenta oggi al Volvo Studio Milano due opere video che riflettono sulla brutale trasformazione urbana, e sociale, del Paese

Still dal video «Fragment 2, Demolishing buildings, buying waste» (2017) di Nazgol Ansarinia. Cortesia dell’artista e della Galleria Raffaella Cortese
Francesca Interlenghi |  | Milano

L’ultimo appuntamento della rassegna «Visioni diacroniche. Mondi in dialogo tra ecosistemi naturali e arte contemporanea», curata da Francesca Colombo, direttore generale culturale di BAM - Biblioteca degli Alberi Milano, e Ilaria Bonacossa, direttrice del Museo Nazionale d’Arte Digitale, ha per protagonista l’artista iraniana Nazgol Ansarinia (Teheran,1979), che il 22 novembre, alle ore 19,  presenta presso Volvo Studio Milano le sue opere video «Fragment 1 and Fragment 2. Demolishing buildings, buying waste» (2017).

Nato da un’idea di Volvo Car, il ciclo di incontri aperti al pubblico in cui artisti internazionali sono  invitati a condividere la propria visione sulla trasformazione ambientale e urbana, ospita in questa occasione un’autrice il cui lavoro include disegni, video, sculture e installazioni, che riflettono e indagano le tensioni e le contraddizioni all’interno della società iraniana, prestando particolare attenzione all’analisi dei diversi livelli in cui si manifestano la vita quotidiana e le metamorfosi urbane.

Dopo essersi formata a Londra e San Francisco, quando Ansarinia ritorna nel suo Paese decide di sviluppare la sua ricerca prendendo in esame oggetti di uso comune ed esperienze tratte dalla quotidianità, per metterli in relazione con il contesto socio-economico. Con sguardo critico indaga la riorganizzazione infrastrutturale subita della città di Teheran, rivelando come le continue distruzioni e ricostruzioni siano metafora dei mutamenti della società e mostrando al contempo il profilo complesso e contraddittorio della realtà iraniana contemporanea.

La rapida urbanizzazione e le conseguenze sulla vita quotidiana degli individui sono i temi centrali intorno ai quali si sviluppano le due opere video esposte, che danno avvio a questo «Performative Talk». Le immagini mostrano in dettaglio la demolizione di un edificio, attuata con pala e piccone e durata per 16 giorni. Piastrelle frantumate, mattoni, blocchi e resti di cemento diventano pretesto per indagare i temi del cambiamento, l’annientamento e la rigenerazione.

L’artista pone l’accento sulla brutale realtà della trasformazione urbana, spesso guidata da interessi economici piuttosto che da considerazioni di carattere sociale o storico. In quest’ottica, l’abbattimento degli immobili diventa un simbolo potente di come le forze capitaliste possano modellare e influenzare il tessuto delle nostre città e con esso le nostre stesse vite.

L’avvento di una nuova classe sociale appartenente alla borghesia medio-alta sta stravolgendo l’assetto della capitale dell’Iran, evidenziando il profondo divario tra i redditi dei cittadini. Architettura e design diventano quindi strumenti di lettura e analisi dei mutamenti in corso e traducono in maniera poetica un sentimento di nostalgia. Eliminare una costruzione non significa solamente cancellarne lo statuto fisico, ma vuol dire anche mettere fine a un’epoca, a una comunità, a un modo di vivere.

La telecamera indugia sui lacerti di un’esistenza domestica, come lo spazio piastrellato di una cucina, per mettere in relazione la sfera intima con le tumultuose variazioni che si registrano al di fuori di essa. E così tracce di soffitto, di mattonelle, di tubature, a un livello più profondo di lettura diventano residui solidi di qualcosa che non c’è più, che si è perso, spazzato via dal ritmo sempre più accelerato della cultura postmoderna.

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