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Mostre

Le mani sulla città

Il lavoro manuale e artigianale nella scena artistica di Berlino

«Paravent, Social Fabric #1» (2012) di Nevin Aladag. © Foto Trevor Good Courtesy l’artista e Wentrup, Berlino

Con la mostra «And Berlin Will Always Need You. Kunst, Handwerk und Konzept Made in Berlin», aperta dal 22 marzo al 16 giugno, il Martin Gropius Bau invita a esplorare il significato dei processi di lavoro manuale e artigianale nella scena artistica contemporanea berlinese. La cornice non potrebbe essere più appropriata: il Gropius Bau nacque infatti nel 1881, su progetto di Martin Gropius (prozio del Walter che fondò il Bauhaus), in qualità di primo Kunstgewerbemuseum di tutta la Germania, ovvero primo Museo delle Arti Applicate (artigianali-decorative e poi industriali) e sede espositiva di collezioni archeologiche ed etnologiche nonché Scuola di Arti Applicate.

La combinazione dei due enti, museo e istituto di istruzione, era perfettamente in linea con le idee del tardo XIX secolo; se ne trova ancora oggi espressione in molti complementi d’arredo dell’edificio: nelle maioliche, nei mosaici e nei fregi sulla facciata, prodotti dagli allora studenti della scuola di artigianato.

La prima esposizione di questo 2019 intende rimanere più che mai nel solco di tale tradizione, mostrando come, nonostante il tempo trascorso, il costume berlinese sia rimasto fedele a sé stesso: «E Berlino avrà sempre bisogno di te», ricorda incoraggiante a un gruppo di artisti oggi attivi in città, invitati a esprimersi per l’occasione. Sono i versi della serenata cantata a Mary Harding nel 1977 da Dorothy Iannone.

L’artista americana fece una duplice dichiarazione d’amore, esprimendo in musica anche le sue emozioni per la città in cui era appena arrivata grazie al programma internazionale per giovani artisti (DAAD). A dispetto delle critiche di molti esterni e dell’affollamento raggiunto negli ultimi anni, la Kunstszene berlinese di oggi pulsa ancora di sperimentazione e creatività. È vero che Berlino ha bisogno dei suoi artisti come loro della città, l’unica ancora in grado di incoraggiare una pratica artistica altra, spontanea, in cui i metodi artigianali e tradizionali di produzione non sono solo memorie passate da ricordare nelle celebrazioni per il Bauhaus, ma incoraggiati e praticati, nell’auspicata, ideale fusione di concetto estetico, forma e materia.

La mostra si compone opere di Nevin Aladağ, Leonor Antunes, Julieta Aranda, Alice Creischer e Andreas Siekmann, Mariechen Danz, Haris Epaminonda, Theo Eshetu, Olaf Holzapfel, Dorothy Iannone, Antje Majewski e Olivier Guesselé-Garai, Willem de Rooij, Katarina Šević, Chiharu Shiota, Simon Wachsmuth e Haegue Yang.

Francesca Petretto, da Il Giornale dell'Arte numero 395, marzo 2019


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