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Archeologia

Meraviglie dal SUDAN | 2. Una jabana a Khartoum

Il taccuino di viaggio di Francesco Tiradritti

La facciata del Museo nazionale del Sudan a Khartoum

Francesco Tiradritti, archeologo e storico corrispondente di «Il Giornale dell'Arte», è in viaggio in Sudan per una missione scientifica. In esclusiva per i nostri lettori pubblichiamo il suo «diario di bordo» da un territorio poco conosciuto e prezioso per gli studiosi.

Khartum! L’etimologia della parola è incerta. Secondi alcuni deriverebbe dall’arabo «proboscide». La confluenza tra Nilo Bianco e Nilo Azzurro appare infatti disegnare la sagoma di una testa di elefante e il Nilo unificato che si dirige verso nord appare come una proboscide innalzata verso il cielo, tipica dell’animale che barrisce. Secondo i Dinka, popolazione autoctona, Khartum deriverebbe invece da una locuzione della loro lingua che vorrebbe semplicemente dire «luogo dove si incontrano i fiumi».

Khartum è difficile da descrivere. Non ha un vero centro né una vera fisionomia. Cambia in continuazione rimanendo sempre uguale a se stessa. O quasi. È in crescita e allo stesso tempo in abbandono. Strade immense asfaltate si succedono a immense strade a sterro senza soluzione di continuità. Alcune non si capisce proprio se siano asfaltate o sterrate.

Khartum si è espansa molto verso sud fagocitando l’aeroporto che si trova ora quasi al centro della città. Khartum si anima piano e torna deserta all’improvviso. Segue il ritmo di un sole implacabile e duro contro il quale non è raro vedere stagliarsi le ombre immense dei falchi in agguato. Khartum è una girandola di colori.

Khartum è un turbinio di profumi. Su tutti predomina quello dell’incenso. Proviene dai baracchini dietro i quali signore di tutte le età e le stazze preparano tè e «jabana», il caffè allo zenzero che qui è un’istituzione. Una gigantesca riproduzione del bricco nel quale lo si prepara troneggia al centro di uno degli incroci stradali in prossimità dell’aeroporto.

Bere una jabana non appena arrivo a Khartum è una specie di rito. Adoro prenderla seduto su uno sgabellino di metallo e plastica all’ombra dell’albero cresciuto spontaneo in un angolo della piazza su cui si affacciano i negozi di souvenir. Stavolta me lo prepara una signora dall’abito sgargiante e con il volto dai tratti nobili e scolpiti come quelli di una statua lignea. Ha gesti lenti, quasi stesse eseguendo un rito. Le dita affusolate compiono movimenti eleganti e misurati. Il caffè è tostato e macinato di fresco e lo zenzero pizzica e corrobora.

Ho passato una settimana a Khartum per preparare il viaggio che mi avrebbe portato al Nord e ho trascorso molto del mio tempo nell’edificio delle antichità che sorge dietro il Museo Nazionale del Sudan. Ho approfittato per tornare a visitarlo mentre aspettavo di parlare con un funzionario o di ritirare un documento.

Aperto nel 1971, il museo è stato concepito sul presupposto che il Sudan per secoli abbia gravitato nell’orbita culturale egizia. Se questo è sostanzialmente vero (che ci farebbe altrimenti un egittologo da queste parti?), adottare questa prospettiva ha praticamente condotto a elaborare un percorso espositivo che racconta poco o nulla delle civiltà autoctone.

Questa impressione la si ha sin dal giardino dove sono stati ricostruiti i resti dei templi di Aksha, Buhen, Kumma e Semna. Salvati dall’innalzamento delle acque del Lago Nasser, ora sono collocati lungo una vasca (perennemente vuota) in modo da rispettare le relative posizioni originali.

Il museo vero e proprio si sviluppa lungo un percorso espositivo su due piani all’interno dell’edificio principale. Il piano superiore è dedicato alla presenza cristiana in Nubia (regione divisa tra Sudan ed Egitto) ed è dominato dagli splendidi affreschi strappati dalla cattedrale di Faras prima che anche questa venisse inghiottita dalle acque.

Il pianterreno è immerso in una costante penombra e mostra segni di evidente fatiscenza. Molte teche e monumenti sono coperti da un sottile strato di polvere. La Cooperazione Italiana allo sviluppo ha stanziato un milione di euro per un progetto di rinnovamento. La speranza è che venga realizzato in tempi brevi e porti a un totale ripensamento del percorso espositivo. Andrebbe infatti incentrato più sugli aspetti originali della civiltà sudanese che sulle sue dipendenze. A causa della difficile situazione politica, l’interesse per l’arte e la cultura antica di questo paese stenta ancora a decollare, e perciò c’è tanto da fare.

Capire quanto avveniva in Sudan quando gli Egizi costruivano le Piramidi, quando i Greci conquistavano Troia, quando Romolo fondava Roma, significa migliorare la conoscenza della storia dell’umanità e rappresenta anche un passo avanti verso una comprensione reciproca.


MERAVIGLIE DAL SUDAN
Il taccuino di viaggio di Francesco Tiradritti

1. Ricomincia l'avventura
2. Una jabana a Khartoum
3. Ana sudani, ana afriki!
4. Musawwarat es-Sufra
5. Naqa
6. Meroe


Francesco Tiradritti, edizione online, 17 novembre 2019


  • La cosiddetta «Venere di Meroe». Arenaria, I secolo d.C.

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