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Macron ha deciso: ridare l’Africa all’Africa

Restituzioni oppure circolazione e prestiti «long term», il dibattito partito dalla Francia si estende a Belgio e Olanda

Il Musée du quai Branly a Parigi ©Musée_du_quai_Branly-Jacques Chirac_photo Roland Halbe

Parigi. La decisione di Emmanuel Macron, in dicembre, di restituire al Benin 26 opere d’arte trafugate in epoca coloniale ha dato il via a un dibattito che si estende ben oltre le frontiere francesi e coinvolge ormai diversi Paesi europei e africani. A dare uno scossone alla delicata questione è stato un rapporto consegnato al presidente francese: Bénédicte Savoy e Felwine Sarr, docenti rispettivamente al College de France di Parigi e all’Università di Saint-Louis in Senegal, hanno censito circa 46mila opere, entrate in Francia tra il 1885 e il 1960, che potrebbero essere restituite. Dopo il Benin, altri Paesi africani hanno espresso la volontà di recuperare il patrimonio che è stato loro sottratto in passato.

Il Senegal, che ha appena inagurato il Musée des civilisations noires di Dakar, è pronto: «Siamo disposti a trovare delle soluzioni con la Francia», ha detto il ministro della Cultura Abdou Latif Coulibaly. La Costa d’Avorio ha già trasmesso a Parigi una lista di restituzioni: in testa è il «Djidji Ayokwe», il tamburo parlante sacro del popolo Ebrié, conservato al Musée du quai Branly. Il museo parigino possiede la maggior parte delle opere d’arte africana in Francia.

Secondo il suo presidente, Stéphane Martin, «la circolazione resta il modo principale per la diffusione della cultura», passando per «prestiti, depositi, mostre». Il più ricco dei musei d’arte africana in Europa è l’AfricaMuseum di Bruxelles, ex Musée royal d’Afrique centrale, che ha riaperto dopo un lungo restauro e una rilettura della storia coloniale. Il museo espone anche gli oggetti trafugati tra il 1882 e il 1885 dal generale Emile Storms, che portò via anche spoglie umane, tra cui il cranio di un capo Lusinga, conservato all’Institut royal des Sciences naturelles di Bruxelles. A dicembre, nel pieno del dibattito in Belgio, il re Filippo aveva preferito evitare l’inaugurazione del museo per non «immischiarsi» in questioni politiche troppo delicate. Il direttore dell’AfricaMusem, Guido Gryseels, è aperto al dialogo con i Paesi africani: «Siamo stati il primo museo a indicare la provenienza delle nostre collezioni. Certo, si può fare di più». Sulla restituzione Gryseels è d’accordo con Macron, ma, secondo lui prima «bisogna individuare cosa è stato acquisito legalmente, cosa illegalmente».

Il Belgio ha digitalizzato i suoi archivi coloniali sul Ruanda e realizzato un lavoro simile su quelli della Repubblica democratica del Congo, ora che il presidente dell’ex colonia belga, Jospeh Kabila, ha detto che formulerà una richiesta di restituzione «entro la primavera 2019», in vista dell’apertura del nuovo museo di Kinshasa, l’anno prossimo.

Anche nei Paesi Bassi i musei etnografici di Amsterdam, Rotterdam, Leida e Berg en Dal si sono impegnati a inventariare le loro collezioni, che contano circa 450mila oggetti d’arte africana, e a «studiare tutte le domande di restituzione». La questione però continua a dividere e i pareri divergono.

Jean-Jacques Aillagon, ex ministro francese della Cultura, teme «lo svuotamento» dei musei. Dopo la pubblicazione del rapporto, lo stesso Macron si è mostrato più prudente, proponendo un summit nel 2019 con tutti i responsabili dei Paesi africani ed europei interessati. Il suo ministro della Cultura, Franck Riester, più che di restituzione, preferisce parlare di «circolazione delle opere» e di «prestiti a lungo termine». Gli intellettuali africani traducono invece il sentimento di attesa di tutto un continente. Per il politologo camerunense Achille Mbembe «la restituzione delle opere è l’occasione per la Francia di riparare e di reinventare la sua relazione con l’Africa».

Luana De Micco, da Il Giornale dell'Arte numero 393, gennaio 2019


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