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Marsiglia è tutta di Sophie Calle

La città sul Mediterraneo apre ben cinque dei suoi musei all’artista e fotografa francese

«Parce que» di Sophie Calle. © Musée des Beaux-Arts de Marseille

Marsiglia (Francia). «Parce que» («Perché») è il titolo dell’ultimo lavoro di Sophie Calle: tutte le fotografie della serie sono nascoste dietro a una tendina su cui è scritta una frase enigmatica. Bisogna leggere il breve testo, che comincia sempre con «parce que», e sollevare il tessuto per scoprire l’immagine e poterne così capire il senso, il motivo per cui la foto esiste.

Su una di queste tendine si legge: «Perché la vendetta è un piatto che si mangia freddo». Non si tratta di una domanda, ma di una conclusione. Sotto si svela una foto inquietante: due tombe, sull’una è scritta la parola «Father», sull’altra «Mother». Il «rituale» della tendina, voluto dall’artista e che coinvolge il pubblico, rivoluziona il rapporto con la classica «didascalia» dei musei e fa parte dell’opera stessa.

Con quel gesto il visitatore ha come l’impressione di entrare nella sfera più intima dell’artista. La serie, esposta nei mesi scorsi alla Galerie Perrotin di Parigi (che rappresenta l’artista dal 2001), è allestita ora al Musée des Beaux-Arts di Marsiglia dal 25 gennaio al 22 aprile.

La città sul Mediterraneo apre in queste date cinque dei suoi musei all’artista e fotografa francese (Parigi, 1953) alla quale il Centre Pompidou dedicò una grande retrospettiva nel 2003 e che ha rappresentato la Francia alla Biennale d’arte di Venezia nel 2007. Nei suoi lavori, di grande impatto emotivo, spesso autobiografici, legati alla perdita dei cari, alla separazione e al dolore, Sophie Calle esprime sempre il suo mondo interiore. Vi ritornano di continuo le figure dei genitori. Il padre, Robert Calle, in particolare, era un noto oncologo e collezionista d’arte (fu all’origine della creazione del Carré d’Art a Nîmes).

Al Musée Grobet-Labadié, un palazzo del 1873 dove dal 1926 è esposta la collezione di questa nobile famiglia marsigliese e riaperto per l’occasione, Sophie Calle «semina» per le sale i suoi oggetti più cari (il titolo della mostra è «Histoires Vraies. 1988-2017»).

Alla cappella del Centre de la Vieille Charité l’artista allestisce «Ma mère», con un prologo: «Les Tombes», una serie di foto in bianco e nero di lapidi scattate all’inizio della sua carriera di fotografa in un cimitero della California. Chiude il percorso un video che mostra gli ultimi istanti di vita della madre, «reincarnata» in una giraffa.

Allo Château Borely, che ospita il Musée des arts décoratifs, de la faïence et de la mode, è presentata la mostra «Voir la mer»: una serie di foto di abitanti di Istanbul che per la prima volta si ritrovavano davanti al mare e quindi delle loro emozioni.

Infine al Musée d’Histoire Naturelle si tiene la mostra «Le chasseur français»: la Calle ha riunito una selezione di annunci sentimentali pubblicati sui giornali del secolo scorso. Alcuni «cacciatori» hanno scritto: «Giovane signore, 100mila franchi d’eredità, cerca orfana in ottima salute, dolce, gentile, onesta». O ancora: «Uomo di 45 anni, di onorevole status, con una situazione passata brillante, sposerebbe una signora molto ricca», «38 anni, 70mila franchi, sposerebbe giovane vedova, apporto minimo 12mila, in condizioni di poter dare ordini a governante» e così via.

Luana De Micco, da Il Giornale dell'Arte numero 393, gennaio 2019


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