Le Sicilie e le città di Salvo

Alla Dep Art Gallery lavori di metà anni Settanta e immagini urbane datate tra 1983 e 2003

Un’opera senza titolo di Salvo (1988, particolare)
Ada Masoero |  | Milano

Arrivato bambino a Torino dalla Sicilia, dov’era nato, quando aveva 20 anni ed era «arruolato» nella galleria di Gian Enzo Sperone, Salvo (Salvatore Mangione, 1947-2015) si trovò nel cuore della rivoluzione dell’Arte povera, amico di tutti i suoi protagonisti ma soprattutto di Boetti, con cui condivideva lo studio.

Eppure, già nel 1973, ben prima che il vento soffiasse in quella direzione, Salvo tornava alla pittura per non abbandonarla più. La Dep Art Gallery, che dal 2007 gli ha dedicato tre personali, torna sul suo lavoro con la mostra «Salvo. Sicilie e città» (fino al 28 gennaio), curata da Gianluca Ranzi, in cui sono accostati rari lavori della metà degli anni ’70 (le «Sicilie») e un nucleo d’immagini urbane dipinte tra il 1983 e il 2003.

Pittoriche e concettuali insieme, le «Sicilie» vedono suoi interventi sulla sagoma dell’isola, che viene ricoperta dai nomi di artisti, filosofi, scrittori di ogni epoca, sempre seguiti dal suo nome.

Decisamente pittorica la temperatura (anche cromatica) delle «città», coloratissime ricerche sui volumi e sulla luce: le vedute urbane diventano immagini stereometriche attraversate da lame di luce, che tagliano i solidi geometrici degli edifici e conducono la composizione in una dimensione quasi metafisica, come nel grande «Senza titolo» (1988), uno scorcio di Firenze nel quale, tra i volumi essenziali delle costruzioni, s’innestano le forme concitate del «Ratto delle Sabine» di Giambologna.

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