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Archeologia

Meraviglie dal SUDAN | 4. Musawwarat es-Sufra

Il taccuino di viaggio di Francesco Tiradritti

Un muro a forma di elefante del Santuario centrale di Musawwarat es-Sufra. Foto di Francesco Tiradritti

Una città senza centro né periferia non ha neanche una fine. A un dato momento semplicemente sparisce. È quello che è successo a Khartoum quando abbiamo preso il minibus con cui avremmo raggiunto il nord del Paese. Le alte case in cemento si sono abbassate, si sono trasformate in abitazioni in mattone crudo cintate da mura dal colore della sabbia e poi, all’improvviso, il deserto. Khartoum? Puf! Scomparsa.
E così il nostro viaggio ha avuto inizio.

Parlo al plurale perché con me ci sono Giulia De Dominicis, studentessa di Egittologia a Pisa, Ana Maria Rosso, una mia ex-allieva argentina, Taha Mohammed, ex-restauratore che ha vissuto a lungo in Italia e Abelhai Abdelsawi, ispettore delle antichità. Dobbiamo raggiungere Karima, dove Abelhai vuole sottoporre alla mia attenzione alcune necropoli che stanno per scomparire per colpa della rapida espansione dei centri abitati prossimi alla diga della Quarta Cateratta.

In realtà mi era stata ventilata l’ipotesi di uno scavo vicino a Gebel Barkal, dove avevo già lavorato nel 1984. I responsabili delle antichità sudanesi mi hanno però fatto capire che ritengono molto più urgente lo scavo delle necropoli. La proposta mi ha incuriosito, e la considero come una nuova appassionante sfida scientifica. Uno scavo al buio, senza sapere quello che si troverà e senza nemmeno avere la certezza di trovare qualcosa. Non è emozionate?

Su suggerimento di Abdelhai, abbiamo deciso di seguire il corso del Nilo invece di attraversare il deserto del Bayuda. Mi ha assicurato che il sistema viario sudanese si è talmente evoluto che si può raggiungere Karima in un giorno, visitando Musawwarat es-Sufra, Naqa e Meroe. Quando ho messo a parte delle nostre intenzioni Paolo Furcas, il consigliere politico dell’Ambasciata, egli ha riso di cuore, asserendo che non era fattibile. Avrei fatto meglio a dargli retta. Mi sono dimenticato che i sudanesi sono un gran bel popolo, ma che la loro scioltezza nell’affrontare la vita implica anche una certa vaghezza nel valutare distanze e percorrenze.

La strada asfaltata attraversa un deserto che però tanto deserto non è. Bassi cespugli e arbusti lo punteggiano e non è infrequente vedere persone che lo attraversano. Vi pascolano sparuti greggi di capre e pecore. Sparsi o riuniti in piccoli gruppi si scorgono i ripari di arbusti dei beduini, ricoperti da laceri pezzi di stoffa dal colore della sabbia, quasi invisibili.

Un paio d’ore dopo avere lasciato Khartoum, un formidabile schianto dal lato destro del minibus mi scuote dal sonnacchioso osservare il paesaggio monotono che scorre fuori dal finestrino. Segue un rumore sordo e continuo. È esplosa la gomma anteriore destra. Ho già avuto modo di sperimentare insabbiamenti, rotture di balestre e surriscaldamenti di motori, ma è la prima volta che mi capita che una gomma esploda.

Isham, l’autista del minibus, accosta e si mette a cambiare il pneumatico. Lo osserviamo armeggiare sotto il sole cocente dall’ombra di un alberello. Poco lontano alcune capre brucano le rade foglie di un arbusto appoggiando le zampe anteriori al tronco.

Riusciamo a rimetterci in strada dopo due ore e una pessima colazione a base di ful e frittata. Non molto più tardi imbocchiamo la strada per Musawwarat es-Sufra. L’evoluto sistema viario sudanese si dissolve nel nulla a pochi chilometri dal sito. Si prosegue sobbalzando su una pista di terra battuta.

Come era scomparsa Khartoum, così appaiono all’improvviso le vestigia di Musawwarat es-Sufra. Il nome significa «Le immagini gialle» e rende bene il senso di questo insieme di monumenti, gialli contro la sabbia gialla del deserto, iscritto nella lista UNESCO dal 2011.

I primi monumenti di Musawwarat es-Sufra risalgono al III secolo a.C. Il Grande Recinto, un agglomerato di templi, cortili, corridoi ed edifici dalla funzione ignota, è la struttura più importante. Uno dei muri del santuario centrale termina in forma di elefante e fa pensare a contatti con l’Africa centro-meridionale e l’India. Gli spazi recintati da basse mura dovevano accogliere le tende delle carovane che collegavano queste remote terre con Meroe, la capitale del regno che fiorì in questa regione dal IV secolo a.C. al IV d.C. A qualche centinaio di metri di distanza sorge il tempio dedicato ad Apedemak, il dio principale a testa leonina del pantheon meroitico. Il santuario costruito dal sovrano Arnekhamani (III secolo a.C.) è ispirato alla forma più tipica dei templi egizi. La decorazione richiama i modelli dell’arte tolemaica coeva e li rielabora in forme magniloquenti e cariche di dettagli.

