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Il re nudo

Lo sa persino l’asino

Due casi italiani tra restauro e tutela

«Noli me tangere» di Timoteo Viti, Cagli, Chiesa di Sant’Angelo Minore (particolare)

Sottopongo all’attenzione due recenti vicende che toccano il nostro patrimonio artistico. La prima. Alberto Mazzacchera, che moltissimo ha fatto per la valorizzazione di Cagli negli anni in cui ne è stato vicesindaco, mi ha raccontato una vicenda apparentemente incredibile e tuttavia vera. Nella recente e bella mostra sugli «amici marchigiani di Raffaello», allestita nel Palazzo Ducale di Urbino e curata da Barbara Agosti e Silvia Ginzburg, è stato esposto un grande dipinto su tavola (2x2,5 metri), capolavoro minore, ma comunque tale, eseguito da Timoteo Viti per l’Oratorio di Sant’Angelo a Cagli.

Visitando la mostra, Mazzacchera ha notato come la tavola fosse punteggiata di piccole cadute di colore e con un grande sollevamento della pellicola pittorica alla sinistra della testa di Cristo. Scrive allora una pec alle competenti autorità ministeriali che gli rispondono che quei danni già esistevano prima che la tavola fosse trasportata a Urbino. Ovviamente non è possibile dubitare che il Ministero dica il vero. Il che pone il seguente quesito. Viene prima l’uovo?

Solo un dilettante allo sbaraglio può aver dato il permesso di spostare dalla sua sede storica un dipinto su tavola con problemi di stabilità degli strati pittorici, visto che il legno, come insegna Pinocchio, è un materiale vivo che risponde ai cambiamenti microclimatici dell’ambiente in cui si trova. O viene prima la gallina? Solo un dilettante allo sbaraglio ha potuto tenere esposto per mesi in diversa sede, il Palazzo Ducale di Urbino, un dipinto danneggiato, ma in qualche modo stabile, senza collocarlo in un climabox.

Veniamo al secondo caso. Nello scorso numero del Giornale dell'Arte si annuncia che il Museo Nazionale Romano ha avviato la «manutenzione conservativa straordinaria» di due rarissimi originali greci in bronzo del I o II secolo a.C., il Principe ellenistico e il Pugilatore in riposo. L’articolo riporta dichiarazioni di Ida Anna Rapinesi, restauratrice responsabile del progetto: «Le analisi hanno evidenziato come i protettivi utilizzati nell’ultimo intervento del 2005 presentassero alterazioni. (...) Una volta asportati i protettivi alterati, sarà poi applicato un inibitore di corrosione. È fondamentale, seguendo i precetti brandiani di conservazione preventiva, che queste operazioni vengano eseguite secondo una regolare periodizzazione».

L’intervento dunque rimuoverà i protettivi stesi con il restauro condotto solo quindici anni fa, applicherà un inibitore di corrosione e un nuovo protettivo. Lasciamo perdere che, detta così, la «manutenzione straordinaria» appare un nuovo restauro e chiediamoci dove, in questo secondo caso, casca l’asino (per usare una terminologia tecnico-scientifica adatta alla corrente cultura di tutela). Casca l’asino quando si dichiara che, così procedendo, si segue la lezione di Cesare Brandi sulla «conservazione preventiva».

Senonché la conservazione preventiva e programmata, come ci ha insegnato Giovanni Urbani, e non Brandi, si fa intervenendo sull’ambiente e non sull’opera. Persino l’asino sa che ratio della conservazione preventiva e programmata non è fare restauri sempre migliori, ma fare in modo, appunto intervenendo sull’ambiente, che le opere abbiano sempre meno bisogno di restauri. E questo perché sul piano conservativo i restauri inevitabilmente manomettono la materia delle opere quasi sempre danneggiandola. Specie quando condotti a ridosso l’uno dell’altro.

Bruno Zanardi, da Il Giornale dell'Arte numero 406, marzo 2020



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