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Archeologia

Meraviglie dal SUDAN | 13. Sulla strada del ritorno

Con questa puntata si conclude il viaggio di Francesco Tiradritti

Strada di Omdurman. Foto: Francesco Tiradritti

Il tragitto da Marawi a Khartoum si percorre in macchina in poco più di quattro ore. Un tempo ce ne volevano anche quattordici. Il sostanziale miglioramento è avvenuto grazie alla realizzazione di una strada asfaltata finanziata da Osama Bin Laden. Proprio il tristemente celebre Osama.

Il Sudan è stato a lungo uno dei paesi in cui trovavano rifugio i terroristi di tutto il mondo e agli inizi degli anni Novanta mi è anche capitato di bere una limonata all’Hilton di Khartoum a pochi tavoli di distanza da quello al quale era seduto Carlos. Non un’esperienza piacevole. Mi ricordo ancora la sgradevole sensazione di minaccia incombente provata a trovarsi a neanche venti metri di distanza da un individuo così pericoloso. Ero attanagliato dal terrore che potesse accadere qualcosa di tremendo da un momento all’altro.

Ora il Sudan è cambiato e in tanti quaggiù sperano che gli Stati Uniti decidano di toglierlo dall’elenco degli «Stati Canaglia» nel quale si trova incluso da oltre vent’anni.

Questi sono i pensieri che mi scorrono nella mente mentre ci avviciniamo sempre di più a Khartoum. Abbiamo fatto un giro completo. Siamo partiti da nord-est e rientriamo da nord-ovest. A poco più di un’ora e mezza al nostro arrivo la superficie del deserto circostante comincia a coprirsi di un velo di erbetta verde pallido in mezzo alla quale si innalzano le informi sagome arancioni di imponenti termitai. Alcuni superano anche i tre metri di altezza.

Poco più avanti cominciano recinzioni di estese fattorie e fabbriche. Da ultime arrivano le abitazioni. Prima sporadiche e sparse, poi sempre più numerose e a gruppi. Aumentano in numero e dimensioni fino a quando non ci troviamo immersi nel caos di Omdurman. Oggi considerata l’enorme propaggine nord-occidentale di Khartoum, era un tempo una città a sé stante che i dervisci del Mahdi (Muhammad Ahmad, 1844-1885) avevano eletto a capitale dello stato islamico indipendente che erano riusciti a creare in seguito della sconfitta dell’esercito anglo-egiziano di Gordon Pascià (1885).

Da bambino mio nonno e mio padre gestivano il cinema di Montepulciano e uno dei film che mi avevano concesso di vedere (anche gli spaghetti-western erano allora considerati troppo violenti) era «Khartoum» (1966) di Basil Dearden. Le immagini in celluloide mi impressionarono in modo notevole, come fece in seguito il fumetto «L’Uomo del Nilo» (1977) di Sergio Toppi. Entrambi raccontavano la presa di Khartoum da parte del Mahdi.

Grande fu perciò la mia delusione la prima volta che visitai Omdurman. Mi aspettavo di trovare ancora la collina sulla quale Gordon aveva resistito strenuamente agli assalti delle forze mahdiste e speravo di potere ammirare almeno i tronconi delle alte mura dalle quali aveva incitato i suoi a resistere fino alla fine. Invece, nulla. Nessuna collina, niente mura. L’unico ricordo delle gesta che mi avevano così impressionato da bambino era un cannoncino arrugginito davanti all’ingresso della tomba del Mahdi.

Oggi Omdurman è un agglomerato di palazzi in cemento che si affollano su un lembo di deserto a occidente del Nilo Bianco e del Nilo. Un’ampia parte della città era un tempo occupata da un suq dove si poteva acquistare il necessario per organizzare una carovana: dalle selle per i dromedari ai pugnali, dalle spade fatte con le balestre dei camion alle tende, dalle lunghe sciarpe per ripararsi dalle tempeste di sabbia ai datteri. Fino a una quindicina di anni fa era anche abbastanza facile trovare gli chevron, le tipiche perline bianche, rosse e blu di Murano che i mercanti veneziani scambiavano con l’oro africano. Oggi il rapporto si è invertito e uno chevron può anche arrivare a costare alcune decine di euro. Tutto dipende dalla grandezza e dal numero degli strati di vetro.

