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Archeologia

Meraviglie dal SUDAN | 5. Naqa

Il taccuino di viaggio di Francesco Tiradritti

Alba di luna dietro le rovine del Tempio di Amun a Naqa. Foto Francesco Tiradritti

Naqa si trova a poco più di sedici chilometri a sud di Musawwarat es-Sufra. I due siti archeologici sono collegati soltanto da piste che attraversano il deserto e la distanza che le separa si percorre in poco più mezz’ora con un fuoristrada. Noi abbiamo soltanto un minibus.

Il viaggio è un susseguirsi di sobbalzi attraverso un deserto punteggiato da ciuffi d’erba, cespugli e arbusti che si fa sempre più arancione man mano che il sole cala. Né Abdelhay né Isham sembrano conoscere bene la strada. Zigzaghiamo, giriamo in una corsa che mi appare senza una meta precisa. Fuori dal finestrino sfilano la bassa linea di colline a est, le solite capre, qualche riparo di beduini, una ragazzina che mi sorride e mi fa grandi segni con le braccia.

La saluto di rimando, mentre spingo il sedile di fronte nel tentativo di smorzare l’ennesimo sobbalzo. Ci stiamo dirigendo verso nord e non capisco proprio perché. Naqa è a sud. Dopo poco, infatti, Isham inverte la rotta. Raggiungiamo di nuovo la ragazzina e ci fermiamo. Albdelhay le chiede se sa dov’è Naqa. Annuisce. Abdelhay le domanda la direzione. Con gesti eleganti e altrettanto eloquenti la ragazzina fa capire di essere disposta a fornire l’informazione previa esborso di denaro.

Abdelhay le dà venti lire sudanesi (diciassette centesimi). Il gesto di risposta è chiaro: non bastano. Abdelhay gliene dà cinquanta (quarantadue centesimi e mezzo). La somma è ritenuta congrua. La ragazzina sorride: «La strada è giusta. Sempre dritto così». Abdelhay scoppia in una fragorosa risata e la ringrazia. Ripartiamo.

Dopo un’ulteriore serie di sobbalzi, scosse e sballottamenti ecco Naqa. Si trova alla confluenza degli wadi che attraversano la regione di Butana, area desertica compresa tra l’Atbara a est e il Nilo a ovest. Quest’ultimo dista circa una cinquantina di chilometri ed è probabile che l’antico insediamento sia sorto in questa località come stazione per le carovane che collegavano i due fiumi.

A testimoniare l’importanza della città restano oggigiorno templi e strutture palatine. Il santuario dedicato ad Apedemak non è molto dissimile da quello di Musawwarat es-Sufra. Costruito da Natakamani, uno dei più famosi sovrani meroitici (I secolo a.C.-I d.C.), ha struttura e decorazione ispirate a modelli egiziani. Il tutto rivisitato con la tipica pienezza di forme e sovrabbondanza di particolari tipica dell’arte autoctona.

Sul pilone di accesso il sovrano (a sinistra) e la consorte Amanitore (a destra) sono ritratti nell’atto di colpire un gruppo di nemici imploranti ai loro piedi. Una figurazione di Apedemak decora lo spessore del pilone: da un fiore di loto fuoriescono le spire di un serpente che terminano nel corpo a testa leonina del dio. L’iconografia riprende quella dell’agathodimon greco-alessandrino e testimonia bene l’influenza dell’ellenismo sulla civiltà meroitica.

Risultato della fusione tra arte classica ed egizia è la prospicente Cappella di Hathor (nota un tempo come «Chiosco romano»), la cui costruzione è contemporanea a quella del Tempio di Apedemak. Gli architravi dei portali decorati con dischi solari alati si affiancano a colonne con apitello corinzio e archi a volta piena. Anche in questo caso predomina la sovrabbondanza decorativa.

Oggi la Cappella di Hathor è considerato un capolavoro dell’arte meroitica. Molto poco indulgente fu invece il commento del Principe Pückler Muskau che la vide nel 1837 (un graffito testimonia il suo passaggio): «[Il monumento è realizzato] nel più depravato stile romano di disgustoso sovraccarico che tradisce la completa decadenza dell’arte».

A non molta distanza si trova un pozzo che è probabilmente la più singolare attrazione del sito. È profondo sessantasette metri e per tirare su l’acqua vi viene calato un secchio di pelle attaccato a una corda delle medesima lunghezza tirata da un asinello. Un mio collega tedesco mi aveva raccontato di essersi fatto calare nel pozzo e che da laggiù ogni luce del sole risultava annullata. Malgrado fosse giorno pieno era riuscito a vedere il cielo stellato.

