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Antiquari

Lo zuavo e il bersagliere

Marco Fabio Apolloni allestisce una mostra storica per i 150 anni di Porta Pia

Scultura funebre del capitano Augustin Latimier du Clésieux di Victor Edmond Leharivel Durocher

Nella galleria di via Margutta, che ha il sapore delle antiche e sontuose gallerie antiquarie romane, Marco Fabio Apolloni prosegue la propria opera di scoperta e valorizzazione della nostra storia nazionale, uno dei filoni tematici della sua attività. Nel centocinquantesimo anniversario della presa di Porta Pia, dal 20 settembre, per un mese, allestisce «Lo zuavo e i bersaglieri» una mostra «storica» la definisce lo stesso gallerista: «L’interesse per Porta Pia nasce dal quadretto dell’olandese Carel Max Quaedvlieg, datato il giorno stesso della Breccia, un quadro epico in pochi centimetri, da un pittore che a Roma aveva dipinto, anche se splendidamente, solo butteri e bufali.

Lo comprò mio padre a un’asta, teneva il quadro nel suo studio, e lo esponeva in vetrina ogni 20 settembre. Non me ne separerei mai, salvo il caso che finisse in un museo. Dovrebbero acquistarlo i Musei Vaticani, in fondo è un papa, Paolo VI, che ha detto che la perdita del potere temporale è stata un evento provvidenziale. Deus vult, le magagne di Roma ora ce le ciucciamo noi. Il cattivo governo di Roma era in effetti la peggior propaganda che
la religione cattolica abbia mai avuto. Dopo il rogo di Bruno, e l’abiura estorta a Galilei».

Nell’ideare la mostra, Apolloni ha dato la precedenza all’impresa e a chi l’ha combattuta a nome collettivo: gli zuavi e i bersaglieri, sullo stesso fronte in Crimea e nelle battaglie del ’59, nemici invece a Roma. Poche le opere ma di importanza e originalità indiscutibili, che manifestano la storia come vita degli uomini.

Alta più di 3 metri, la tela di Michele Cammarano, testimone oculare della vicenda, blocca i bersaglieri rabbiosi quanto più salgono il monte dei detriti caduti dalle Mura Aureliane bombardate, avanzando tra la cortina di fumo dell’artiglieria. «Tutti i pittori veramente innovativi del nostro secondo Ottocento furono garibaldini», osserva Apolloni. Da questa prima versione del 1870, Cammarano nel 1871 ne elaborò una di formato orizzontale, lunga più di 4 metri (oggi è a Capodimonte), destinata a consegnare nel modo più eroico la presa di Roma alla storia.

Al dinamismo concitato dei bersaglieri risponde il monumento funebre in marmo scolpito in scala umana da Victor Edmond Leharivel Durocher, raffigurante il capitano Augustin Latimier Du Clésieux tra gli zuavi pontifici, corpi volontari giunti dai Paesi cattolici a difendere Pio IX contro gli italiani. Una zoomata tra le due opere è il quadretto di Quaedvlieg, che inquadra le Mura Aureliane ormai sfondate dai bersaglieri, la morte del comandante Giacomo Pagliari in primo piano, gli zuavi combattenti sullo sfondo.

Un cambio di scena nel presente è il bozzetto di Publio Morbiducci per il monumento al bersagliere eretto davanti a Porta Pia nel 1932, un «the end» concepito dagli uomini, ma inesistente per la storia. Abbiamo rivolto ad Apolloni alcune domande sul progetto espositivo.

Lei è uno dei rari antiquari appassionato di temi risorgimentali. Com’è iniziato questo interesse?
Nasce forse dall’aver scritto su Nino Costa, grazie a Mario Spagnol, che mi commissionò un’introduzione alle bellissime memorie di questo romano pittore garibaldino di paesaggi all’aria aperta: Quel che vidi e quel che intesi (Longanesi, 1983). È un libro che mi ha insegnato a scrivere e che, finito nelle mani di Montanelli, ha fatto sì che mi sbattesse a scrivere in terza pagina su «Il Giornale», si badi, quello di 37 anni fa. All’Università di Roma poi, c’era una fantastica vecchia insegnante di Storia del Risorgimento, Emilia Morelli, specialista di Mazzini. M’innamorai di lei e della prosa dell’altro gran Peppino del nostro Risorgimento, imparai che si può essere sublimi scrittori e nel contempo demoni per orgoglio, si pensi a Sofri, una delle poche penne davvero eleganti, intelligenti, e commoventi del nostro tempo.

Ha senso oggi celebrare la presa di Roma?
Dalla Breccia di Porta Pia, come dalla conquista del Sud, non si pensava ciò che ne sarebbe venuto: Roma capta, ferum victorem cepit. L’assalto alla burocrazia italiana da parte dei papalini e dei borbonici, con la loro mentalità volta al bene proprio anziché a quello generale, ha rovinato e ancora rovina l’Italia, ma era inevitabile. Da romano, sono contento di essere italiano, da laico, anticlericale, non vorrei però una Roma senza papa. Fruttero e Lucentini scrissero un meraviglioso articolo su «La Stampa», immaginando che cosa sarebbe stata la storia d’Italia se i piemontesi non avessero mai preso Roma. Restando a Torino, nella loro capitale, i Savoia si sarebbero sentiti più sicuri di sé stessi, e Vittorio Emanuele III un decisionista: bòja fàuss, va a caghè gli interventisti, dunque niente prima guerra mondiale. Bòja fàuss, va a caghè ‘l Mussolini, niente Marcia su Torino, niente Fascismo e niente seconda guerra mondiale: l’Italia resta neutrale e si arricchisce facendo affari con tutti i belligeranti. Sarà un Paese ricco, molto industrializzato, con una burocrazia un po’ più efficiente, ma disastrato ancora di più dal punto di vista paesaggistico ed ecologico, grigio, poco divertente. Solo i grandi manager si potranno permettere di fuggire, su treni superveloci, ogni fine settimana, per andarsi a godere i loro superattici in piazza di Spagna, in una Roma intatta, verde di ville barocche, in cui il papa regna indisturbato.

Le opere dell’epopea risorgimentale trovano riscontro tra i collezionisti?
La sorte mi ha dato di poter acquistare il primo importante quadro celebrativo del nostro Risorgimento, «Garibaldi al Gianicolo», di George Housman Thomas (1824-68), ora in prestito al Museo di Roma in Palazzo Braschi, un quadro che ha fatto la storia, cambiando l’opinione degli inglesi su Garibaldi, trasfigurandolo da brigante qual era ritenuto in eroe. La mia raccolta, la più importante che esista sulla Repubblica Romana, divenne una mostra nel 2007, commercialmente un fallimento totale. Perciò penso di darla in comodato al Comune di Roma, sperando almeno che siano in grado di conservarla. È un miracolo che i musei del Risorgimento in Italia ancora sopravvivano: dovrebbero essere valorizzati, vivificati dalla presenza dei ragazzi delle scuole che non possono crescere come cittadini senza una coscienza della loro storia di cui, nonostante tutto, avremmo ragione di andar fieri.

Francesca Romana Morelli, da Il Giornale dell'Arte numero 410, settembre 2020

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  • Marco Fabio Apolloni
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