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Musei

Museo del Novecento: riallestito e con più opere

Accoglie 122 opere di 56 artisti in un percorso che ora arriva fino agli anni Ottanta

L’esposizione di Marino Marini nel nuovo allestimento curato da Italo Rota

Milano. Quando il Museo del Novecento fu inaugurato nel 2010 il suo percorso, ricchissimo per la prima metà del secolo (con le eccellenze di Futurismo e Novecento Italiano), si concludeva con l’Arte Povera. Ora, grazie al riallestimento elaborato dalla direzione e dal comitato scientifico, il percorso si è arricchito di 122 opere di 56 artisti, giungendo a includere gli anni ’80 del ’900, e ha emendato la pecca del Museo Marino Marini, frutto della donazione del grande scultore e della moglie Marina, prima allestito alla fine del percorso, in una collocazione storicamente incongrua e poco felice, che sfuggiva ai visitatori.

Lo spostamento delle sculture di Marino negli spazi che precedono la scala mobile, che conduce all’iconica Sala Fontana, non solo ha restituito alla collezione la giusta cronologia ma le ha donato una visibilità che rende giustizia al grande scultore, toscano di nascita ma per lungo tempo attivo a Milano, cui era molto legato. Le grandi finestre aperte sulla Piazzetta Reale, nel nuovo allestimento curato da Italo Rota (che aveva trasformato il Palazzo dell’Arengario, eretto negli anni ’30, in sede museale) mettono le sculture di Marino a contatto con la città e valorizzano i tesori che donò a Milano.

Gli spazi liberati dalle sue sculture si sono così aggiunti alla fine del percorso museale, ripensato sin dall’arte ottico-cinetica e arricchito dal Pop, dal Realismo Esistenziale, dalla pittura analitica e concettuale. Ceroli, Mambor, Schifano dialogano ora con Warhol, Rauschenberg, Richard Hamilton, Paolini con Sol LeWitt, Griffa con Buren: nel frattempo, nel museo diretto da Anna Maria Montaldo sono infatti giunti importanti lasciti e comodati, che hanno permesso di allargare lo sguardo all’arte internazionale (con la collezione Bianca e Mario Bertolini, donata nel 2015) e di aprire alla fotografia sperimentale degli anni ’60 e ’70 (Baldessari, Broodthaers, Dibbets, Kosuth, Agnetti, Di Bello, Penone, La Pietra, Zaza), mentre le sale finali, ridisegnate, dopo Fabro presentano il medium dell’installazione, fino al ritorno alla soggettività e alla narrazione con Nunzio, Gastini, Icaro, Paladino, Spagnulo.

Ada Masoero, da Il Giornale dell'Arte numero 396, aprile 2019


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