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Antiquari

Le ragazze di Flashback erranti nel tempo

Le fondatrici Ginevra Pucci e Stefania Poddighe ripercorrono le vicende della mostra mercato di arte antica e moderna diventata una realtà consolidata nel panorama italiano

Ginevra Pucci e Stefania Poddighe

Torino. Nonostante quella che si svolgerà dal 31 ottobre al 3 novembre presso il Pala Alpitour di Torino sia ormai la settima edizione di Flashback, la mostra mercato di arte antica e moderna diventata una realtà consolidata nel panorama fieristico non solo torinese ma italiano, le sue due fondatrici e direttrici, Ginevra Pucci (1970) e Stefania Poddighe (1978), continuano a essere chiamate affettuosamente «le ragazze di Flashback». E forse il segreto del loro successo sta nella loro capacità di aver unito alle indubbie competenze professionali (entrambe provengono dalla «scuola» di un vulcanico inventore di fiere come Roberto Casiraghi) un approccio più «umano» nel rapporto con i vari attori del loro progetto. Stefania Poddighe afferma convinta che Flashback «è diventata una grandissima famiglia che fortunatamente si allarga di anno in anno». Proprio come faceva presagire l’avvio dell’impresa in un bar di periferia scelto quale quartier generale, quasi fossero le protagoniste di un remake nostrano di «Friends».

Vi conosciamo come le direttrici di Flashback, ma da dove venite?

Ginevra Pucci: Innanzitutto non sono torinese, ma dopo dieci anni di vita qui, quando vado all’estero dico «Noi di Torino». Sono di Livornoma ho lasciato la Toscana 18 anni, ho studiato Lettere all’estero e ho lavorato tanti anni a Roma in una fondazione per l’arte contemporanea. Infine sono approdata a Torino. Qui ho trovato immediatamente lavoro da Roberto Casiraghi, l’inventore di Artissima, e qui ho conosciuto Stefania, lavorando insieme dal 2008 al 2012. È stato un incastro strano tra Stefania e me perché siamo diversissime ma complementari; anche dal punto di vista degli studi io sono più astratta, invece lei è molto più pratica.
Stefania Poddighe: Sì, mi sono laureata in Economia e Commercio e poi ho iniziato a lavorare da Casiraghi. Ho avuto la fortuna di seguire quasi tutte le sue avventure e quindi conoscevo sia il mondo dell’arte antica (Casiraghi, tra l’altro, è stato anche l’organizzatore di Mint, fiera milanese di arte antica e moderna fondata nel 2006, Ndr) sia quello dell’arte contemporanea.

Com’è nata Flashback?

G.P. Flashback è nata a Barriera di Milanonel Bar Luigi. Nel 2012 l’artista Alessandro Bulgini l’aveva trasformato in B.A.R.L.U.I.G.I., Base Aerospaziale di Ricercatori di Luoghi e Utopie Indipendenti dalle Geometrie Ignote, ossia un laboratorio di ricerca, luogo di incontro e di scambio artistico-culturale in cui venivano esposte opere, arrivavano artisti, passavano collezionisti, venivano proiettati filmati ma continuando a essere un bar a tutti gli effetti. Era il nostro bar-ufficio, e poi la cosa bella era che fossimo sempre contornate da artisti.
S.P. Un giorno siamo andate insieme a visitare una mostra e abbiamo iniziato a ragionare sulla fattibilità di creare noi una fiera. Il primo anno il nostro commercialista ci ha detto: «Vi porterei in giro per far vedere come si rispetta un budget», nel senso che quando abbiamo iniziato non avevamo risorse.

Come avete affrontato questo problema?

S.P. Inizialmente abbiamo immaginato quanti soldi potevamo investire e abbiamo parlato con molte persone che ancora oggi sono i nostri fornitori, ma vorrei dire «amici», che hanno deciso di investire su di noi dandoci una certa comodità di pagamento. Noi ci eravamo date una scadenza: «Vediamo se a fine settembre il progetto come noi lo avevamo concepito può partire».

Come avete deciso quale taglio dare alla fiera?

