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Londra brucia?

Un'analisi della situazione britannica del mercato dell'arte alla vigilia della Brexit

Le Houses of Parliament a Londra. Foto Wikimedia Commons

È sempre surreale analizzare una situazione che potrebbe essere totalmente diversa tra non molto, ma è solo uno dei mille paradossi della situazione della Brexit. Una constatazione evidente sarebbe che il mercato dell’arte, a pochi giorni dalla data fatidica (l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea è fissata per il 29 marzo, Ndr), si comportasse come se non ci fosse la possibilità della Brexit. Il commento generale è «business as usual» (si lavora come al solito, Ndr).

L’autopersuasione è sicuramente una grande forza, ma sembra che non sia condivisa da tutti. Per esempio, il mercato immobiliare di lusso è alle stelle sia a Francoforte sia a Parigi. Siccome dopo la Brexit le grandi banche internazionali perderanno il patentino per operare in Europa, le loro direzioni generali devono muoversi sul Continente e per questo affittano migliaia di metri quadrati di uffici e residenze per i loro impiegati in entrambe le città. Per il momento non si sa di migrazioni illustri di gallerie o case d’asta di Londra.

La prima ragione è che finora gli operatori del mercato dell’arte non hanno assolutamente voluto prendere in considerazione questa possibilità. Ricordiamo infatti che la maggior parte del mercato dell’arte del Regno Unito si concentra a Londra e i suoi operatori sono stati anch’essi prigionieri d’una visione del mondo che è opposta alla percezione avvertita in provincia, dove la Brexit affonda le proprie radici e dove ha vinto. Inoltre il mercato dell’arte è stato colpito dallo stesso morbo della classe dirigente inglese, convinta che alla fine tutto si sarebbe sistemato: «business as usual».

Si sa però che i cataloghi delle vendite importanti di marzo e aprile sono quasi vuoti, dunque i venditori hanno una visione molto più precisa del futuro mercato dell’arte con un chiarissimo «no business». A giugno e luglio la situazione sarà peggiore per Londra, perché i pochi venditori che avevano consegnato oggetti d’arte li stanno spostando su New York. L’importante è capire dove si sposterà geograficamente il mercato dell’arte dopo la Brexit. Certo, il Governo inglese può annullare la Brexit e rimanere nella Comunità Europea, ma la guerra civile che ne verrebbe non sembra un segnale di stabilità, che invece è fondamentale per il mercato dell’arte.

Intanto i gilet gialli hanno messo in ginocchio il commercio del lusso a Parigi. New York sarà sicuramente la città vincitrice, soprattutto perché il mercato dell’arte usa quasi esclusivamente il dollaro come valuta di riferimento. L’arte contemporanea che domina il mercato ha sempre considerato New York la sua capitale e anche Parigi ha ora una bella carta da giocare. I risultati delle case d’asta inglesi a Parigi sono stati eccellenti nel 2017 e soprattutto hanno già reparti completi d’esperti in tutti i campi importanti, potendo dunque raccogliere immediatamente il testimone da Londra. Non è un caso che in questi ultimi mesi Sotheby’s abbia ampliato i suoi uffici di Parigi di quasi il 50%.

La Brexit potrebbe rappresentare l’affare del secolo per gli azionisti di Christie’s e Sotheby’s sempre a caccia di riduzione dei costi. Tanti piccoli reparti, come quelli di certe arti decorative (dalla porcellana alle miniature principalmente di fattura inglese), rappresentano solamente un costo e la loro eliminazione è il sogno nel cassetto dei due management. Il più bel contrappasso della Brexit sarebbe vedere immolate dalla signora May le statuine di Staffordshire e le teiere rococò inglesi...

Per i mercanti tradizionali inglesi sarà il colpo di grazia finale. Possiamo immaginare al centro di Hyde Park un rogo di sedie e tavoli Chippendale o Adam. I grandi mercanti d’arte contemporanea, che hanno stupende gallerie a Londra, hanno sedi anche a New York, Parigi e Hong Kong: semplicemente disdiranno l’affitto e sopravviveranno benissimo. Non dimentichiamo che prima della guerra Parigi era il centro del mercato dell’arte; decisioni politiche errate hanno favorito Londra fino alla Brexit. La roue tourne.

Bruno Muheim, da Il Giornale dell'Arte numero 395, marzo 2019


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