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Archeologia

Meraviglie dal SUDAN | 12. Ritorno al Gebel Barkal

Il taccuino di viaggio di Francesco Tiradritti

Il Gebel Barkal all’alba (Foto F. Tiradritti)

Avevo messo la sveglia alle 5.00, ma non ne ho avuto bisogno. Avevo già gli occhi aperti mezz’ora prima. Mi sono precipitato fuori, dopo essermi preparato in fretta.

È l’ultimo giorno della nostra permanenza a Karima e ho deciso di andare ad ammirare l’alba dalla sommità del Gebel Barkal. Non so neanch’io che cosa mi spinga a farlo. Forse il desiderio di chiudere questa mia permanenza a Karima come l’ho iniziata. I giorno del mio arrivo sono salito sull’Altura Pura al tramonto, mi sembra giusto tornarvi al sorgere del sole alla vigilia della nostra partenza.

No. Non è vero. Diciamoci la verità. In questi anni che non sono più riuscito a venire in Sudan la voglia di tornarvi è cresciuta e si è trasformata in desiderio. L’oggetto privilegiato di questa mia brama è il Gebel Barkal. L’ho fatto assurgere inconsciamente a simbolo e salirvi è alla fine diventata un’ossessione. Il sentimento che provo oggi è più simile al possesso che alla voglia di ammirare uno spettacolo della natura. È morbosità.

Come si spiega altrimenti il fatto che mi prenda la pena di raggiungerne due volte la cima nello spazio di pochi giorni? Ha un senso questa mia ascesa mattutina? Non molto, ma ho una spinta interiore che mi costringe a compierla. Devo sopire questa vera e propria smania e c’è soltanto un modo per farlo: salire in cima. L’alba è una mera scusa.

Lascio la mia cameretta dell’Al-Tamouda Hotel. Esco e traggo un profondo respiro. È l’ora che precede l’alba, la notte è al suo culmine, ha macerato al buio per ore e ora ha raggiunto piena maturazione. Spande nell’aria il suo aroma unico e irresistibile. Fresco, frizzante, profondo. È una fragranza che si respira ovunque nel mondo, ma che qui è più intensa. Speziata, inconfondibile.

Un profumo non sentito da tempo ha il potere di risvegliare ricordi sopiti. Mentre percorro il lembo di deserto che mi divide dall’edificio della portineria mi torna alla mente un altro momento simile, distante più di venticinque anni ma che si è impresso indelebile nella memoria.

Sempre a Karima. Sto dormendo in una delle camere della casa della missione archeologica dell’Università di Roma. Una musica mi trae dal sonno: la «Pastorale» di Beethoven. Stupito e straniato, ho qualche difficoltà a capire dove davvero mi trovi. Le note della sinfonia vengono da fuori.

Mi alzo, mi vesto e apro la porta. Trovo Franco Lovera, il fotografo della missione. Ha in mano una radiolina a transistor dalla quale continuano a diffondersi nell’aria le note della «Pastorale». Franco mi sorride e mi dice che aveva pensato che un po’ di musica era un bel modo per svegliarmi. Aveva cercato una stazione e ne aveva trovata una che trasmetteva Beethoven. Lo ringrazio per il pensiero e alzo gli occhi al cielo. La luce delle stelle è intensissima.

All’epoca l’elettricità non era ancora arrivata a Karima e non c’era illuminazione artificiale a offuscarne il chiarore. Torno in camera e mi preparo. Tra poco passerà il lorry che mi riporterà a Khartoum dove sono costretto a rientrare in anticipo. Sto per iniziare uno dei viaggi più lunghi e più intensi della mia vita, ma non lo so ancora.

Vengo distolto dai miei pensieri e riportato al presente dal cinguettio frenetico e cacofonico dei passeri che affollano i rami degli alberi davanti all’hotel. Attraverso la strada e mi dirigo verso il punto dove so che si trova il Gebel Barkal. Malgrado la luna sia allo zenit, non riesco ancora a distinguerne la forma. La luce è comunque sufficiente per avanzare nel deserto senza utilizzare la torcia del telefonino.