S.P. Ci siamo chieste: «Che cosa serve a una galleria di arte antica o di arte moderna?» perché oggi, nel 2019, l’arte moderna è cresciuta, ma nel 2013 era un po’ sofferente come lo è oggi l’arte antica.
G.P. Innanzitutto ci siamo dette: «Questa cosa deve essere “utile”, deve avere un senso, sia dal punto di vista del mercato sia dal punto di vista culturale». Questi erano, e continuano a essere, i due punti attorno a cui ruotava la nostra idea di organizzare una fiera d’arte antica e moderna a Torino. E quindi si è creato questo claim, «Flashback, l’arte è tutta contemporanea» perché era riportare l’analessi e il passato nel presente, cioè tutto doveva realmente funzionare e doveva avere un’impronta in cui la parte culturale e il mercato potessero essere osmotiche. Una traeva dall’altra la propria linfa vitale.

Avete preso a modello qualche manifestazione in particolare?

S.P. All’epoca no. Ci siamo sedute a tavolino e ci siamo dette «Ok, l’arte antica e l’arte moderna soffrono. Perché? Perché risultano meno attraenti?»
G.P. Oppure avevano una patina démodée, soprattutto in una città all’avanguardia con l’arte contemporanea come Torino. Perché un nostro coetaneo doveva essere affascinato da...
S.P. ... da un tavolo del Piffetti, per esempio? E quindi abbiamo cercato di capire come parlare ai nostri coetanei, creando anche un cortocircuito per poi mostrare loro che è la fruizione che rende viva un’opera e non il momento in cui è stata realizzata.

Quali sono stati i primi galleristi che avete contattato?

G.P. All’inizio ci siamo messe dalla parte delle gallerie. Un po’ come fa il portiere prima di un calcio di rigore, quando immagina da che parte tirerà il suo avversario, ci siamo poste una serie di domande, come se fossero vari tiri, e ci siamo organizzate per pararli.
S.P. Abbiamo costruito Flashback anche attorno a quei «tiri» perché erano le esigenze che poi avrebbero avuto gli stessi mercanti. ll 6 giugno 2013 costituiamo la nostra impresa. Il 4 luglio abbiamo iniziato a chiamare i primi espositori, persone che già conoscevo, a cui all’inizio avevo chiesto se volevano supportarci. Fabrizio Moretti, che è un amico, è stata la prima persona a mandarci l’application.

Quest’anno il titolo della fiera è «Gli Erranti/The Wanderers», tratto da un romanzo fantascientifico del 1986 degli scrittori sovietici Arkadij e Boris Strugackij. Perché avete deciso di identificare ogni edizione con un titolo?

G.P. È come se Flashback fosse una sorta di romanzo e ogni edizione ne fosse un capitolo con un suo contenuto, che aggiunge del senso per far andare avanti la storia, che poi si riflette in tutto. Le gallerie ci chiamano e ci chiedono: «Qual è il tema di quest’anno?». Quindi aggiunge un tassello, una sfida ulteriore nella ricerca dei galleristi e in tutto il programma che noi costruiamo intorno e per Flashback. L’idea è che Flashback non debba essere ristretta a quei giorni e semplicemente chiusa su se stessa, quindi avere un «tema» è un appiglio per legare Flashback alla quotidianità.

Non vi è mai venuta l’idea di dare un tema al quale devono attenersi anche gli espositori nella scelta delle opere?

S.P. Non siamo così rigide anche perché l’arte antica e l’arte moderna sono diverse dal contemporaneo. Stiamo parlando comunque di persone che hanno sempre maggiori difficoltà nel reperire opere di qualità.
G.P. Noi chiediamo il progetto, che deve avere un senso. Lo scorso anno, ad esempio, Sperone aveva lavorato sul ritratto.
S.P. L’idea è di avere una mostra all’interno della mostra.

Rispetto ad altre fiere, gli stand degli espositori di Flashback sono sempre molto eleganti.

G.P. Che fatica!
S.P. Come si fa? Si sta un anno al telefono con le persone cercando di far passare anche questo concetto: «meno» funziona sempre di «più».

Quindi voi comunque date delle indicazioni.

G.P. Se vediamo che una galleria, anche se molto importante, ha una modalità espositiva che è molto lontana dall’idea che portiamo avanti noi, facciamo un sacrificio e ci rinunciamo.

Artissima dal 2010 ha la sezione «Back to the Future», con opere di artisti storicizzati...

S.P. Comunque sono progetti site specific, con un certo numero di gallerie e non è neanche detto, come è già successo, che ci siano gallerie che partecipano sia da una parte sia dall’altra perché comunque là magari portano un solo show e dall’altra parte portano un progetto più ampio ed è anche comodo per loro farsi vedere in doppia vetrina.

Dite che ogni edizione ha un titolo perché ogni titolo corrisponde a un capitolo di un volume. Come saranno i prossimi volumi?