Oggi il suq è stato fagocitato dal cemento e le ampie strade di un tempo si sono ridotte in modo notevole. La recente evoluzione del sistema viario sudanese ha reso quasi del tutto obsolete le carovane e di conseguenza i negozi che vendevano tutto il necessario per organizzarle sono spariti quasi del tutto. Si possono ancora comprare spade, selle, sciarpe e tende, ma si tratta di oggetti dove la bellezza prevale sulla funzionalità, pensati per essere venduti ai pochi turisti che si avventurano fino qui.

In un negozietto pieno di cianfrusaglie sono riuscito a scovare una collana di chevron per la quale il padrone mi ha chiesto quasi mille Euro. È la legge del contrappasso. Per secoli ci siamo presi gioco dell’ingenuità delle popolazioni africane che erano disposte a dare via di tutto per qualche perlina colorata. E ora che siamo noi a farlo?

Nei pochi giorni in cui sono rimasto a Khartoum ho avuto modo di incontrare Padre Jorge Naranjo Alcaide, l’amministratore generale del Collegio Comboniano di Scienza e Tecnologia. L’ho fatto perché mi era stato detto che proprio lì è conservata la biblioteca di Padre Giovanni Vantini (1923- 2010), uno dei più importanti studiosi di archeologia cristiana in Nubia.

È stato proprio Padre Alcaide a occuparsi della sua sistemazione. L’ha sommariamente ordinata in alcuni armadi insieme ad altri fondi librari di argomento simile. Il suo sogno sarebbe quello di creare una vera biblioteca consultabile da quanti abbiano un interesse per lo studio delle antichità sudanesi. Sarebbe bello dedicarla proprio a Padre Vantini che ho avuto il piacere di conoscere durante una cena sulla terrazza dell’Hotel Acropole nel lontano 1984.

Tra il 1966 e il 1970 Donadoni aveva lavorato al salvataggio di alcuni siti nubiani ricevendo anche un finanziamento da parte del Vaticano che aveva imposto come unica condizione la presenza di un sacerdote, Padre Vantini, appunto. I due avevano così stretto amicizia e Donadoni non mancava di invitarlo a cena ogni volta che passava per Khartoum. La sera in cui lo conobbi Padre Vantini si presentò con un cappello in stile coloniale e un abito sacerdotale color sabbia. Ci intrattenne con aneddoti che allora mi sembravano inverosimili, ma che con il tempo ho scoperto essere soltanto esagerati.

Ci raccontò di un viaggio che aveva fatto seduto sui respingenti di una locomotiva. Era inverno e faceva talmente freddo che l’acqua gli si era congelata nella borraccia. Trovai l’episodio, narrato in una calda notte sudanese di inizio marzo, assolutamente inverosimile. Di fatto lo è e in tutti questi anni non ho mai assistito al congelamento dell’acqua né in Egitto né in Sudan. È però vero che in entrambi i paesi ho sofferto per il freddo invernale come in nessun’altra parte del mondo.

Una volta Padre Vantini ci invitò a prendere parte a una messa a Omdurman. Una delle celebrazioni religiose più straordinarie cui abbia mai assistito. La chiesa non era molto affollata e l’arredo ridotto al minimo. Una spessa nuvola di incenso riempiva l’unica navata. A sinistra dell’altare si trovavano alcuni musicisti con tamburi e altre percussioni. Sottolineavano i momenti più importanti della messa con canti gioiosi e radiosi. Molti fedeli ballavano e battevano le mani.

