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Archeologia

Meraviglie dal SUDAN | 11. El-Kurru

Il taccuino di viaggio di Francesco Tiradritti

Resti della piramide di Piankhy a El-Kurru (Fotografia F. Tiradritti)

Le caffetterie in Sudan si assomigliano un po’ tutte. Una piccola stanza annerita dal fumo con un bancone dietro il quale armeggia il padrone e una tettoia sotto la quale sono disposti in modo più o meno ordinato bassi sgabelli o panche utilizzati alternativamente per sedersi o per poggiarvi i vassoi con jabana, tè e karkadè. Di fronte la strada o la piazza dove persone si incontrano e salutano. Il modo in cui lo fanno è particolare. Si scambiano una serie di leggeri colpi con la mano destra sulla spalla sinistra chiedendosi vicendevolmente come stanno, come sta la famiglia, come stanno gli amici e così via.

Il profluvio di convenevoli può anche durare a lungo. Non l’ho mai chiesto, ma credo che il tempo impiegato nel salutare sia direttamente proporzionale all’importanza della persona o all’affetto che per questa si prova. Anni fa mi è capitato di assistere all’incontro di due delegazioni di professori. Il momento dei saluti si è protratto per alcuni minuti. Tutti si battevano vicendevolmente le spalle in un mormorio continuo e sommesso molto più simile alla recitazione di una litania che a uno scambio di convenevoli.

La stessa scena si è ripetuta tra Abdelhai e un giovane vestito all’occidentale che ci ha raggiunto nella caffetteria di Nuri dove ci trovavamo. Abdelhai me lo ha poi presentato. Si chiama Yussef e fa il maestro elementare. È appassionato di storia locale e non appena aveva saputo che Abdelhai era in zona lo aveva cercato perché voleva mostrargli alcuni tumuli che aveva individuato tra le case del villaggio che sorge a non molta distanza dalle piramidi.

Visto che dovevamo ancora aspettare i permessi per effettuare la ricognizione nel terreno sotto giurisdizione militare, abbiamo deciso di andare subito a darci un’occhiata. Abbiamo finito di bere i nostri caffè e tè e siamo risaliti sul pulmino con Yussef come guida. Aveva ragione. Nelle strade e nelle piazze del villaggio sono visibili molti rilievi circolari che rivelano la presenza di tombe a tumulo. Uno risulta tagliato da un basso muro, altri sono invece inglobati nei muri di cinta delle case. Il sole è però troppo alto ed è impossibile ottenere buone fotografie. Decidiamo perciò di tornare al mattino presto o al tramonto di una delle prossime giornate.

Le attività di ricognizione sono abbastanza pesanti. Si tratta di camminare attraverso ampi lembi di deserto per centinaia e centinaia di metri. Il sole batte forte e non vi è la possibilità di alcun riparo. In questa fase preliminare del progetto si tratta soprattutto di esaminare i tumuli già individuati dalle antichità sudanesi cercando di capire l’entità del lavoro che ci aspetta. In certe aree le sepolture sono raggruppate a decine a non molta distanza le une dalle altre. In superficie si presentano come rilievi sabbiosi di forma circolare e dalle dimensioni variabili.

Alcune sono visibili anche a decine di metri di distanza. Raggiungono quasi i due metri di altezza e dovrebbero essere quelle appartenenti a persone di un certo riguardo. Soltanto poche mostrano chiare tracce di scavi clandestini. Nella maggior parte dei casi le azioni di disturbo sembrerebbero essere state limitate a portare via le pietre della sovrastruttura per riutilizzarle come materiale da costruzione altrove. In un territorio dove per chilometri e chilometri si vede soltanto deserto anche un pezzo di roccia acquista un grande valore.

Al ritorno da una delle nostre ricognizioni passiamo a visitare El-Kurru, il sito dove si fecero seppellire i sovrani e le regine kushiti vissuti tra l’XI e il VII secolo a.C. La necropoli è di estremo interesse perché documenta l’evoluzione nello stato nubiano in questo lasso di tempo attraverso lo sviluppo dei monumenti funerari. Le quattro tombe più antiche sono a tumulo e dovevano perciò ospitare personaggi dotati di una qualche autorità che però doveva essere limitata in ambito regionale. Quelle successive hanno una struttura più complicata. All’inizio vi è l’aggiunta di un muro di cinta. La trasformazione interessa successivamente anche il monumento funerario: il tumulo sparisce e si trasforma in un parallelepipedo che ricorda le sepolture a mastaba tipiche dell’Antico Regno egizio.

