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Le pozioni magiche di Helena Rubinstein

Un ritratto a tutto tondo della regina dei cosmetici, amica di artisti e stilisti al Musée d'art et d'histoire du Judaïsme

Helena Rubinstein con Picasso

Parigi. La regina dei cosmetici fu anche una grande collezionista d’arte, posò per Dalí e Man Ray, frequentò Picasso e Matisse, vestì abiti Chanel, Balenciaga e Dior. Ma chi era Helena Rubinstein? Una «piccola donna», alta appena 1,47 m, ostinata quanto basta per inventarsi un impero.

Ne racconta la storia, dal 20 marzo al 25 agosto, una mostra del Musée d’art et d’histoire du Judaïsme (mahJ) di Parigi, «Helena Rubinstein. L’avventura della bellezza», realizzata in collaborazione con il Jüdisches Museum di Vienna e che si visita come si legge un romanzo.

Il percorso, in più di 300 documenti, foto, opere e oggetti d’arte, con una ricca selezione di ritratti di Madame, è pensato come un viaggio a tappe che tocca Vienna, Melbourne, Londra, Parigi e Tel Aviv, partendo da Cracovia. È nella città polacca che, il giorno di Natale del 1872, nacque Chaja (il suo vero nome) in una famiglia ebrea ortodossa, prima figlia di otto sorelle.

Una ragazza ribelle. I genitori tentarono di accasarla ma di fronte ai suoi rifiuti, nel 1894, la esiliarono prima a Vienna, da una zia, e due anni dopo ancora più lontano, da parenti in Australia. La giovane, che ormai si faceva chiamare Helena, aveva messo in valigia i vasetti di crema per il viso della mamma, preparati a base di erbe ed estratto di mandorle dal chimico ungherese e amico di famiglia Jacob Lykusky.

Nel 1902, a Melbourne, aprì il suo primo istituto di bellezza, la Maison de Beauté Valaze, vendendo alle donne australiane la crema in arrivo dalla Polonia. La sua filosofia divenne: «Non esistono donne brutte, solo donne pigre». Ma per Helena Rubinstein la bellezza andava ben oltre la cosmetica.

Una volta a Parigi, nel 1912, frequentò le aste e cominciò a collezionare oggetti d’arte africana. Più tardi, nel ’35, presterà 17 opere al MoMA per la mostra «Africa Art», compresa la celebre scultura «Bangwa Queen», e nel ’37, statue africane e pitture murali di de Chirico decoreranno il nuovo esclusivo salone sulla Fifth Avenue a New York.

Negli acquisti d’arte si lasciava guidare dal suo «occhio interiore»: comprò dipinti di Bonnard, Van Dongen, Léger, Brancusi, Braque e Picasso. Si fece decorare le case dallo stilista Paul Poiret e dal pittore Louis Marcoussis, realizzare i tappeti su disegno di Jean Lurçat e Picasso, chiese a Eileen Gray di disegnarle i mobili

Nella casa del faubourg-Saint-Honoré invitò Juan Gris e Modigliani. Si fece ritrarre da Salvador Dalí, Raoul Dufy, Marie Laurencin, Pavel Celicev e Sarah Lipska. Più tardi, negli anni Cinquanta, anche Picasso, a lungo restio, accetterà di realizzare per lei degli schizzi. Fu amica di Coco Chanel, Elsa Schiaparelli, Jeanne Lanvin, si fece sempre fotografare con i suoi abiti più belli, tanti gioielli e l’immancabile chignon.

Luana De Micco, da Il Giornale dell'Arte numero 395, marzo 2019


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