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Quel cuoco è un artista

Mangiare nel museo con un critico d'arte | Thyssen-Bornemisza

La caffetteria propone un’ampia carta di specialità spagnole e un menù del giorno

Il dehors della caffetteria del Museo Thyssen-Bornemisza a Madrid

Madrid. Ora che non ci sono più le mezze stagioni anche il clima di Madrid a inizio giugno diventa imprevedibile. Nello stesso giorno o fa freddo che hai bisogno di un pullover o fa caldo che con il pullover sudi sette camicie. Così nell’incertezza tra mangiare nel dehors o all’interno della caffetteria del museo Thyssen-Bornemisza ho optato senza alcun dubbio per la seconda ipotesi.

Rispetto ad altre volte ho trovato la caffetteria all’ora di pranzo quasi vuota, ma in quei giorni la grande rassegna su Balenciaga e la pittura spagnola doveva ancora aprire e i turisti preferivano affollare le sale del vicino Prado per le mostre sul Rinascimento italiano e su Giacometti. Buon per me che non ho dovuto fare coda.

La caffetteria propone un’ampia carta di specialità spagnole e non (ci sono anche vari tipi di hummus oltre a «perrito» e «hamburguesa», che sarebbero hot dog e hamburger) ma anche un menu del giorno a 15,50 (bevande escluse) che prevede un primo, un secondo e un dolce e cambia tre volte a settimana.

Quel mercoledì tra i primi brillava un estivo «gazpacho de sandía», ossia gazpacho di anguria che non era niente male (ogni volta che si va a Madrid almeno un gazpacho va assaggiato, come le ostriche a Parigi o il würstel a Francoforte), fresco e «croccante» grazie ai cubettini di sedano e cipolle che «comme il faut» scoprivi nel fondo.

Incerto tra un filetto di cabracho (non ho capito che pesce fosse perché anche il traduttore di Google non te lo dice e tanto meno i camerieri. Ndr: è lo scorfano) e un prosciutto alla gallega, ho preferito quest’ultimo, che come il polpo alla gallega è cotto alla piastra e sommerso di paprika dolce. Il prosciutto era gustoso, in compenso le patate al centro del piatto erano quasi immangiabili.

Come dessert ho preso le ciliegie per vedere se fossero migliori di quelle italiane che quest’anno hanno patito il clima e sanno di acqua. Lo erano, ma non le ho gustate a fondo perché mi ha infastidito che la quantità di ciliegie portate a un avventore locale di un tavolo vicino fosse molto più consistente della mia. Nel dubbio che anche a Madrid coniughino come a Venezia un verbo salviniano tipo «prima i locali», mi son sorseggiato un caffè mentre non ho finito il succo d’arancia (credevo d’aver chiesto una spremuta ma il mio spagnolo zoppica).

Ho speso in tutto 21 euro e così rinfrancato ho potuto riprendere la mia maratona fotografica: ero infatti a Madrid per PHotoEspaña.

Rocco Moliterni, da Il Giornale dell'Arte numero 399, agosto 2019


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