Massimo Luccioli chiama a raccolta gli dèi etruschi dell’argilla

Da Aleandri Arte Moderna una personale dello scultore tarquiniese

Un particolare di «Grande paesaggio» di Massimo Luccioli
Franco Fanelli |  | Roma

Benché l’appellativo di «sciamano» sia elargito con sin troppa generosità ad alcuni artisti contemporanei, per altri quel ruolo, e quel potere, rappresentarono una sorta di destino. Fu così per il cileno Sebastián Matta, inquieto nomade capace di innestare la cultura precolombiana nello «Zeitgeist» surrealista del primo ‘900, con esiti decisivi sull’Espressionismo astratto durante il suo transito a New York. Ci voleva uno sciamano, poi, per chiamare a raccolta gli dèi etruschi dell’argilla, vaganti fra i tumuli e i dipinti parietali di Tarquinia, che divenne residenza definitiva e si direbbe inevitabile di Matta negli anni Sessanta.

È nella sua cerchia che il tarquiniese Massimo Luccioli (1972) può rivendicare la sua discendenza culturale dal genius loci della Tuscia, intraprendere gli studi in Accademia a Roma (alla scuola di un altro visionario come Alberto Ziveri) e individuare nel nero del bucchero, la tradizionale tecnica di cottura etrusca, e nel culto alchemico degli ossidi il suo linguaggio artistico.

Luccioli è ora, dal 9 giugno (inaugurazione alle 18,30) al 16 luglio nella galleria Aleandri Arte Moderna, in piazza Costaguti, nel cuore del Ghetto di Roma, due anni dopo il passaggio in quelle sale di un altro artista autenticamente sciamano, Enzo Cucchi. Mario Finazzi, autore di uno dei testi in catalogo, sottolinea la potente valenza pittorica delle opere in mostra, «fogli» terrosi percorsi da impronte e addizioni segniche che rimandano all’impetuosità della scrittura automatica surrealista, ma anche alla discendenza dal linguaggio gestuale informale.

Dai «Depositi piovani» che danno il titolo a questa personale, Luccioli estrae la materia con cui dà forma a rilievi astratti e a composizioni che rimandano a misteriose, deposte e ora rinnovate, funzioni, quasi reperti desunti da un civiltà che reclama la sua persistenza ora in forma di maschera, ora di scudo, ora di altare. La cottura detta «a riduzione d’ossigeno» combinata con il bucchero conferisce a queste opere un’inconfondibile cromia, la cui intensità è riecheggiata nei toni del turchese e della terra rossa, dei pigmenti letteralmente «coagulati» e sedimentati di sei grandi acquerelli.

Opere commentate in catalogo nelle interviste con un altro scultore, Nino Calandrini, e con lo stesso autore, mentre Francesco Paolo del Re offre uno studio sugli Etruscu Ludens, la comunità fondata da Matta a Tarquinia.

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