Il cambiamento riflette l’aumento nei contatti con il vicino settentrionale e la progressiva «egittizzazione» della civiltà kushita, un processo culturale che ebbe luogo tra il X e l’VIII secolo a.C. insieme al progressivo aumento di potere dei sovrani nubiani. Le sepolture più recenti di El-Kurru appartengono al periodo in cui Piankhy (753-723 a.C.), e forse già anche i suoi predecessori, riuscirono a espandersi a nord creando uno stato unificato che andava dal Sudan settentrionale fino al Delta egiziano. Oggi sono ridotte a cumuli di detriti, un tempo avevano la forma di piramidi in tutto e per tutto identiche a quelle egizie.

Di quelle della regina Qalhata, sposa di Shabaqo (722-707 a.C.), e di Tanutamani (664-655 a.C.), ultimo sovrano kushita ad avere regnato sull’Egitto, sono visitabili anche le camere funerarie nelle quali si scende percorrendo una lunga e ripida scalinata. La decorazione di entrambe è molto simile e rappresenta un raro esempio della pittura di questo periodo. L’esecuzione deve essere attribuita a artisti di origine egiziana o comunque fortemente influenzati da questa cultura.

Anche il repertorio figurativo è ispirato a quello egizio e prevede una selezione di scene tratta dai repertori funerari di questa civiltà. Le pitture sono realizzate facendo uso di una tavolozza di colori molto limitata nella quale predomina il bianco. Le figure sono dipinte in rosso, giallo e nero. Sui soffitti stellati permangono ancora tracce di azzurro, pigmento molto più fragile di quelli a base terrosa e perciò deterioratosi in modo consistente nel corso del tempo.
La visita della necropoli di El-Kurru è un momento sottratto alle attività di ricognizione che si protraggono per giorni ripetendosi in modo abbastanza monotono.

Nel corso delle nostre passeggiate tra i resti dei tumuli abbiamo modo di incontrare i notabili dei villaggi che con la loro espansione minacciano i siti archeologici. Sono molto contenti di vederci all’opera. La nostra presenza significa che gli scavi cominceranno a breve fornendo loro la possibilità di costruire le case di cui la popolazione in continua crescita ha estremo bisogno. Anche per noi prioritario trovare una residenza da utilizzare come base per le attività di ricerca. Ibrahim, il sindaco del villaggio di El-Dibeiba, ci aiuta in questa nostra ricerca e ce ne indica una che potrebbe confarsi alle nostre esigenze. Appartiene a un suo conoscente ed è composta da tre stanze unite l’una all’altra da ampi portici.

La visitiamo al tramonto e, malgrado sia poco più di uno scheletro di casa, trovo che potrebbe essere trasformata in un’ottima sede per la missione archeologica che ho intenzione di impiantare. Mancano sia la cucina sia i bagni. Meglio. Avremo l’opportunità di costruirli a seconda delle nostre esigenze. Decido di prenderla e contrattiamo brevemente il prezzo dell’affitto annuale. Una stretta di mano e l’affare è fatto, le carte le firmeremo la prossima volta quando spero di potere cominciare a realizzare i lavori di adattamento necessari. Saremo costretti a risiedere ancora all’Al-Tamouda, ma l’idea non mi dispiace affatto. Comincio ad abituarmi alla mia stanzetta, spartana ma con tutto il poco di cui ho bisogno per vivere da queste parti.

Al tramonto del penultimo giorno dei nostri andirivieni attraverso il deserto sudanese incappiamo nell’unico vero problema di questa breve campagna di ricognizione. Mentre ci aggiriamo tra le case di Nuri alla ricerca dei tumuli indicatici nei giorni precedenti da Yussef veniamo avvicinati da un tizio in jalabeya (tipico vestito sudanese) che senza qualificarsi afferma che non abbiamo il diritto di scattare fotografie. Non è vero, perché abbiamo tutti i documenti in regola e glieli mostriamo. Il tizio appare però irremovibile. Abdelhai e Taha cominciano a discuterci.

