Monica Bonvicini e il piacere dell’antagonismo

In un’intervista in occasione della sua terza personale da Raffaella Cortese, l’artista racconta il suo rapporto con l’arte, il femminismo e l’identità

Una veduta della mostra di Monica Bonvicini «Pleasant» (2022), Galleria Raffaella Cortese, Milano Una veduta della mostra di Monica Bonvicini «Pleasant» (2022), Galleria Raffaella Cortese, Milano Una veduta della mostra di Monica Bonvicini «Pleasant» (2022), Galleria Raffaella Cortese, Milano
Francesca Interlenghi |  | Milano

Si intitola «Pleasant» la terza personale che la Galleria Raffaella Cortese di Milano dedica a Monica Bonvicini (Venezia, 1965), artista eclettica che attraverso l’impiego di media diversi, dalle installazioni scultoree fino al disegno, alla fotografia e le installazioni video, indaga i temi inerenti l’architettura, le differenze di genere, la sessualità, lo spazio, il potere e le loro connessioni. La sua è una pratica multiforme eppure rigorosa, a tratti sarcastica, densa di riferimenti storici e socio-politici. Il suo lavoro è caratterizzato da una forza analitica votata a mettere in discussione il significato del fare arte, l’ambiguità del linguaggio, i limiti e le possibilità legati all’ideale di libertà. Bonvicini, che dagli esordi negli anni Novanta si è affermata nel panorama internazionale dell’arte contemporanea, in occasione di questa mostra presenta nuovi lavori: si tratta di specchi dipinti con frasi e citazioni di donne scrittrici, tra le quali Amelia Rosselli, Lydia Davis, Diana Williams e Natalie Diaz. Opere che, insieme a una serie di sculture, concorrono a una narrazione inedita che si sviluppa nei tre spazi della galleria.

