Libertà d'immagine: sì alle licenze, anzi no

La risoluzione finale sulla riproduzione digitale dei beni culturali non ha accolto lo spiraglio di autonomia sollecitato da musei, archivi e biblioteche

Daniele Manacorda |

Lo scorso 16 giugno la Commissione Cultura della Camera ha votato all’unanimità una risoluzione sulla riproduzione digitale dei beni culturali connessa al recepimento della direttiva europea 2019/790/Eu sul diritto d’autore. È utile, ma triste, mettere a confronto la bozza iniziale del 15 giugno (primo firmatario Gianluca Vacca, M5S) con quella votata il giorno dopo. Nonostante una sostanziale condivisione degli obiettivi da parte di tutte le forze politiche, un intervento del Ministero (del Gabinetto del ministro? dell’Ufficio legislativo? del Segretariato generale?) ha annacquato il testo privandolo di gran parte del contenuto riformatore.

Il passaggio che chiedeva al Governo di dare a musei, archivi e biblioteche la libertà di adottare licenze aperte, sul modello luminoso del Museo Egizio di Torino, sembrava il minimo che si potesse chiedere e ottenere. La rigidità statalista ancora operante in parte del Collegio Romano invece non ha accolto questo spiraglio di autonomia che poteva essere concessa senza attendere le modifiche normative sollecitate anche dai direttori di alcuni dei maggiori musei statali.

La risoluzione finale ha mantenuto almeno la richiesta di una timida apertura verso uno dei più odiosi «diritti negati»: quello del libero utilizzo delle immagini di beni culturali pubblici visibili dalla pubblica via. L’invito al Governo è quello di «adottare iniziative anche normative» volte a favorirlo, a partire da una tiepida apertura alla cosiddetta «libertà di panorama temperata»: una futuribile libertà «octroyée» degna di un ancien régime definita «forma di eccezione»!

Il Ministero potrebbe avere alla fine acconsentito a questa timida formulazione perché, avendo in mano le chiavi per le modifiche al Codice Urbani che questa miniconcessione comporterebbe, potrebbe rinviarle alle calende greche. Eppure, pochi anni fa, una prima salutare glossa all’articolo 108 aveva almeno aperto la strada alla liberalizzazione delle immagini a fine di studio e ricerca!

Finora 3.550 euro di incasso...
Dobbiamo dunque pensare che prevale uno statalismo bottegaio, che pensa davvero di lucrare sull’uso commerciale di qualche immagine sottratta al godimento pubblico in un mondo digitale globalizzato? Significherebbe che ignora che sarà impossibile qualsiasi controllo del rispetto di norme così parassitarie.

Se verifichiamo quanto ha incassato la Pubblica Amministrazione dall’accordo quadro quinquennale stipulato nel 2018 dalla Direzione generale Musei con Bridgeman Images Srl per gestire riproduzione, distribuzione e commercializzazione internazionale delle immagini del patrimonio culturale di 439 musei e luoghi della cultura italiani, leggiamo questi primi luminosi risultati: i tre soli istituti che finora hanno aderito, nel periodo 30.04.2019-31.01.2021, hanno ceduto 3.161 immagini e hanno incassato ben 3.550 euro. Ebbene sì: 3.550 euro! Badate: al netto dei costi del personale impegnato in questa lucrosa attività imprenditoriale...

Di fronte a simili scenari si prova un senso di sconcerto che solo moderatamente viene attenuato dall’impegno richiesto dalla Commissione al Ministero di costituire un gruppo di lavoro «allo scopo di proporre una riformulazione» degli artt. 107 e 108 del Codice Urbani. Quanto tempo ci vorrà? E quanta volontà politica? Come non pensare che tutto resterà come prima? Non so che cosa darei per sbagliarmi.

Temo però che la liberalizzazione (che dico? la sola richiesta di concederla), oggi negata fin nelle sue forme più blande, sarà forse concessa domani da un Governo di colore diverso. Con il rischio di trovarci in presenza di uno sbraco liberista invece di una norma di stampo liberaldemocratico, costituzionalmente ispirata. Di questo possibile scenario la responsabilità politica ricadrà sul Ministero attuale, di non aver colto l’occasione di agire per il bene del Paese e di aver fatto scelte di pura conservazione la cui ratio non viene spiegata perché, per antica tradizione, l’Amministrazione agisce ma non argomenta.

Io continuerò a sperare in futuri ripensamenti e non avrò difficoltà a fare ammenda se gli atti futuri del Ministero smentiranno i miei timori. Sono infatti convinto che la grande maggioranza dell’opinione pubblica considererebbe del tutto ovvia una piena liberalizzazione. Questa a me pare una pagina non bella per il Ministero della Cultura perché si dissocia dalla parte più attiva e creativa della società italiana.

Forse è un tentativo di rimettere in riga le componenti più sensibili dello stesso Ministero che invece si chiedono giustamente quali vie si debbano percorrere per uscire dal cul de sac di un Codice nato in epoca predigitale ma divenuto oggi palesemente inadeguato alle esigenze del presente. Neppure quadra con l’immagine che ho maturato in questi anni del ministro Franceschini, del quale ho sempre apprezzato l’ammirevole spinta riformatrice che ha messo in atto nel suo primo dicastero, ma oggi apparentemente inaridita.

Sarebbe interessante apprendere da chi ha cancellato le pur blande richieste (sulle quali la Commissione parlamentare si era ritrovata coralmente unita) per quali motivazioni l’abbia fatto e come pensa di poter sostenere nel prossimo futuro (non per l’anno del mai) l’evidente e progressiva incompatibilità di questa decisione retrograda e ritardataria con le esigenze pratiche imposte dalla realtà operante.

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