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Leoncillo sferra la zampata finale

Alla Galleria dello Scudo di Verona, che festeggia 50 anni di attività, il periodo dal 1958 al 1968 di uno scultore che non finisce di sorprendere

Leoncillo con Palma Bucarelli in occasione della mostra «Per la libertà della Spagna» alla Galleria Penelope di Roma nel 1963

Alla Galleria dello Scudo di Verona, che festeggia 50 anni di attività, il periodo dal 1958 al 1968 di uno scultore che non finisce di sorprendere: per certi versi, ha anticipato in un colpo solo Carl Andre, Richard Long e Pino Pascali U n’indagine approfondita sugli ultimi dieci anni della produzione scultorea di Leoncillo (Leoncillo Leonardi, Spoleto, 1915 - Roma, 1968) come mai prima d’ora era stata affrontata, con opere monumentali che rinnovano profondamente il concetto stesso di monumentalità.

È l’esposizione che la Galleria dello Scudo di Verona presenta fino al 30 marzo. L’inaugurazione della mostra, in dicembre, ha concluso un anno importante per la Galleria dello Scudo, che ha celebrato il suo mezzo secolo di attività: il suo titolare, Massimo Di Carlo, nipote e figlio d’arte (la dinastia risale alla bisnonna, antiquaria, ed è proseguita con la madre, che aprì la galleria nel 1968), a soli 19 anni ne diventò direttore. La tradizione di famiglia prosegue, sempre all’insegna dell’arte italiana moderna e contemporanea, con Filippo Di Carlo, che affianca il padre in sede e nelle fiere.

A curare l’attuale mostra è Enrico Mascelloni, massimo esperto dell’opera di Leoncillo, con il mandato da parte dei discendenti dello scultore di realizzare il catalogo generale della sua produzione. «Questa mostra rappresenta in effetti il primo passo verso quell’obiettivo, costituendosi come una vera e propria antologica rispetto all’ultima fase della vita di Leoncillo, il decennio 1958-68, durante il quale lo scultore ha realizzato le opere più note e popolari, spiega Mascelloni. La Galleria dello Scudo di Verona, tra le più importanti in Italia per quanto riguarda il ’900, affronta un grande impegno per portare nei suoi spazi opere come i San Sebastiano I e II, i grandi tagli, gli Amanti antichi, i pezzi più importanti insomma della sua ultima fase, grazie anche alla collaborazione della famiglia e del gallerista Fabio Sargentini, che ha attivamente partecipato alla realizzazione della mostra».

La mostra è focalizzata su una fase caratterizzata da profonde trasformazioni.
Leoncillo si affranca dal Neocubismo e, per quanto sia considerato, anche in maniera eccessivamente ricorrente, un informale (odiava il termine «astrazione»), recupera paradossalmente la forma attraverso l’atto del taglio. La sua è una scultura nervosa, martoriata, dove il richiamo, per esempio, a san Sebastiano, non avviene tanto sul piano della forma, ma piuttosto su quello concettuale, proponendo l’idea del santo attraverso un corpo martoriato, offeso e aggredito.

Perché Leoncillo scelse la ceramica come suo materiale d’elezione?
È stato un ossessivo per diversi aspetti, tra cui quello della scelta del materiale: la ceramica è sempre stata la materia di Leoncillo, già dal periodo d’anteguerra, attraverso la quale cercava un cromatismo terroso, che nascesse dall’interno, dalla natura stessa della materia. La mostra s’intitola non a caso «Materia radicale».

La scelta di un materiale considerato «minore» lo ha forse penalizzato?
In un certo senso sì, e ne ha pagato lo scotto, anche se oggi la ceramica sta vivendo una rivalutazione come materiale di primo piano attraverso l’eclettismo linguistico e tecnico dell’arte contemporanea più audace, riflettendosi retroattivamente, oltre a Leoncillo, anche nella considerazione delle opere in ceramica di autori come Melotti e Fontana. Ma non bisogna dimenticare che Leoncillo è sempre stato uno scultore tout court e che negli anni Cinquanta la critica era schierata in suo favore: Cesare Brandi lo riteneva fra i tre maggiori scultori del ‘900 italiano e Roberto Longhi lo considerava il numero uno insieme a Boccioni.

La mostra si articola intorno al concetto di «orizzontale assoluta» e «verticale assoluta». Può spiegare meglio?
È il concetto portante su cui è costruito l’allestimento: si vogliono mettere in evidenza l’importanza e l’originalità del concetto di scultura orizzontale che nasce non più in maniera occasionale, ma in un vasto ciclo, con l’opera di Leoncillo e si sviluppa attraverso vari lavori tra il 1958 e il 1964. Sebbene siano state concepite prima di lui sculture secondo un andamento in orizzontale, le sue opere schiacciate a terra rappresentano una novità assoluta sul piano internazionale, dopo la quale si registrano gli interventi di artisti come Richard Long, Carl Andre, Pino Pascali... In parallelo Leoncillo continua a concepire opere sviluppate sulla verticale assoluta, come i monoliti, i «San Sebastiano» o la «Grande mutilazione». Entrambe le tipologie sono rappresentate in mostra attraverso opere di grandissimo livello a partire da «Vento rosso» del 1958.

Un artista che affronta l’impianto monumentale rinnovandolo profondamente.
La riflessione era già iniziata nella fase precedente, negli anni Cinquanta, quando Leoncillo aveva realizzato due grandi monumenti, la «Partigiana veneta» per i giardini di Venezia, distrutta da un attentato fascista, e un grande monumento ai Partigiani ad Albissola. Attraverso l’esegesi del «Piccolo diario», compiuta da Marco Tonelli in maniera approfondita in occasione di questa mostra, l’analisi dell’epistolario con i grandi protagonisti della cultura di allora e lo studio di carteggi inediti dell’archivio di famiglia, è emersa anche la notizia di un monumento, purtroppo non più esistente, commissionatogli per la città di Verona per il quartiere di Santa Lucia progettato dall’architetto Sacripante, romano e grande amico dello scultore. Precedentemente alcune pubbliche committenze, come quelle per l’E42, non furono mai realizzate non essendo in sintonia con il carattere celebrativo richiesto.

Come si presenta il catalogo?
È una sorta di anticipazione del catalogo generale che contiene, oltre al mio saggio La forma e la storia e quello già citato di Tonelli, un contributo sul rapporto con l’antico di Martina Corgnati e uno sul rapporto con la committenza pubblica e privata di Alessandra Caponi, un ampio apparato bio-bibiografico a cura di Laura Lorenzoni e il contributo di un giovane studioso, Lorenzo Fiorucci, sull’epistolario di Leoncillo. La mostra apre chiavi di lettura finora poco frequentate anche attraverso lo studio di un manoscritto inedito ricco di schemi, disegni, appunti con dichiarazioni di poetica e di cui pubblichiamo gli estratti più importanti accanto alla copia anastatica del Piccolo diario, già in parte noto. Ne esce il ritratto di un laico rigoroso, già partigiano e militante comunista, ma estraneo a ogni impegno politico dopo i fatti di Ungheria, che tuttavia, forse proprio attraverso un isolamento voluto e cercato, affida alle sue opere il senso più profondo della drammaturgia del proprio tempo storico.

Camilla Bertoni, da Il Giornale dell'Arte numero , gennaio 2019


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