G.P. Vuole che spoileriamo! È come se in un romanzo giallo si volesse sapere in anticipo chi è l’assassino! Abbiamo degli obiettivi. Alcuni ce li siamo posti nel lungo termine. Alcune cose sono ancora talmente fumose o talmente importanti che per scaramanzia non voglio anticipare. Però sì, i progetti ci sono. Non siamo ferme a quello che c’è adesso. Ci sono delle cose che…

Che stravolgeranno Flashback?

G.P. No, facciamo sempre piccoli passi. Questa è un’altra delle nostre caratteristiche.

Coinvolgerete l’arte contemporanea?

S.P. Beh, in qualche maniera, all’interno di Flashback, c’è già.

Intendevo coinvolgendo le gallerie del settore.

G.P. A Torino con le gallerie di arte contemporanea Artissima fa veramente il top. Per cui se intendiamo progetti speciali va bene, ma le gallerie credo che siano già giustamente rappresentate.

Una caratteristica di Flashback è quella di non esaurirsi nei 3-4 giorni della fiera ma di «spalmarsi» su tutto l’anno attraverso varie attività collaterali, che coinvolgono soprattutto la periferia cittadina, proprio in un momento in cui si parla tanto di rivalutazioni delle periferie. Ma il loro coinvolgimento avviene davvero?
G.P. Noi siamo mescolanza in senso assoluto. Rispetto a tantissime manifestazioni Flashback mescola le carte, mescola le epoche con opere da tutto il mondo e di tutti i periodi storici, è proprio nel nostro dna. L’idea è stata quella di rimescolare le carte anche rispetto al fatto di non rimanere chiusi all’interno di quei pochi giorni per avere un respiro più ampio. E così, soprattutto tramite Alessandro Bulgini (suo lo special project, Flashback è Opera Viva, un progetto avviato nel 2013 e che di anno in anno riflette sul valore e sulla funzione dell’arte, Ndr), abbiamo pensato che fosse importante rimanere ancorati alla quotidianità e quindi al territorio, che come una linfa vitale potesse farci progredire rimanendo contemporanei, ossia legati all’oggi. Con lui abbiamo lavorato sull’idea di come utilizzare ciò che già esiste per aggiungere significato. E devo dire che alla fine ci siamo abbastanza riusciti. Oltre al progetto del Manifesto («manifesti d’artista» simil pubblicitari su temi vari che vengono affissi, mese dopo mese, in piazza Bottesini nell’ambito di «Opera Viva Barriera di Milano», Ndr), lavoriamo tantissimo con le scuole attraverso laboratori: in questo senso Mariachiara Guerra fa un lavoro pazzesco.
S.P. I laboratori sono sia per i piccini sia per i meno piccini.

Questi laboratori didattici dove si svolgono?

G.P. In parte dentro Flashback, durante i giorni della fiera, ma durante tutto l’anno nelle scuole, principalmente in quelle di Barriera Milano e Aurora, oltre che con le scuole estive. Quindi attraverso Mariachiara noi lavoriamo anche con loro. Li porta al Manifesto, li porta sul territorio e per finire vengono a Flashback, anche con i genitori. L’anno scorso sono state coinvolte 500 famiglie...
S.P. Ricordo che le prime volte questi bambini erano straniti e adesso invece...
G.P. All’ingresso di Flashback alcune famiglie erano a disagio, ma è un lavoro di «avvicinamento», di sensibilizzazione che continuiamo a fare e in cui crediamo. L’anno scorso, ad esempio, abbiamo tenuto la conferenza stampa presso i Bagni pubblici di via Agliè nel quartiere di Barriera di Milano.
S.P. Certo per alcuni è stato un po’ scioccante.
G.P. E ha creato spaesamento, ma come dicevo Flashback è nata con l’idea di mescolare le carte. E vediamo che si muovono delle cose: ad esempio, in questi anni una decina di ragazzini si è iscritta al liceo artistico. Per noi era riduttivo rimanere circoscritti solo in quei giorni nel Pala Alpitour, per cui anche se soltanto a 500 famiglie cerchiamo però di fornire una cassetta degli attrezzi nella quale poter trovare degli strumenti da tesaurizzare per la propria esistenza.

A livello nazionale Miart si è ormai affermata coma la fiera di riferimento per il moderno storicizzato. La sua crescita esponenziale di questi anni, al di là dell’abilità dei direttori, si deve anche al contesto cittadino così dinamico culturalmente e, soprattutto, economicamente. Al contrario a Torino la situazione economica e sociale è meno brillante. Temete un contraccolpo?