I raggi del sole provenienti dalle alte finestre illuminavano i vestiti variopinti delle donne che con i loro movimenti davano vita a giochi di luce straordinari. La messa era in arabo e riuscivo a seguirla soltanto attraverso le azioni dei tre sacerdoti che concelebravano. Non capivo nulla, eppure mi sentivo vicino alle persone che saltavano, ballavano e cantavano. Il sorriso era sulle labbra di tutti e il profumo dell’incenso inebriava e trasmetteva una sensazione di pacata serenità. Uscii frastornato. Mi era sembrato che fosse trascorsa poco più di mezz’ora da quando eravamo entrati. La messa era invece durata quasi due ore.

Un'altra volta Padre Vantini ci venne a trovare a Karima. Aveva con sé un altare portatile e chiese se poteva celebrare la messa nel cortile della casa della missione. Donadoni glielo permise. Poco prima dell’inizio della cerimonia alcuni sudanesi si presentarono alla nostra porta. Erano soprattutto del sud. Padre Vantini aveva annunciato la sua venuta ai pochi cristiani dei dintorni ed era così riuscito a radunare una ventina di fedeli. La messa fu sobria, breve e mesta. All’epoca il Sudan era sottoposto a un regime molto rigido dal punto di vista religioso. Vigeva la sharia, la legge islamica e se a Khartoum le attività cattoliche erano tollerate, nel nord del paese si aveva la tendenza a reprimerle. Celebrando messa nella casa della missione Padre Vantini aveva sfidato l’autorità costituita, ma noi questo lo sapemmo soltanto in seguito.

L’ultima meraviglia il Sudan me la regala al momento della partenza. Ana Maria è partita nel pomeriggio, mentre Giulia e io abbiamo l’aereo alle 3. Siamo per strada quando manca ormai poco alla mezzanotte. Il problema è che non c’è neanche un taxi. Passa un’auto. Procede con cautela a causa delle buche. Ci supera, si ferma, accende gli stop e torna indietro.

Il guidatore, un giovane di una trentina di anni, ci chiede se vogliamo un passaggio per l’aeroporto. Ci sta andando anche lui con la moglie e, se vogliamo, non hanno alcun problema a portare anche noi. Gli indico il cumulo di valigie. Sorride, scende e apre il bagagliaio. È vuoto e c’è spazio a sufficienza per contenerle tutte. Durante il tragitto conversiamo con la giovane coppia. Entrambi parlano un inglese impeccabile. Scopriamo che sono giordani e che lui lavora proprio all’aeroporto. La moglie deve rientrare ad Amman perché la madre è morta all’improvviso. Porgo le mie condoglianze.

Sarebbe difficile immaginare altrove il gesto di gentilezza compiuto dai due giovani giordani. Qui però non siamo altrove, questo è il Sudan.

C’imbarchiamo dopo una lunga trafila di controlli. L’aereo comincia a rollare, imbocca la pista, accelera e poi ecco la sensazione di vuoto provocata dal distacco dal suolo. Le luci della città rimpiccioliscono veloci fuori dal finestrino. Mi rendo conto che ho appena mantenuto la promessa che mi ero fatto più di trent’anni fa. Sono tornato e stavolta parto con la certezza che tra poche settimane sarò di nuovo qui. Mi invade un senso di pienezza.

L’ostrica perlifera comincia a richiudersi a centinaia di metri di distanza sotto i miei piedi. Io però non me ne accorgo perché, vinto dalla stanchezza, già dormo.




MERAVIGLIE DAL SUDAN
Il taccuino di viaggio di Francesco Tiradritti

1. Ricomincia l'avventura
2. Una jabana a Khartoum
3. Ana sudani, ana afriki!
4. Musawwarat es-Sufra
5. Naqa
6. Meroe
7. Gebel Barkal
8. Master Chef Sudan
9. Mi scusi, professore
10. Hotel Al-Tamouda
11. El-Kurru
12. Ritorno al Gebel Barkal

Francesco Tiradritti, edizione online, 29 gennaio 2020


  • Francesco Tiradritti con un gruppo di operai nel 1984. Foto di Irene Vincentelli
  • Monumento alla «jabana», la caffettiera sudanese. Foto di Francesco Tiradritti

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