A poco distanza si trova l’ampia conca dell’hafir, bacino di 250 metri di diametro e sei metri e mezzo di profondità, che un tempo raccoglieva le acque delle rarissime ma copiose piogge. Molto in breve, questa è Musawwarat es-Sufra.

Oltre a un sito archeologico, per me rappresenta anche un mese della mia vita: nel 1995 ci sono venuto per scavare, invitato dal Professor Steffen Wenig dell’Università Humboldt di Berlino. Oggi mi aggiro tra le rovine ritrovando le immagini di quei giorni oggettivamente lontani, ma che a me sembra siano soltanto ieri.

Con il Professor Priese avevo rilevato l’insieme degli edifici. Si disperava di continuo perché alcune misure non corrispondevano a quelle che aveva preso negli anni Sessanta. Avevo risolto il mistero srotolando per intero le due bindelle da venti metri che utilizzavamo: una di fabbricazione cinese e l’altra tedesca. La prima era più corta di venti centimetri rispetto alla seconda.

Lungo la fila di colonne che bordeggiano il lato orientale del tempio principale avevo scavato fianco a fianco di Angelika. Come dimenticare il suo cappello di paglia e le sue risate? Austriaca e bella, faceva battere il cuore un po’ a tutti i partecipanti ai congressi di studi meroitici dell’epoca. Per me era soltanto una cara amica e una persona con cui mi trovavo benissimo. Abbiamo condiviso bellissimi momenti tra queste rovine e ci siamo consolati a vicenda quando i morsi della lontananza si facevano sentire più forti. Ora Angelika è professoressa a Münster. Dirige un progetto non lontano da Karima. È facile che la riveda. Chissà come sarà ritrovarla ad anni di distanza.

Da quell’angolo ho cominciato il rilievo topografico del Grande Recinto con Dieter. Era da poco passato mezzogiorno e avevamo ormai compiuto mezzo giro del sito quando mi sono reso conto che non avevo estratto per intero l’asta graduata. Il lavoro compiuto sino a quel momento era perciò tutto da rifare. Credo sia stata una delle poche volte in cui non ho avuto nulla da ridire a proposito dell’«Ach… Italienisch!» che Dieter mormorò guardandomi con occhi di ghiaccio e scuotendo la testa.

Poi c’era l’immensità delle stelle sopra le nostre teste. I tramonti infuocati e il rosa straripante dell’alba oltre le alture. Il cambiare del colore del deserto a seconda delle ore della giornata. I beduini sui dromedari. I nugoli di mosche kamikaze nel tè mattutino: ti alzavi per andare a prendere lo zucchero e, se avevi dimenticato di coprire il bicchiere con un piattino, ne trovati quattro o cinque suicidate all’interno della bevanda fumante. Un altro paio erano in procinto di compiere l’insano gesto.

E poi una colazione di Ramadan consumata all’imbrunire, traendo carne grassa e saporita da un bacinella in ferro smaltato aiutandosi con pezzi di pane nero. L’odore di legno bruciato che impregnava tutto: vestiti e persone. La festa con l’ambasciatore tedesco. Gli operai che comparivano e scomparivano da non si sa dove. Il cucciolo di antilope regalatomi per avere guarito con un’aspirina un vecchio che rantolava in un angolo di un riparo di arbusti. La doccia riscaldata dai pannelli solari nei giorni in cui arrivava la cisterna con l’acqua. Le corse attraverso il deserto con la Land Rover: tutti a sobbalzare e finire gli uni sugli altri, ridendo nella parte posteriore dello scassatissimo veicolo.

Tutto questo e altro mi è tornato alla mente aggirandomi e scattando foto tra le rovine di Musawwarat es-Sufra.

MERAVIGLIE DAL SUDAN
Il taccuino di viaggio di Francesco Tiradritti

1. Ricomincia l'avventura
2. Una jabana a Khartoum
3. Ana sudani, ana afriki!
4. Musawwarat es-Sufra
5. Naqa
6. Meroe

Francesco Tiradritti, edizione online, 23 novembre 2019


  • Il dio Apedemak dalla decorazione del Tempio del Leone di Musawwarat es-Sufra. Foto: Francesco  Tiradritti)
  • Veduta generale della parte centrale del Grande Recinto di Musawwarat es-Sufra. Foto: Francesco Tiradritti

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