Listri porta a Venezia la visionarietà di Bibiena, Pannini e Robert

Ci voleva un fotografo collezionista e per di più toscano per svelare, come non si erano ancora visti, i marmi antichi e i colori della Serenissima

Una delle foto di Massimo Listri allestita nel Museo Correr per la mostra «Domus Grimani» Due delle foto di Massimo Listri allestite nel Museo Correr per la mostra «Domus Grimani»
Toto Bergamo Rossi |  | Venezia

Massimo Listri è conosciuto internazionalmente per le sue fotografie che ritraggono importanti architetture romane e torinesi. A lui va il merito di aver reso note, attraverso i suoi scatti, le regge sabaude, favolose dimore piemontesi. I suoi volumi sono inclusivi, educano al bello e stimolano interesse e curiosità. Le splendide immagini delle sale del Museo Pio Clementino e della Galleria del Braccio Nuovo dei Musei Vaticani hanno contribuito a divulgare quel gusto del collezionismo dell’antico, dei preziosi marmi policromi e in generale della scultura classica, soggetti molto cari a Listri, il quale, come chi scrive, predilige la scultura alla pittura.

La sua dimora fiorentina testimonia la profonda conoscenza di quel mondo piranesiano, di quel gusto fin du siècle del collezionismo colto. Non a caso ha ritratto anche il celebre Museo della Antichità di Stoccolma, voluto da re Gustavo III di Svezia e inaugurato nel 1794. Negli eleganti ambienti gustaviani sono esposte più di duecento sculture acquistate dal sovrano svedese durante il suo Grand Tour in Italia. Sculture antiche provenienti in parte dalla collezione di Giambattista Piranesi, ampiamente «restaurate» dal figlio Francesco.

Nelle fotografie di Listri si percepisce la sua passione per quell’arte che fin dall’antichità greca e romana fu la più utilizzata tra le arti figurative per rappresentare e perpetuare le immagini di divinità, imperatorie e, più tardi, di virtù e notabili. Effigi che, grazie alla scelta dei materiali utilizzati dagli scultori, come marmo, bronzo e terracotta, sono giunte fino ai nostri giorni quasi intatte.

Venezia è una delle rare città italiane che non può vantare origini romane, ed è pertanto priva di testimonianze archeologiche antiche: si formò tra il VI e il IX secolo, e fino all’XI secolo fu parte dell’Impero romano d’Oriente, governato da Costantinopoli.

I veneziani subirono il fascino dell’allora capitale del Mediterraneo e, malgrado la mancanza di cave di pietra nelle vicinanze della città e le difficoltà dei trasporti, utilizzarono pietre e marmi provenienti da tutto il bacino Mediterraneo per decorare le facciate di palazzi, chiese, edifici pubblici e per commemorare i propri personaggi illustri. La Basilica di San Marco testimonia l’influenza dell’arte bizantina durante la fine dell’Alto Medioevo.

I suoi pavimenti, i rivestimenti parietali e alcune sculture conservate in questo tempio costituiscono un campionario di marmi antichi di spoglio reimpiegati dai veneziani, i quali anche quando non erano più assoggettati a Bisanzio ne emulavano l’arte.

Con la quarta crociata e la conquista di Costantinopoli avvenuta nel 1204, Venezia divenne in parte l’erede dell’Impero d’Oriente; arrivarono i quattro cavalli in bronzo dorato provenienti dall’Ippodromo della città imperiale assieme a numerosissime colonne e lastre di marmi policromi che furono reimpiegati per decorare numerose facciate e monumenti della Serenissima.

Com’è noto nessuna delle grandi collezioni del patriziato veneziano è sopravvissuta ai drammatici eventi politici della fine del Settecento che ridussero la Repubblica di Venezia da regina dell’Adriatico, seppur molto indebolita, a provincia dell’Impero. L’inevitabile crisi economica che ne seguì nell’Ottocento provocò la dispersione e la vendita di innumerevoli oggetti d’arte, dipinti, arredi e sculture che adornavano i palazzi veneziani.

Con l’intento di voler rendere accessibile a tutti e di divulgare e promuovere questo aspetto meno conosciuto dell’arte e della cultura veneta, la fondazione Venetian Heritage ha recentemente organizzato e finanziato la mostra «Domus Grimani» (che termina il 20 ottobre), operazione che ha permesso di ricollocare parte della celebre collezione di sculture classiche del Patriarca di Aquilea Giovanni Grimani, dopo quattro secoli, nella spettacolare Tribuna di Palazzo Grimani, ambiente miracolosamente integro nella sua struttura architettonica, ideato per ospitare i marmi del dotto patrizio veneziano.

Questo eccezionale evento non è sfuggito all’occhio attento e colto di Massimo Listri che ha saputo ritrarre il Camerino delle Antichità dei Grimani con le sue eleganti inquadrature simmetriche e luci naturali.

Solamente un connoisseur come Listri poteva fotografare l’androne della Ca’ d’Oro con quella particolare luce del giorno, dove i riflessi dell’acqua del Canal Grande si proiettano sulle pareti e sui pavimenti decorati con marmi policromi.

Anche i suoi scatti eseguiti a Palazzo Ducale e al Museo Correr mettono in evidenza la maestosità degli interni degli storici edifici veneziani tramite le note inquadrature alla Listri, le quali ricordano in alcuni casi le barocche invenzioni prospettiche di Ferdinando Galli Bibiena. A Massimo Listri va il merito di aver dato una certa continuità alla pittura di Giovanni Paolo Pannini e di Hubert Robert, tramite la sua fotografia che cattura immagini di interni monumentali senza tempo, semplicemente classici.

© Riproduzione riservata
Altri articoli di Toto Bergamo Rossi