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Meno artisti, più donne che uomini, minoranze, muri

Sono i temi della 58ma edizione della Biennale di Venezia, dall'11 maggio al 24 novembre

Alex Da Corte, «Rubber Pencil Devil», 2018 (particolare). Courtesy of the artist, Karma, NY and Gio Marconi, Milan

Venezia. Sono 80 gli artisti selezionati per la prossima edizione, la 58ma, della Mostra Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, in programma dall’11 maggio al 24 novembre.

È un numero contenuto rispetto ad altri edizioni, ma c’è un motivo. Alcuni artisti saranno presenti in entrambi gli spazi espositivi (quello del padiglione centrale ai Giardini, e l’altro alle Corderie dell’Arsenale): al curatore il compito di trovare la giusta collocazione delle opere. L’altra osservazione è la giovane età dei partecipanti (nati a partire dagli anni ’70 in poi, fatta qualche debita eccezione, ivi compresa una veterana come Rosemarie Trockel).

Provenienze degli artisti soprattutto New York, Los Angeles, Londra e Berlino, ma con la partecipazione anche di artisti dell’India, indonesiani e, naturalmente, cinesi. Due le presenze italiane: Lara Favaretto, performer e videoartista e Ludovica Carbotta, classe 1982, che lavora a Barcellona. Sua l’indagine sulle relazioni che si stabiliscono o, al contrario, si escludono nell’ambito del tessuto urbano.

Ultima osservazione: per la prima volta nella storia, ormai ultracentenaria, della Biennale la presenza femminile è prevalente: 42 donne contro 38 uomini. Quanto alle tecniche, molte le contaminazioni, mutuate dai social media e dal prevalere dell’elettronica. Tutto questo è emerso nella conferenza del 7 marzo, presenti Paolo Baratta quale presidente dell’ente, nella ricorrenza dei suoi vent’anni di questa carica, e Ralph Rugoff curatore.

Il titolo, già annunciato in precedenza, è «May You Live in Interesting Times». Può essere interpretato in senso catastrofico, chiosa Baratta, «ma noi preferiamo un’accezione positiva, quale quella di cogliere i problemi nella loro complessità, in controtendenza circa l’eccesso di semplificazione». All’insegna di «Aperto» come nella tradizione della Biennale a partire dalle due edizioni curate da Harald Szeemann. E con i visitatori, in crescita costante, quali protagonisti.

Da parte sua Ralph Rugoff sottolinea come la mostra si concentrerà su quegli artisti che osservano la realtà da diversi punti di vista e che sanno dare significati alternativi a ciò che noi prendiamo come dati di fatto, in un mondo che è aperto alla comunicazione più ampia e, contemporaneamente, è connotato dalla disinformazione.

Questa Biennale è anche costellata da ben 21 eventi collaterali, tra i quali si segnalano l’antologica di Georg Baselitz alle Gallerie dell’Accademia e quella dedicata a Philippe Parreno nello spazio Louis Vuitton, nonché la retrospettiva di Pino Pascali alle Zattere. Quanto alle partecipazioni nazionali sono ben 90, con l’esordio dell’Algeria, del Ghana, del Madagascar e del Pakistan.

Anche in questo caso si registra una cura dimagrante per quanto concerne il numero di artisti, con la monografica di Laure Prevost nel padiglione francese, di Natascha Sadr Haghighian (sotto lo pseudonimo di Natasha Süder Happelmann) per la Germania, di Cathy Wilkes per  la Gran Bretagna e di Martin Puryear per gli Usa. Lo stesso snellimento è previsto anche per il Padiglione Italia, a cura di Milovan Farronato. Enrico David, Liliana Moro e Chiara Fumai i prescelti. Ma la conferenza stampa ad hoc è prevista per la prossima settimana.

Lidia Panzeri, edizione online, 8 marzo 2019


  • Ralph Rugoff e Paolo Baratta. Foto Andrea Avezzù. Courtesy of La Biennale di Venezia

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