Monte Albán in Messico

È considerato uno dei primi siti urbani della regione mesoamericana, e si stima che arrivasse a contare, al momento del suo apogeo nel III secolo d.C., quasi 50mila abitanti

Scultura zapoteca di Monte Albán che rappresenta il dio pipistrello, fatta con 25 pezzi di giada L’edificio centrale del sito di Monte Albán Una delle grandi scalinate di Monte Albán
Francesco Bandarin |  | Monte Albán

Il sito archeologico di Monte Albán, situato vicino alla città di Oaxaca nell’omonimo Stato della Federazione messicana, è la testimonianza di una delle più importanti tra le molte civiltà che emersero, nel corso dei millenni, nella parte centrale del continente americano. Gli Zapotechi, che occuparono il sito dal 500 a.C. fino a circa il 900 d.C., giunsero nel corso dei secoli a dominare un vasto territorio, corrispondente all’attuale stato di Oaxaca, imponendosi sulle altre etnie che abitavano la regione, quali i Mixteca, i Mazateca e i Cuicateca.

Il sito di Monte Albán (il nome è quello datogli dai Conquistadores spagnoli e non si conosce il nome originario) è considerato uno dei primi siti urbani della regione mesoamericana, e si stima che arrivasse a contare, al momento del suo apogeo nel III secolo d.C., quasi 50mila abitanti. La capitale del regno zapoteco mantenne per secoli un ruolo preminente nella regione di Oaxaca ed ebbe rapporti politici e commerciali con gli altri grandi centri urbani del Messico antico, e in particolare con la grande città di Teotihuacán a nord dell’attuale Città del Messico, la cui cultura influenzò in modo determinante quella di Monte Albán.

Nel periodo cosiddetto del tardo classico (500-750 d.C.), la città perse gradualmente la sua preminenza e venne infine abbandonata attorno al 900 d.C., con l’emergere di altri centri minori indipendenti nella regione. Principale artefice del declino fu il vicino popolo Mixteca, che invase la città e la trasformò in una zona fortificata. Attorno al 1400, i Mixteca iniziarono a usare il sito come zona sepolcrale per i loro capi.

A questa pratica si deve il fortunato ritrovamento nel 1932, nella Tomba 7, del cosiddetto «Tesoro di Monte Albán», una favolosa collezione di oltre 500 oggetti preziosi che si trova oggi nel Museo di Oaxaca. In seguito, gli Aztechi, che dominarono, sebbene per un breve periodo, la maggior parte del Messico, estesero il loro controllo anche a questa zona, costruendo una base militare nel vicino sito di Huaxyacac, che nella lingua locale (il náhuatl) significa «il luogo del guaje» (un albero di acacia della zona).

Con l’arrivo degli spagnoli all’inizio del XV secolo, la quasi immediata distruzione dell’Impero azteco e la conquista dell’intero Messico, tutti i centri della regione vennero assoggettati al nuovo potere. La fondazione della vicina città di Oaxaca fu iniziata dal Francisco de Orozco, uno dei capitani che seguirono Hernán Cortés in Messico, che conquistò la fortezza azteca di Huaxyácac nel 1521.

Nel 1528 la nuova città venne istituita ufficialmente con il nome di Villa de la Nueva Antequera, nome che rimase fino al 1821, quando, dopo l’indipendenza del Messico dalla Spagna, fu rinominata Oaxaca, in omaggio al toponimo originario del sito. Monte Albán si trova sulla sommità di un altopiano che domina l’intera Valle di Oaxaca, in una posizione facilmente difendibile.

Gli importanti scavi archeologici iniziati nel XIX secolo, e poi estesi a partire dal 1932 a opera del grande archeologo messicano Alfonso Caso, hanno permesso di riportare alla luce importanti strutture monumentali, che testimoniano dell’alto livello artistico e architettonico raggiunto dalla civiltà zapoteca. Il sito è costituito da una grande spianata, letteralmente scavata a mano nella roccia nel corso di oltre 1.500 anni, circondata da oltre 2mila terrazzamenti e spianate minori, che nell’insieme definiscono la topografia sacra dove sono realizzate le grandi piramidi.

La Piazza principale, che misura 300x150 metri, era in grado di ospitare l’intera popolazione della città per le grandi cerimonie. A nord e a sud della piazza si trovano delle scalinate monumentali, mentre i lati est e ovest sono delimitati da una serie di piattaforme, dove si trovavano i templi e le residenze nobiliari. La zona sacra di Monte Albán era certamente destinata alle classi nobiliari, come mostrano bene le strutture difensive dell’area, costituite da imponenti mura alte fino a nove metri, e la stessa relazione di prossimità tra le residenze dei nobili e le strutture cerimoniali.

I templi erano costruiti sull’asse est-ovest, e avevano due piani con un portico collegato a santuari minori. Attorno alla grande piazza sono disposte molte piramidi, ciascuna delle quali sosteneva un tempio o un edificio, e altre strutture come la corte per il gioco rituale della palla. Al centro della piazza c’è un edificio con la insolita forma di freccia, nel quale sono state ritrovate oltre 40 lastre di pietra con iscrizioni che Alfonso Caso interpretava come liste di luoghi conquistati o controllati dagli Zapotechi.

La caratteristica più importante di Monte Albán è la presenza di molti monumenti di pietra con figure umane scolpite. L’esempio più conosciuto è quello dei «Danzatori», sculture che nel XIX secolo erano state interpretate come tali, ma che oggi sono invece riconosciute come vittime sacrificali, probabilmente prigionieri, che si contorcono negli spasmi del dolore e della tortura. Monte Albán riceve oggi un grande numero di visitatori e ha bisogno di una efficace struttura di gestione.

Durante una missione di direzione durata 13 anni, l’archeologa messicana di origine mixteca Nelly Robles García riuscì a organizzare un modello di gestione che le valse il riconoscimento della comunità scientifica e anche della popolazione dello Stato di Oaxaca. Il suo Piano di gestione, che ha ricevuto numerosi premi, da Icomos Mexico fino al programma Fulbright, è considerato un modello per i siti archeologici messicani. Il coinvolgimento diretto della popolazione, attraverso il programma di «osservatori» (vigías) che affida ai giovani un ruolo diretto nella conservazione del sito, è stato imitato in diversi siti in tutto il mondo.

L’autore è stato direttore del Centro del Patrimonio Mondiale e vicedirettore generale per la Cultura dell’Unesco dal 2000 al 2018

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