Intuisco alcune forme in movimento in lontananza. Una torma di cani. Saranno una decina. Mi do dello stupido. Non avevo pensato a un’evenienza del genere. I migliori amici dell’uomo possono dimostrarsi molto aggressivi quando si aggirano in branco di notte. Mi fermo e aspetto. Una folata di brezza mi rivela che la mia preoccupazione è inutile. Mi trovo controvento e i cani non si accorgono della mia presenza. Continuano a inseguirsi l’un con l’altro allontanandosi in direzione delle ultime case di Karima. Riprendo a camminare.

Il cielo a est comincia a schiarirsi e la sagoma del Gebel Barkal si delinea, nera contro il nero della notte, davanti ai miei occhi. Un muezzin prende a cantare e ben presto molti altri lo imitano. L’aria si riempie ben presto delle loro voci. Un vento leggero le afferra e le miscela in una dissonante armonia che si srotola e avvolge tutto. È il richiamo alla preghiera che precede di mezz’ora l’alba. I canti dei muezzin si spengono in lontananza e vengono sostituiti da quelli dei galli. Mi devo affrettare se voglio raggiungere la sommità del gebel al momento del sorgere del sole.

Ne raggiungo le pendici quando il cielo a est comincia ad aprirsi in una striscia di luce arancione intenso. Il vento leggero e fresco si rinforza. È la notte che fugge davanti all’incalzare dell’alba. Stavolta conosco la strada e l’ascesa è più agevole. Le lunghe ore trascorse a camminare nel deserto mi hanno rimesso un minimo in forma e sono costretto a fermarmi meno volte per riprendere fiato.

Il sole fa capolino all’orizzonte quando sono arrivato quasi in cima e finisce di spuntare proprio mentre raggiungo la sommità del gebel. Che sincronia perfetta! Lungo il bordo orientale del pianoro vengo accolto dal garrire delle rondini che volano verso la parete rocciosa, s’innalzano, cabrano, virano e si precipitano fino a sfiorare il deserto.

La vista è magnifica. Il sole irrompe e comincia a lambire il deserto sottostante dove giacciono i resti dell’antica Napata, la potente capitale del regno di Kush. Anche da quest’altezza le rovine del Tempio di Amon appaiono imponenti. Si protendono verso la striscia di coltivazioni e il Nilo proprio quasi in linea con i raggi del sole che illuminano ormai i piloni e i cortili, le colonne e gli altari. Numerosi sovrani egizi e nubiani contribuirono alla costruzione e all’ampliamento di questo santuario che per oltre un millennio rappresentò uno dei centri di culto più importanti a sud di Luxor.

A sinistra del Tempio di Amon si trova il Palazzo di Natakamani dove ho lavorato nel 1984 con la missione dell’Università di Roma. Anche da questa distanza riesco a scorgere alcune figure vestite di bianco che si aggirano in corrispondenza di quello che era un tempo l’accesso occidentale. Sono gli operai che aspettano di essere assunti dagli archeologi dell’Università «Ca’ Foscari» di Venezia. La missione, diretta da Emanuele Ciampini, prosegue gli scavi del monumento cominciati più di quarant’anni fa da Sergio Donadoni.

La presenza italiana al Gebel Barkal è notevole. Nostri connazionali sono infatti anche i restauratori che lavorano al Tempio di Mut, la sposa divina di Amon, che si trova a destra di quello del consorte. Nei giorni scorsi sono riuscito a visitarlo e l’intervento fatto sotto l’egida dell’Istituto Superiore per la Conservazione e il Restauro di Roma è davvero encomiabile. I lavori sono ancora in corso, ma la maggior parte dei rilievi dipinti voluti da Taharqo (690-664 a.C.) sono già stati puliti e consolidati.

Riprendo la mia passeggiata sul pianoro e mi avvicino al pinnacolo di roccia nel quale gli antichi avevano visto un ureo, il cobra simbolo del potere faraonico. Il rischio di cadere nel vuoto è abbastanza alto e faccio molta attenzione. Raggiungo un punto da dove si distinguono bene i fori che ospitavano un tempo i supporti per l’impalcatura in legno che univa il pianoro al pinnacolo.

