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Mostre

McCullin: una carriera lunga sessant'anni

250 opere del fotografo in una retrospettiva ospitata dalla Tate Britain

«Seaside pier on the south coast, Eastbourne, UK», anni ’70, di Don McCullin

Che siano quelle del conflitto in Vietnam, delle zone industriali di Durham e Bradford, dei villeggianti a Eastbourne, nelle immagini di Don McCullin c’è sempre una luce cruda, persino nei paesaggi del suo Somerset, dove vive. Un’inquietudine che si porta dentro dagli slum di Finsbury Park, il quartiere dove nasce nel 1935 in una famiglia operaia.

Perso il padre, appena quindicenne si impiega nelle ferrovie e dopo un’adolescenza difficile entra nella Raf dove nel 1956 è assistente fotografo durante la crisi di Suez. Quando torna a Londra con una reflex Rolleicord, comincia a riprendere la comunità dove è cresciuto.

Nasce qui il ritratto della gang The Guv’nors pubblicato dall’«Observer», che dà il via a una carriera lunga sessant’anni. Sono stampate dall’autore le 250 opere di «Don McCullin», la retrospettiva che la Tate Britain (dal 5 febbraio al 18 settembre) dedica al pluripremiato reporter. Curato da Simon Baker con Shoair Mavlian e Aïcha Mehrez, il percorso va dai Guv’nors a oggi, dimostrando la ricchezza di un lavoro cui vanno strette le definizioni, «Qualunque cosa io faccia mi chiamano fotografo di guerra, dice, ma io rifiuto il termine, è riduttivo».

Con lo sguardo lucido e amaro, allenato da una rabbia politica che non invecchia, McCullin percorre oltre mezzo secolo di storia puntando l’obiettivo sia sui fronti bellici sia su quelli sociali, e firmando immagini diventate icone. Indimenticabili i fumi delle ciminiere di Hartlepool con l’uomo che cammina verso la fonderia; la miseria nell’East End con la maschera scura del senzatetto di Whitechapel; la guerriglia a Londonderry; la tragedia del Vietnam negli occhi del marine sotto shock; la fame in Biafra della madre scheletrica con il figlio al seno; e ancora, gli scontri in Libano, Bangladesh, Congo, Cipro, Uganda, Cambogia, Giordania, Iraq.

Dopo il contratto con l’«Observer» ottenuto nel 1961 per il reportage su Berlino, nel 1966 passa al «Sunday Times Magazine» che lascia nel 1984. Da qui il bisogno di una tregua lo spinge verso la campagna inglese e la natura morta, vedute solitarie in cerca di una quiete che però non sa dimenticare l’orrore. In chiusura «Southern Frontiers», dove gli orizzonti della guerra si mescolano al paesaggio, da Palmira ai resti romani in Nordafrica, al Medio Oriente (catalogo Tate). Fino al 26 aprile, anche la Hamiltons Gallery celebra l’autore con « Don McCullin: Proximity», che raccoglie una selezione di rare vintage risalenti agli anni Cinquanta, e provenienti dal suo archivio personale.

Chiara Coronelli, da Il Giornale dell'Arte numero 394, febbraio 2019


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