Lo spaesamento di Colombo, un’Odissea spaziale

A trent’anni dalla morte dell’artista una retrospettiva ospitata da Fondazione Marconi e Gió Marconi, due realtà oggi unificate negli spazi di via Tadino 15

Gianni Colombo con «Spazio elastico, cubo», 1970 ca (particolare). Foto: Oliviero Toscani. Cortesia dell’Archivio Gianni Colombo, Milano
Ada Masoero |  | Milano

La scena dell’arte milanese degli anni Cinquanta e Sessanta, riletta negli ultimi tempi da un gran numero di mostre e studi, al di là dell’indubbia qualità degli esiti e dell’intensità della ricerca sottesa, si rivela sempre più come l’incubatore di tanta parte dell’arte successiva, fino al nostro tempo. Esemplare il caso di Gianni Colombo (Milano, 1937-Melzo, 1993), cui Fondazione Marconi e Gió Marconi, due realtà un tempo autonome ma oggi unificate negli spazi di via Tadino 15, dedicano dall’11 maggio al 17 luglio l’importante retrospettiva «Gianni Colombo. A Space Odyssey» curata, a trent’anni dalla morte dell’artista, da Marco Scotini (che nel 2010 curò, con Carolyn Christov-Bakargiev, la grande retrospettiva del 2010 al Castello di Rivoli).

È dalla metà degli anni Cinquanta che Gianni Colombo (famiglia d’artisti: è fratello minore del designer Joe Colombo), dopo gli studi a Brera, inizia il suo percorso, aderendo sin dal 1958 al Gruppo T: affronta allora la dicotomia rigidità/elasticità delle superfici con lavori di arte cinetica e programmata ma nel decennio successivo prende a riflettere sulla gravità. E proprio per lo Studio Marconi (da cui passava il meglio dell’arte di quegli anni), Colombo realizza tre grandi installazioni su questo tema («Campo praticabile», 1970, con Vincenzo Agnetti; «Bariestesia», 1975, e «Topoestesia», 1977), nelle quali ingaggia un confronto con la forza di gravità intesa come fattore, invisibile ma ineludibile, con cui fare i conti.

Nella variante di «Topoestesia» esposta nella storica mostra di Achille Bonito Oliva «Vitalità del negativo» (1970), e documentata da par suo da Ugo Mulas, Colombo figura all’interno dell’installazione, in uno spazio curvo e centrifugo, in cui si perde ogni coordinata gravitazionale: una sorta di macchina spaziale che evoca il film di Stanley Kubrick «2001. Odissea nello Spazio» (1968), cui allude il titolo della mostra, che presenta suoi lavori dagli anni Sessanta ai Novanta, tutti giocati sullo spaesamento percettivo.

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