Rimaniamo un poco a osservare il continuo andirivieni dell’asino che un bambino incita agitando in aria un bastone. Un vecchio e una vecchia dirigono le operazioni. Chiedo loro se posso bere. L’acqua è poco meno che tiepida ed è priva del sapore di sabbia di quella degli ziri nel deserto.
Dobbiamo sbrigarci. Il sole sta declinando veloce verso l’orizzonte e Naqa ha altri monumenti da visitare.

Risaliamo tutti sul minibus e ripartiamo. Isham sente forse la premura e schizza a tutta velocità verso la pista che conduce al Tempio 500, dove c’è la più antica iscrizione in geroglifico meroitico. Gesto incauto. Dopo pochi metri il pulmino affonda nella sabbia. Scendiamo, spingiamo, infiliamo pezzi di roccia sotto le ruote. Girano a vuoto e ci buttano addosso un mucchio di sabbia. Ci vogliono vari tentativi e un grande sforzo per far tornare il minibus sul terreno solido. Si è però fatto tardi.

Il Tempio 500 è troppo distante per raggiungerlo a piedi e ci incamminiamo perciò verso quello di Amun più vicino. Le ombre si allungano e le pietre si tingono di arancione scuro. C’è appena il tempo di percorrere l’ingresso fiancheggiato da statue di ariete, superare i tre portali ancora in piedi, aggirarsi tra le frammenti di mura e colonne e raggiungere il fondo del santuario. Si torna subito indietro.

Il sole è orami vicinissimo all’orizzonte e, proprio in quel momento, la luna spunta a est, luminosissima contro un cielo pastello celeste-rosato. È uno spettacolo di incommensurabile bellezza, ma non c’è tempo per riempirsene gli occhi. Dobbiamo raggiungere in fretta il minibus per tentare di riguadagnare la strada asfaltata prima del completo calare delle tenebre. Aggirarsi nel deserto senza un veicolo adeguato è da irresponsabili.

Isham ora consce la direzione. Fila sulla pista appena visibile e noi continuiamo a sobbalzare. Riusciamo comunque a raggiungere la strada asfaltata poco prima che sopraggiunga il buio completo. Ci fermiamo per cena in un ristorante a poca distanza dall’istiraha dove siamo costretti ad alloggiare per la notte. Quando la raggiungiamo i miei timori si dimostrano infondati. Mi aspettavo un edificio con un ampio cortile disseminato di letti all’aperto sui quali i viaggiatori possono dormire per una modica spesa.

Il cortile c’è, ma è vuoto. Al fondo si trova una fila di stanze. La luna spande una luce intensa e crea un effetto «spaghetti-western». Le scene notturne erano girate di giorno oscurando con un filtro l’obiettivo. Le ombre di attori, animali ed edifici risultavano però molto evidenti. Qui è proprio così. Sembra proprio una di quelle scene. C’è anche Taha che accenna ululando il tema de «Il buono, il brutto e il cattivo».

Il guardiano dell’istiraha ci consegna lenzuola e federe. Nessuna coperta, visto che fa ancora molto caldo. Faccio il letto e mi metto a leggere al lume di una lampadina. Ronzio e toc. Dirigo la luce verso il rumore. Uno scarabeo giace sul pavimento con le zampe all’aria. Mi alzo, gli offro un dito, si gira e se ne va. Mi rimetto a leggere. Ronzio e toc. Secondo scarabeo. Lo soccorro e riprendo la lettura. Ronzio e toc. E tre. Sbagliato. La luce della lampadina ne illumina almeno altri quattro che scorrazzano sul pavimento. Da dove sono spuntati?

Mi viene in mente che potrebbe essere stata la luce ad averli fatti uscire. La spengo prima che lo spaghetti-western si trasformi in una versione sudanese de «La mummia». Nessun ronzio, nessun toc. Il silenzio della notte avvolge tutto e sono talmente stanco che non mi accorgo neanche di essermi addormentato.


MERAVIGLIE DAL SUDAN
Il taccuino di viaggio di Francesco Tiradritti

1. Ricomincia l'avventura
2. Una jabana a Khartoum
3. Ana sudani, ana afriki!
4. Musawwarat es-Sufra
5. Naqa
6. Meroe

Francesco Tiradritti, edizione online, 26 novembre 2019


  • Particolare della decorazione del Tempio di Apedemak a Naqa: Natakamani, la regina Amanitore e il figlio Arikankheror. Foto Francesco Tiradritti
  • La Cappella di Hathor a Naqa. Foto Francesco Tiradritti

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