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Archeologia

Meraviglie dal SUDAN | 3. Ana sudani, ana afriki!

Il taccuino di viaggio di Francesco Tiradritti

L'ingresso dell'Ambasciata italiana a Khartum. Fotografia di Francesco Tiradritti

Ambasciata italiana a Khartum. Interno giorno. La stanza è in penombra e al centro del soffitto gira lento un ventilatore. Sprofondato in una poltrona l’Ambasciatore sta conversando con l’Anziano Egittologo seduto su un divano insieme al giovane studente di Egittologia.

L’Ambasciatore si alza imitato dagli altri due. L’Anziano Egittologo protende la mano: «Allora, caro Ambasciatore, arrivederci».
L’Ambasciatore, senza ricambiare il gesto: «Eh no, caro il mio Professore, io spero proprio di non rivederla. Ne ho piene le tasche di questo Paese e spero di non esserci più quando lei tornerà da queste parti!».

La scena risale a molti anni fa. Il giovane studente di Egittologia ero ovviamente io. Da allora le cose sono molto cambiate.

Quando sono venuto a Khartum lo scorso marzo ho avuto il piacere di incontrare l’ambasciatore Fabrizio Lobasso che i sudanesi hanno assunto a mito per lo spot con cui pubblicizzava la settimana della cultura italiana e perché è stato ripreso da un telefonino mentre canta «Ana sudani, ana afriki!» («Sono sudanese, sono africano!») tra i manifestanti la scorsa primavera.

Gianluigi Vassallo è il nuovo ambasciatore. Avevo già avuto modo di fare la sua conoscenza in Italia. Giovane, entusiasta e pieno di energia: è quello di cui abbiamo bisogno in un paese che sta mutando e sta uscendo a fatica dalla pelle di un regime pluridecennale.

Sono arrivato a Khartum quasi in contemporanea con l’ambasciatore Vassallo e l’ho subito ritrovato alla commemorazione dei nostri caduti in occasione del 4 novembre. Ha subito ottenuto la mia più totale e incondizionata ammirazione. In giacca e cravatta senza neppure una goccia di sudore alle tre del pomeriggio. Dovrò farmi svelare il segreto.

La cerimonia si svolgeva al Cimitero cristiano, un fazzoletto di deserto circondato da un muro con pochi alberi, un’oasi tranquilla in mezzo al caos cittadino. Qui si trovano le tombe dei sei soldati italiani e quella dei 270 ascari caduti nel 1942 nel Sud del Sudan. Il camposanto è più o meno suddiviso in settori dove, grazie alla tipica fluidità di pensiero del Paese, il Cristianesimo perde ogni dogmatismo e riacquista l’unità delle origini: cattolici, ortodossi, etiopi e anglicani. Tutti insieme.

Con il calar delle tenebre le celebrazioni sono proseguite nel giardino della residenza dell’ambasciatore con la proiezione di un documentario incentrato sul rimpatrio della salma di un sommergibilista italiano i cui resti giacevano su un isolotto a largo di Port Sudan. Al film ha fatto seguito un ricevimento affollatissimo. Il giardino brulicava soprattutto di giovani. Operatori di organizzazione umanitarie, diplomatici e dipendenti di ditte.

La presenza italiana è cresciuta nel tempo e ho avuto modo di conoscere alcuni connazionali. Ognuno porta con sé un pezzo della propria identità ed esprime la propria nostalgia attraverso quello che sappiamo fare meglio: la cucina. Così, a casa di Bernardetta Gravili, addetta agli affari economici e culturali, ho mangiato per la prima volta orecchiette fatte in casa e lampascioni. In quella di Roberto Franco, contabile dell’Ambasciata, ho invece assaggiato una delle migliori amatriciane della mia vita. Ovviamente gli ingredienti base erano stati portati dall’Italia.

Il Sudan è cambiato, ma anche il nostro modo di viverlo lo è. Gli italiani che ho incontrato hanno tutti il sorriso sulle labbra e la battuta pronta. Tutti lamentano un’ovvia lontananza da casa, ma nessuno di loro si è però espresso su questo paese con i toni poco lusinghieri di quell’ambasciatore, tanti e tanti anni fa.

E poi la città ha fatto spazio al deserto…


MERAVIGLIE DAL SUDAN
Il taccuino di viaggio di Francesco Tiradritti

1. Ricomincia l'avventura
2. Una jabana a Khartoum
3. Ana sudani, ana afriki!
4. Musawwarat es-Sufra
5. Naqa
6. Meroe


Francesco Tiradritti, edizione online, 20 novembre 2019


  • Piazza di Khartoum. Fotografia di Francesco Tiradritti

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