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MAST industria e lavoro (abiti compresi)

La Fondazione della famiglia Seràgnoli ha l’obiettivo puntato sulla fotografia. Il curatore Urs Stahel illustra i progetti futuri

Giovani visitatrici alla mostra «Anthropocene», allestita fino al 5 gennaio nella Fondazione MAST

Bologna. Nel 2013 è stata creata la Fondazione MAST, un’istituzione che mira a unire i mondi dell’arte e dell’industria. Abbiamo intervistato Urs Stahel, curatore sin dalle origini della PhotoGallery e della Collezione, per fare un bilancio sulle iniziative di questi sei anni.

Qual è lo scopo culturale e quali sono le principali attività del programma di MAST?

La Fondazione MAST, Manifattura di Arti, Sperimentazione e Tecnologia, è un’istituzione culturale non profit che promuove progetti di innovazione sociale e welfare aziendale per le imprese del Gruppo Coesia, aperti al territorio e alla collettività. Si configura come un luogo di condivisione, sperimentazione e partecipazione intergenerazionale dove la fotografia dell’industria e del lavoro è parte della missione primaria. La PhotoGallery di MAST è uno spazio espositivo che vede alternarsi, ogni quattro mesi, esposizioni tematiche e progetti monografici, mostre storiche e proposte di autori contemporanei, tratte dalla Collezione MAST o provenienti da altri archivi, istituzioni internazionali, collezioni private. Ogni mostra è accompagnata da un programma di incontri con i protagonisti del mondo della fotografia, talk, proiezioni, rassegne cinematografiche, concerti, laboratori per bambini e ragazzi, legati ai temi trattati. Dal 2013 sono curatore della PhotoGallery e della Collezione. L’idea centrale che guida la scelta delle mostre è quella di proporre l’opera di artisti straordinari che hanno fatto la storia della fotografia dell’industria e del lavoro o artisti contemporanei che offrono nuove prospettive in questo ambito. Con mostre tematiche come «La forza delle immagini», «Pendulum-Merci e persone in movimento» e «Industry Now», abbiamo intrecciato il dibattito sulla fotografia con quello sull’evoluzione dell’industria. Vorrei inoltre ricordare la Biennale Foto/Industria, allestita in luoghi storici di Bologna e al MAST che quest’anno ha visto la direzione artistica di Francesco Zanot, che ha portato avanti il progetto della Biennale iniziato con successo nel 2013 da François Hébel.

Bologna è una città che negli ultimi anni ha vissuto un grande risveglio culturale. C'è un dialogo tra la Fondazione e le altre istituzioni cittadine?

Molte delle nostre iniziative e attività sono organizzate con le istituzioni pubbliche e private della città. Foto/Industria, per esempio, è stata allestita in palazzi storici e musei di Bologna grazie alla collaborazione delle principali istituzioni ed enti cittadini, così come il ricco programma di eventi collaterali della Biennale è stato pensato e realizzato in sinergia con diverse realtà culturali. Sul fronte delle attività educative, sia in occasione di «Anthropocene» in corso al MAST fino al 5 gennaio, che ha visto la partecipazione di migliaia di studenti sia in occasione di Foto/Industria, la Fondazione MAST ha avviato percorsi di visita e laboratori sulle mostre destinati alle scuole primarie e alle scuole secondarie di I e II grado in collaborazione con il Comune di Bologna e l’Ufficio scolastico regionale.

La Fondazione MAST, caso forse unico al mondo, possiede anche una collezione esclusivamente di fotografie dell’industria e del lavoro. Vi sono dei nuclei tematici e in quale direzione volete crescere?

La raccolta della Fondazione conta oggi oltre cinquemila opere, soprattutto fotografie ma anche video e volumi ed è in continua espansione. La fotografia e in particolare quella dedicata all’industria e al lavoro consente un approccio «curioso» permettendo così di raccogliere fotografie storiche ma anche contemporanee, opere di artisti celebri e sconosciuti, lavori singoli e seriali o album contenenti decine, a volte centinaia di scatti. Ci interessa documentare l’intera catena produttiva e creativa, partendo dalle fotografie di miniere, dell’industria pesante e meccanica, per arrivare a quelle del prodotto finito, dell’industria tessile, chimica, alimentare e dei servizi. Le fotografie di stabilimenti, macchinari, strumenti e utensili si affiancano a quelle che ritraggono operai, impiegati, tecnici e dirigenti. Con la nostra collezione, cerchiamo di fornire una panoramica dell’industria e della sua evoluzione verso il work 4.0, il futuro del lavoro.

Un vostro punto focale è la ricerca fotografica contemporanea, tanto che avete istituito un premio dedicato ai giovani autori. Che cosa può dirci in proposito?

È proprio dal premio che è nato l’interesse di Isabella Seràgnoli per la fotografia. Il concorso esiste già da dodici anni, prima con il nome GD4PhotoART, oggi come MAST Foundation for Photography Grant on Industry and Work. Indetto ogni due anni e rivolto ai fotografi della nuova generazione, mira a documentare e promuovere la ricerca sull’immagine dell’industria e le trasformazioni che determina nel tessuto sociale e nell’ambiente circostante, nonché sul ruolo del lavoro nello sviluppo economico e produttivo. Ormai alla sesta edizione, il concorso consente ai cinque fotografi finalisti di realizzare un progetto e di esporre la propria opera nella PhotoGallery del MAST. A una giuria è demandato infine il compito di eleggere il vincitore. Due anni fa il premio è stato assegnato ex-aequo alla canadese Sara Cwynar e al giapponese Sohei Nishino.

Dopo un’altra brillante edizione di Foto/Industria, quali saranno le vostre prossime mostre?

All’interno della quarta edizione di Foto/Industria, ho curato l’esposizione «Anthropocene» al MAST dove a gennaio verrà allestita una mostra su ciò che indossiamo per lavorare, dalle tute blu ai colletti bianchi, dall’uniforme militare alla divisa da hostess, fino alla trasgressione dell’antiuniforme degli artisti. A maggio esporremo i progetti dei cinque giovani finalisti del MAST Foundation for Photography Grant: Alinka Echeverría, Maxime Guyon, Aapo Huhta, Pablo López Luz e Chloe Dewe Mathews.

Walter Guadagnini, da Il Giornale dell'Arte numero 403, dicembre 2019


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