Vorrei partire proprio dagli oggetti-specchio che provocano un effetto disorientante nel visitatore, costringendolo all’incontro con l’immagine frammentata e frastagliata di sé che emerge dalle superfici riflettenti. Aprono così un’interrogazione sul complesso tema dellidentità, multipla e concepita come insieme di elementi diversi, e sulla natura dinamica del nostro farsi. Che ruolo riveste la questione dell’identità nell’ambito della sua ricerca?
Penso che l’identità sia una questione di potere in fin dei conti. Tutti riconosciamo identità passate, presenti e future, in potenza e in divenire. È attraverso una riflessione sul potere che nella mia ricerca esploro questo concetto. Un potere negato, soprattutto in una lettura femminista della sua riappropriazione, una continua faticosa conquista. Lo specchio ci parla istantaneamente, attraverso le voci di diverse scrittrici che mi hanno accompagnato in questi anni di pratica artistica. Alle volte sono frammenti di loro citazioni, altre miei pensieri uniti ai loro: quante volte ho immaginato di poter collaborare con Virginia Woolf, Amelia Rosselli o Lydia Davis. In qualche modo gli specchi ci permettono questo dialogo schietto e in continua evoluzione, in cui ognuno si riflette, ma la domanda che spesso mi pongo è in quanti ci si rispecchino.
Una veduta della mostra di Monica Bonvicini «Pleasant» (2022), Galleria Raffaella Cortese, Milano
Connesso all’identità e ai suoi condizionamenti è anche il tema dellarchitettura, centrale nella sua indagine. Oltre alla larga scala, si rivolge anche alle questioni più domestiche e intime dello spazio individuale, con le problematiche annesse: isolamento, dinamiche di esclusione, delusioni e risentimenti. Lo spazio privato è, nella trattazione che lei ne fa, un luogo pieno di insidie e pericoli, un falso nido di felicità, come emerge anche dalla serie di sculture esposte nello spazio principale della galleria, in via Stradella 7. Mi può parlare della genesi e del significato di questi lavori?
In Via Stradella 7 è tutto in penombra, in netto contrasto con gli altri spazi della galleria. La selezione di lavori riflette su come spesso per le scrittrici o scrittori il posto di lavoro è insieme spazio domestico. In fondo l’idea dello «studiolo» o della «room on my own» non è così vecchia e l’interior design ha una grande influenza su come si lavora. Per le sculture che riprendono l’idea del tavolo, in particolare della scrivania, mi sono ispirata alla stanza di Virginia Woolf, che scriveva su un piccolo e semplice tavolino di legno. Ho voluto creare una situazione assurdamente domestica, con pesanti ricami sui tavoli e drappeggi sulle pareti. Tutti gli oggetti sono stati realizzati con cinture di pelle nera, intessuti seguendo un design geometrico che riprende certi cliché di ornamenti semplici, come gli asciugamani da cucina. Ogni pezzo avvia un discorso sul rapporto all’interno di uno spazio abitativo degli oggetti che, una volta trasformati in strumenti inutilizzabili, provano a sfruttare il visitatore stesso. In quanto simboli culturali di mascolinità e disciplina, le composizioni di cinture in pelle innescano una riflessione sulla soglia tra piacere e violenza. Nella serie, un oggetto domestico di uso quotidiano viene privato della sua funzione primaria e riconfigurato, creando una giustapposizione virtuale tra l’attesa morbidezza e il senso di pulizia tipico di tovaglie o asciugamani, e il corpo duro e nero delle strisce di pelle accuratamente intrecciate. Tutte le opere hanno anche un forte sentore bellico, come fossero armature in cuoio medievali, ma vivono qui in un diverso campo di battaglia, rappresentando il complesso insieme di lavoro, ruoli di genere, prepotenza, durezza e incoraggiando a disfarsi delle diverse strutture di potere machista tuttora dominanti.
Una veduta della mostra di Monica Bonvicini «Pleasant» (2022), Galleria Raffaella Cortese, Milano
Lei offre una lettura dell’ambiente lavorativo e domestico che è anche di genere, di matrice femminista, e che trova ancoramento nei suoi studi alla CalArts (Los Angeles) luogo in cui ha avuto inizio l’esperienza della Womanhouse con il primo Feminist Art Program nel 1972, volto a mettere in discussione i ruoli domestici e di subordinazione assegnati alle donne da una struttura sociale e culturale patriarcale. In che modo, come artista, sente di poter concorrere al miglioramento della condizione femminile e alla sua emancipazione?
Fare arte, essere artisti è un antagonismo intimo, politico e sociale verso una società diventata ostile nei confronti del pianeta, dell’essere umano stesso, delle donne e di tutte le minoranze. L’arte per me è identificare un problema, provare ad interpretarlo, mettere il dito nella piaga. Penso che ogni lavoratore nel campo culturale sia spinto da una insoddisfazione per lo status quo. In «Run, take one square or two», una mia videoinstallazione del 2000, parlo di come le artiste femministe negli anni ‘70 abbiano occupato le strade, inventato nuove facoltà, fatto arte fuori: fuori dalle gallerie, fuori dai mercati, fuori dallo studio che non avevano e facendo ciò hanno portato nel panorama artistico sesso, erotismo e desiderio come nessuno aveva fatto fino ad allora. Si sono appropriate di quello che per così tanto tempo è stato in qualche modo taciuto. Quando sento parlare di femminismo, sembra quasi una parola riduttiva per descrivere la potenza del movimento, del suo processo, la sua rivoluzione, la storia, il suo sviluppo e trasformazione. In un momento storico in cui l’idea stessa di genere è finalmente rimessa veramente in discussione, è necessario ricominciare a immaginare nuove possibilità per portare avanti una lotta transgenerazionale su fronti multipli.
«Hurricanes and Other Catastrophes #1» (2008) di Monica Bonvicini © L’artista. Foto Jochen Littkemann
Vorrei concludere con un riferimento alle opere della serie «Hurricanes and Other Catastrophes», iniziata dopo il flagello causato dalluragano Katrina nel 2005 a New Orleans e realizzata con la tecnica della pittura a tempera o spray su carta. Un progetto che lei considera sempre in fieri e conseguenza dell’epoca attuale del Capitatocene. L’urgenza di adottare nuovi parametri, la necessità di rivalutare il nostro modo di rapportarci con la totalità delle forze con le quali coabitiamo, che impatto stanno avendo sulla sua pratica artistica?
L’identificazione del Capitalocene è stato un momento importante per molti. L’utilizzo del termine stesso significa finalmente prendere sul serio il capitalismo ed intenderlo non solo come uno dei possibili sistemi economici, quello dominante, ma come un modello organizzativo delle relazioni tra esseri umani e il resto della natura. Mancava il termine, il dettaglio, su quello che è presente già da troppo tempo. Già dagli inizi della mia carriera il legame tra capitale e natura era presente e forte in diversi contesti assembleari, di scambio e di lotta. Penso che il problema sia nella parola «co-abitare» che lei ha usato. Noi non stiamo coabitando con questa totalità di forze. Io cerco anzitutto di vivere come un essere umano decente, una cittadina responsabile e attenta, e cerco di fare altrettanto in studio.

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