Morte precoce del pisano d’Egitto

Nell'emiciclo in memoria di Mariette di fronte al Museo del Cairo c'è un busto in bronzo sulla cui base è inciso il nome di Ippolito Rosellini (1800-43), padre dell'Egittologia italiana

Il busto di Ippolito Rosellini
Marco Riccòmini |

L’assassino torna sempre sul luogo del delitto. Anche noi, le mani ancora «lorde d’inchiostro», ritorniamo all’emiciclo in memoria di François Auguste Ferdinand Mariette, eretto a fianco del Museo Egizio a Il Cairo. Perché poco più in là del busto in marmo di Luigi Vassalli ce n’è uno in bronzo sulla cui base è inciso il nome di Ippolito Rosellini (1800-43).

Mantello «contabulato» e strichetto al collo, fronte alta, ampi favoriti e sguardo diretto lontano a sfidare l’ignoto e il pericolo (punta dritto verso piazza Tahrir), raffigura quel pisano considerato il padre dell’Egittologia italiana. Docente di Filologia, Lettere e Archeologia orientali all’Università di Pisa, dove insegnava anche l’arabo e l’ebraico, guidò la campagna di scavi nel Medio e Alto Egitto e Nubia, promossa dal granduca Leopoldo II di Toscana ad Antinoe (Antinopolis) ed El Hibeh (1828-29).

All’ombra delle piramidi, oltre a beccarsi una forma di incurabile malaria che lo portò a prematura morte (c’è chi parlò della «maledizione di Tutankhamon», sebbene a quella data il sovrano egizio non fosse ancora stato disturbato dal suo sonno eterno), strinse anche amicizia con Jean-François Champollion, ossia il fortunato scopritore della Stele di Rosetta, passato alla storia come il decifratore dei geroglifici.

La sorte volle che, scomparso improvvisamente il francese prima di aver dato alle stampe le sue scoperte (si trattava stavolta di un banale ictus), l’onere e (soprattutto) l’onore di pubblicarle ricadesse proprio sul Rosellini che, tra il 1832 e l’anno della sua morte, fece uscire a Pisa i nove volumi de I monumenti dell’Egitto e della Nubia, ancor oggi testo fondamentale per ogni egittologo.

Al pari di Vassalli, non poteva, quindi, esser dimenticato dal monumento che raccoglie i busti dei più celebri egittologi del mondo intero e il Museo Egizio del Cairo volle una replica del ritratto in gesso che, ancor oggi, decora il Museo Archeologico di Firenze. La scelta dello scultore ricadde assai ponderatamente su quell’Attilio Formilli (1866-1933) che, formatosi presso l’Accademia d’Arte di Firenze, era però nato ad Alessandria d’Egitto, ideale anello di congiunzione tra l’Africa e il Granducato di Toscana.

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