Museo Schifanoia 2.0, tra memoria ed emozione

Il nuovo allestimento va oltre il Salone dei Mesi e il palazzo di Borso d’Este

Il Salone dei Mesi di Palazzo Schifanoia
Giovanni Sassu |  | Ferrara

Nel maggio del 2012 il Museo Schifanoia chiudeva i battenti a causa del terremoto che colpì duramente l’Emilia. Ora, a quasi dieci anni da quell’evento, il 15 maggio 2021 ha aperto al pubblico l’ala quattrocentesca dell’importante istituzione museale del Comune di Ferrara. Non si tratta di una semplice riapertura, ma di un vero e proprio nuovo inizio: nuovo il percorso espositivo, nuovi l’allestimento e le luci, nuovi gli ausili alla visita, nuova la concezione museografica.

Dopo i necessari restauri architettonici che hanno reso il palazzo più sicuro e ampliato le possibilità espositive, l’innovativo allestimento cerca di dare forma a una necessità primaria: quella di far dialogare un palazzo così «impegnativo» dal punto di vista storico con le ricche e variegate collezioni civiche, un ambiente connotato e riconoscibile con le moderne necessità espositive.

Non più solo il «palazzo di Borso d’Este» o il «Salone dei Mesi», quindi: da oggi Schifanoia è un Museo moderno basato sulla relazione dialettica tra il contenitore e il contenuto, sull’intreccio tra la storia del palazzo e gli oggetti che custodisce sin dal 1898. Abbandonata la visione del passato, incentrata sui singoli nuclei collezionistici, il Museo Schifanoia propone ora una pluralità di dialoghi tra personaggi, oggetti d’arte e tecniche. Non più solo un archivio della memoria, ma anche un’entità viva, capace di raccontare una o più storie e di offrire un’esperienza di visita appagante e stimolante per chi vorrà attraversare i suoi 850 metri quadrati, le 11 sale e ammirare le circa 170 opere esposte.

Al Salone dei Mesi, il capolavoro del Rinascimento estense inaugurato nel 2020 con una nuova e magica illuminazione, si sommano ora le altre 10 sale del palazzo quattrocentesco, alcune delle quali mai viste: un viaggio nel tempo che spazia dall’età di Borso e di Ercole I, transita per i fasti cinquecenteschi di Alfonso I, per poi percorrere l’autunno del Rinascimento e, attraversando la Devoluzione allo Stato Pontificio, mutare di stato ed evolversi nella Ferrara barocca della grande pittura sacra e in quella classicista, civica e illuminista del cardinale Riminaldi, nume tutelare del Museo Civico.

Una storia corale che ha per protagoniste le straordinarie medaglie di Pisanello, le sontuose miniature di Guglielmo Giraldi, le sorprendenti sculture di Niccolò Baroncelli, Domenico di Paris e Sperandio Savelli, fino alle veementi tele di Carlo Bononi e Scarsellino o quelle liriche di Caletti, per concludersi fra i marmi e i bronzi antichi e moderni importati da Roma nel Settecento e il colossale busto di Leopoldo Cicognara scolpito da Antonio Canova.

Una selezione di opere che mira anche a far conoscere una Ferrara meno nota al grande pubblico, quella sei e settecentesca, ingiustamente considerata inferiore all’età dei fasti estensi. Questo percorso di rinascita, che restituisce al panorama museale uno dei musei civici più ricchi ed eterogenei d’Italia, si completerà a settembre con l’apertura dell’ala tardo trecentesca e con altri capolavori in dialogo con gli spazi che furono teatro della vita di Alberto e di Leonello d’Este.

Il progetto museografico è stato curato dai Musei di Arte Antica (Giovanni Sassu con Maria Teresa Gulinelli ed Elisabetta Lopresti), il progetto di allestimento da Qb Atelier (Filippo Govoni e Federico Orsini), con la collaborazione della Fondazione Ferrara Arte per i metodi e le tecniche espositive, l’illuminotecnica e gli apparati didascalici. La realizzazione è stata coordinata dal Servizio Beni Monumentali e ha beneficiato anche di un contributo della Regione Emilia-Romagna nell’ambito della Legge Regionale 18/2000.

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