Martin Parr, artista curatore nella città meneghina

Al Mudec la produzione pluridecennale del fotografo inglese: un’indagine sociologica e antropologica delle classi svantaggiate viste attraverso la lente di una (spesso feroce) ironia

«La torre pendente Italia» (Pisa, 1990) da «Small World» di Martin Parr. © Martin Parr/Magnum Photos
Ada Masoero |  | Milano

Nella duplice veste di protagonista e di curatore, Martin Parr (UK, 1952) presenta a Milano, al Mudec Photo, la sua personale «Short & Sweet» (dal 10 febbraio al 30 giugno). Al suo fianco, Magnum Photos, con cui il Museo delle Culture ha stretto dal 2022 il sodalizio da cui sono scaturite le mostre di Henri Cartier-Bresson e Robert Capa. Prodotta da 24 Ore Cultura-Gruppo 24 Ore e promossa da Comune Milano-Cultura, la personale esibisce 60 immagini scelte dall’autore, accostate a un nucleo di fotografie di «Common Sense» (1995-1999), il progetto che lo ha reso definitivamente famoso. E, a commento, un’intervista inedita di Roberta Valtorta in cui si ripercorre la sua vita di fotografo.  
«Common Sense» (1995-99) di Martin Parr. © Martin Parr/Magnum Photos
Anche le immagini scelte da Parr per la mostra rileggono per intero il suo percorso: si parte con le fotografie in bianco e nero della serie «The Non-Conformists» (1975-80), le prime delle quali scattate a 23 anni insieme alla futura moglie Susie Mitchell, quand’era appena uscito dalla scuola d’arte. Al centro del progetto sono le cappelle metodiste e battiste dei Non Conformisti, gruppi di fedeli molto diffusi nello Yorkshire: operai, minatori, agricoltori, tutti fieramente avversi alla religione anglicana. Perché questa è la cifra dominante della fotografia di Parr: l’indagine sociologica e antropologica delle classi svantaggiate, cui lui guarda con una partecipazione mista a una (spesso feroce) ironia.

La famigliola in vacanza a New Brighton (la spiaggia a buon mercato di Liverpool), che fa un picnic in strada tra cartacce e spazzatura, come la gran pancia pelosa, in primissimo piano, di un bagnante a Benidorm, in Spagna, altra meta di vacanze economiche, sono esempi manifesti del suo sguardo sulle scelte aspirazionali di classi impoverite dalla crisi, cui Parr guarda non senza cinismo ironico.
«Sigaretta» da «Common Sense» (1995-99) di Martin Parr. © Martin Parr/Magnum Photos
La prima delle due fa parte del primo suo progetto a colori (e che colori! Saturi, come smaltati), «The Last Resort» (1983-85), cui seguiranno altri cicli dal taglio simile, come il citato «Common Sense», di cui Parr ha riunito qui oltre 200 fotografie stampate su banali fogli A3 e composte in un’installazione che irride il consumismo occidentale e il cattivo gusto che lo pervade, puntando su dettagli come i sandali sui calzini rosa di una signora presumibilmente d’età, o sulla voracità di una donna di cui non vediamo altro che le mani con tremende unghie azzurre, che azzanna un hamburger.

Ancora mare in «Life’s a Beach», 2013, e turismo di massa in «Small World» (1989-2008), con quegli spiritosi che, a Pisa, si fanno fotografare mentre fingono di sorreggere la Torre pendente. Il ballo (a dire di Parr, il linguaggio espressivo «più democratico») è l’oggetto di «Everybody Dance Now» (1986-2018), mentre la serie «Fashion», che chiude il percorso, è un omaggio a Milano, in cui tuttavia Parr non si astiene dall’avvalersi del suo sguardo satirico. Dal quale non si distacca mai.

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