Cerco di calmarli mentre osservo il sole che scivola veloce dietro i muri in mattone crudo delle case. Non ci riesco. Sono davvero arrabbiati. Abdelhai chiede i documenti al tizio che si scopre essere un militare fuori servizio. Questo manda ancora di più in bestia Abdelhai e Taha. Soltanto dopo molti sforzi e con l’aiuto dell’autista riesco a farli smettere. Purtroppo il villaggio è ormai avvolto nella penombra del crepuscolo e l’obiettivo di una macchina fotografica non riesce più a distinguere i resti dei tumuli dal terreno circostante. Siamo costretti ad andarcene con un magrissimo bottino documentario.

Di ritorno verso l’albergo Abdelhai e Taha mi spiegano che il militare è un nostalgico del vecchio regime di Bashir e che non si è reso conto di quanto il Sudan sia cambiato. In questa mia permanenza ho avuto modo di percepire questo mutamento. L’ho trovato soprattutto nell’atteggiamento delle persone. Tutti appaiono più allegri e rilassati. C’è molta voglia di ritrovarsi insieme per decidere il proprio futuro e quello del paese.
Quando ero a Khartoum ho dovuto aspettare la fine di una riunione dei dipendenti delle antichità nella quale si doveva discutere un documento che avrebbe dovuto garantire una maggiore trasparenza amministrativa alla National Corporation of Antiquities and Museums. Nel giardinetto antistante l’Hotel Al-Tamouda ho invece assistito all’incontro tra rappresentanti dei sindacati e dei partiti di Khartoum con quelli di Karima. Che le parole “partito” e “sindacato” possano ora essere declinate al plurale è in questo paese una grande conquista.

Il Sudan sta cambiando e lo fa con la discrezione tipica della sua gente. Ero a Khartoum nel marzo scorso quando la rivoluzione che ha portato al rovesciamento decennale del regime di Bashir era ancora agli inizi. Non mi ero accorto quasi di nulla, eppure gli scontri tra polizia e manifestanti erano già cominciati. Me ne ero reso conto soltanto quando ero andato a trovare Taha a casa sua. Uno dei suoi fratelli era a letto perché gli avevano spezzato una gamba in una delle proteste. Sorrideva tranquillo come se se la fosse rotta cadendo dagli sci.

Quella che si respira oggi in Sudan è la voglia di dare un nuovo corso alle cose. Ho molta fiducia per il futuro del paese.

Taha e Abdelhai sono davvero arrabbiati per come il militare si è comportato. Li consolo dicendo che quando decideremo di cercare tumuli tra le case di Nuri, cominceremo a scavare proprio nel suo cortile. Se poi, dopo avere fatto una profonda buca, non troveremo nulla, potremo sempre giustificarci dicendo che non abbiamo potuto studiare preventivamente il sito perché non avevamo foto a nostra disposizione. Il pulmino si riempie delle risate contagiose dei miei due amici mentre l’ultima luce del tramonto sparisce al di là dei palmenti della riva occidentale del Nilo. Domani è il nostro ultimo giorno di lavoro sul campo.



MERAVIGLIE DAL SUDAN
Il taccuino di viaggio di Francesco Tiradritti

1. Ricomincia l'avventura
2. Una jabana a Khartoum
3. Ana sudani, ana afriki!
4. Musawwarat es-Sufra
5. Naqa
6. Meroe
7. Gebel Barkal
8. Master Chef Sudan
9. Mi scusi, professore
10. Hotel Al-Tamouda
11. El-Kurru
12. Ritorno al Gebel Barkal

Francesco Tiradritti, edizione online, 10 gennaio 2020


  • Particolare della decorazione della Tomba di Tanutamani a El-Kurru (Fotografia F. Tiradritti)
  • Particolare della decorazione della Tomba della regina Qalhata a El-Kurru (Fotografia F. Tiradritti)

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