All'inizio degli anni Novanta del XX secolo Timothy Kendall, un sudanologo americano, cominciò a sostenere che sulla parete rocciosa del pinnacolo rivolta verso i templi vi fosse incisa un’iscrizione geroglifica. La sua teoria suscitò non poca incredulità tra i colleghi che non mancarono di prendersene gioco. La sorpresa fu quindi enorme quando Kendall riuscì a portare un alpinista a Gebel Barkal che, dopo aver raggiunto la vetta del pinnacolo, dimostrò senza ombra di dubbio la presenza di un’iscrizione a nome del sovrano nubiano Taharqo. Un tempo era ricoperta da una lamina d’oro che ogni mattina si illuminava al sorgere del sole.

Il sole è ormai alto e mi dirigo verso la punta settentrionale della spianata, dove non ricordo di essermi mai spinto. Nel cielo appaiono d’improvviso alcuni falchi. Prima una coppia, poi un terzo e infine un quarto. Volteggiano sopra la mia testa compiendo ampi giri. Mi osservano. Quando mi fermo al punto di riferimento geografico che segna la parte più alta del pianoro spariscono. Riprendo il mio cammino e raggiungo l’estremità settentrionale della spianata.

Mentre scatto alcune fotografie al gruppo di piramidi a ovest ho come la sensazione che qualcuno mi stia osservando. Distolgo lo sguardo dall’obiettivo e mi rendo conto che non si tratta soltanto di un’impressione. Sopra la mia testa volteggia un numero consistente di falchi. Cerco di contarli, ma non ci riesco perché volano troppo veloci. Sono però sicuramente più di una decina. Ce l’hanno di sicuro con me.

Volano sempre più basso e un paio arrivano anche a fingere un attacco. Si buttano in picchiata e quando sono a non più di quattro metri di distanza frenano la caduta all’improvviso sbattendo freneticamente le ali. Sono talmente vicini che riesco a vedere i loro occhi. Neri, malvagi e minacciosi. Il cielo sembra pieno di falchi che con il passare del tempo abbassano sempre di più l’altezza del loro volo.

Il segnale è chiaro. Mi sono avvicinato troppo ai nidi. Mi allontano con l’animo inquieto. I falchi diminuiscono di numero. Ora che ho messo un po’ di distanza tra me e loro posso ammirare il loro maestoso volare contro il cielo azzurrissimo del mattino. A un tratto, molto semplicemente, spariscono.

Raggiungo il sabbione e mi precipito a valle di nuovo pieno della gioia infantile che avevo provato pochi giorni or sono. Alla fine della corsa, mentre svuoto la sabbia dalle scarpe, scorgo una volpe che si allontana lungo la parete rocciosa. Sarà distante non più di dieci metri. Si ferma e mi osserva per qualche istante, le lunghe orecchie dritte e attente. Ha gli stessi colori delle pietre e quando riprende a trotterellare sparisce ben presto dalla mia vista.

Squilla il telefonino. È Abdalhai. Mi chiede dove sono e mi dice che mi stanno venendo a prendere con il pulmino. Mi recuperano quando sono quasi alle piramidi. Raggiungiamo Marawi. Il tempo di una jabana calda e qualche zalabia ed eccoci di nuovo a passeggio per il deserto a mappare tumuli. L’ultimo giorno di lavoro è cominciato.



MERAVIGLIE DAL SUDAN
Il taccuino di viaggio di Francesco Tiradritti

1. Ricomincia l'avventura
2. Una jabana a Khartoum
3. Ana sudani, ana afriki!
4. Musawwarat es-Sufra
5. Naqa
6. Meroe
7. Gebel Barkal
8. Master Chef Sudan
9. Mi scusi, professore
10. Hotel Al-Tamouda
11. El-Kurru
12. Ritorno al Gebel Barkal

Francesco Tiradritti, edizione online, 17 gennaio 2020


  • Le piramidi del Gebel Barkal (Foto F. Tiradritti)
  • Le rovine del Tempio di Amon al Gebel Barkal inondate dai primi raggi del sole (Foto F. Tiradritti)

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