G.P. Sono due città diverse. Nel tempo abbiamo anche riflettuto se fare Flashback a Milano. Nelle ultime edizioni almeno un terzo del pubblico di Flashback veniva da Milano. Sicuramente Milano ha risorse diverse, ha puntato molto anche sulla comunicazione; inoltre è sicuramente la città italiana che in questo momento funziona meglio dal punto di vista economico.

Pentite di aver scelto Torino?

G.P. Milano è una città più legata agli scambi economici che a quelli culturali. Nel tempo questo aspetto si è sempre rivelato penalizzante per le manifestazioni. Milanoè come un bambino iperattivo, con una capacità di concentrazione su un progetto limitata nel tempo, mentre Torino è un bambino attento e riflessivo. La diversa modalità di fruizione è fondamentale, perché vuol dire che quello che viene fatto a Torino ha una possibilità di vita e di crescita più lenta ma più profonda e costante, mentre Milano consuma tutto molto velocemente. Certo il coinvolgimento della città conta, ma pensi alla differenza tra l’Art week di Torino a inizio novembre e a Miart: basta girare per la città e si capisce subito che Milano non è dedicata totalmente a quello, è palese che sia un evento importantissimo però...
S.P. I torinesi credono nei loro progetti, sono compatti; basta vedere come si sono tutti schierati per il Salone del libro. A Flashback i torinesi si preoccupano che i colleghi che vengano da fuori si siano trovati bene, che abbiano venduto e che vogliano tornare. Non c’è una primadonna.

Quale provenienza geografica hanno i collezionisti che comprano a Flashback?

S.P. Una grandissima percentuale proviene da Torino e Piemonte, tanti milanesi e anche dal Nordest, oltre che dai Paesi limitrofi, ossia Montecarlo, Francia, Svizzera, Inghilterra, peraltro più sensibili all’arte antica.

Una critica che si faceva un po’ all’inizio a Flashback era che fosse un po’ troppo torinese.

G.P. Se non hai le fondamenta, cioè se non ci sono i torinesi sia come pubblico sia come espositori, non puoi continuare a costruirci sopra. Negli ultimi tre anni siamo diventati nazionali e adesso ci stiamo espandendo per essere internazionali.

Quest’anno quanti espositori avrete?

G.P. Più o meno sempre lo stesso numero, perché lo spazio è quello: 45-46 stand.

Ci sono new entry?

S.P. Per l’arte antica siamo molto contente di essere riuscite a coinvolgere la Piacenti Fine Art di Londra con due giovani ma già bravissimi antiquari, Emanuele e Leonardo Piacenti, che partecipano già al Tefaf. A Torino porteranno anche due tavole di Vasari.

E per il moderno?

G.P. Una novità è la Galerie Jean-François Cazeau, che ha sede a Parigi e a Sanremo.

Una crescita potrebbe dipendere anche dal cambio di sede...

G.P. Io sono abbastanza contraria al superamento delle 50 gallerie.
S.P. Sono d’accordo. Quella è l’idea per mantenere una qualità molto alta.
G.P. Ma anche per la fruizione del pubblico e per la soddisfazione dei galleristi rispetto al pubblico, quindi anche dal punto di vista commerciale. È come se fosse il numero perfetto per avere l’impressione perfetta.

Non pensate di allargare l’offerta anche ad altri settori?

G.P. Stiamo lavorando su alcune gallerie francesi di arte precolombiana e africana, che però sono ancora un po’ restie. È un settore che secondo noi potrebbe funzionare su Torino, però è ancora tutto in divenire.

E la fotografia?

G.P. Ci piacerebbe. Ad anni alterni la fotografia storica c’è stata. Al mondo c’è un paio di gallerie che tratta fotografia vintage importante; in particolare una galleria francese che a me piacerebbe tantissimo. Le stiamo facendo la corte da molto tempo, però c’è il problema che la settimana dopo si tiene Paris Photo.

A Flashback si vende di più l’antico o il moderno?

S.P. Dipende dall’opera perché sono state vendute cose molto importanti sia di antico sia di moderno.

Quindi non c’è il rischio, per il visitatore, di identificare Flashback come fiera essenzialmente di antico?

G.P. Il primo anno eravamo identificati più come una fiera di arte antica, ma dal terzo anno siamo riuscite a equilibrare la proposta. In realtà noi siamo sempre contemporanee.

Cristina Valota, da Il Giornale dell'Arte numero 401, ottobre 2019


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