Le interviste per Artissima XYZ | Bettina Steinbrügge

La curatrice della sezione «Disegni» descrive uno degli appuntamenti più raffinati della fiera torinese, quest'anno composto da dieci artisti rappresentati da altrettante gallerie

Bettina Steinbrügge
Franco Fanelli |

Dieci artisti rappresentati da altrettante gallerie, compongono la sezione «Disegni», che in cinque edizioni si è affermata come uno degli appuntamenti più raffinati di Artissima. Può persino suonare provocatorio, in un ambito legato all’arte contemporanea, in cui spesso le nuove tecnologie sono il medium dominante, e in cui l’atto esecutivo (manuale) è molte volte delegato a tecnici specializzati, riportare al centro dell’attenzione una disciplina o un linguaggio identificato, nel passato, come radice di tutte le arti. Il fatto è che il disegno, se concepito come attività del pensiero e dell’invenzione, ha mantenuto saldamente quel ruolo. Di certo, una sezione come quella offerta da Artissima pone alcune domande: quanto e come si «disegna» oggi? E soprattutto, che cosa significa oggi «saper disegnare»? Ne parliamo con Bettina Steinbrügge, direttrice del Kunstverein di Amburgo, curatrice, con Lilou Vidal, di questo settore della fiera.

La prima volta che ho parlato con Ilaria Bonacossa, direttrice di Artissima e ideatrice della sezione «Disegni», mi ha detto che una delle ragioni per cui aveva deciso di istituirla era il fascino esercitato dai disegni come momento di concepimento dell’opera, ma anche come medium in un certo senso «più spontaneo» di altri. Il suo progetto per l’edizione 2021 di «Disegni» si concentra sui disegni come veicolo di «scenari umoristici o grotteschi come contraltare alternativo e speculativo per evadere dalle aberrazioni della realtà (o dalla tragedia dell’esistenza)». In effetti, il disegno, e più in generale le stampe grafiche, sono storicamente legate alla trasmissione e all’espressione di messaggi sovversivi e sotterranei, e perciò anche (ma non solo) alla satira politica (penso a Grosz, per fare un solo nome). Mi sembra che una larga parte dell’arte contemporanea oggi guardi al concetto di «contropotere», in politica o negli aspetti sociali. Quali sono dunque le peculiarità dei disegni in questo senso, se messe a confronto con altri linguaggi visivi?
Il disegno è il primo contatto con l’arte. Da bambini si inizia a disegnare per esplorare il mondo e, successivamente, disegnare aiuta a sviluppare la creatività. Guardare ai disegni aiuta a comprendere l’opera di un artista, le sue idee e il suo modo di pensare. Gli stili, i materiali e le forme d’arte si sono espanse, e il disegno è diventato una forma d’arte vitale e autosufficiente. Tuttavia, gli artisti continuano a usare i disegni per raccogliere idee e sperimentare, per esplorare le idee e per proporre, affinare, far circolare e raccontare le proprie opere in altri media. L’ultimo scopo è quello che rende il disegno così importante, poiché nel disegno si può davvero arrivare al cuore del pensiero creativo. Ciò è particolarmente vero quando le distinzioni tra la pittura e il disegno (e la stampa) diventano più labili. Un nuovo, ampliato, linguaggio delle arti visive è emerso negli ultimi due decenni sulla base di un campo più ampio di operazioni per ciascuno degli autori. Quando si tratta di contropotere, gli artisti contemporanei hanno spesso usato il disegno per entrare in contatto con il mondo circostante e per attirare l’attenzione sui sistemi (e sugli abusi) del potere. Disegnare può diventare una sorta di dialogo aperto in virtù proprio della sua leggerezza e immediatezza. Ad ogni modo, ho raramente avuto l’impressione che al momento si cerchi una forma di contropotere: piuttosto il contrario. Sono però convinta che si possa raggiungere questo obiettivo sovversivamente attraverso il disegno. Guardi per esempio i lavori di Oswald Oberhuber, con il loro umorismo sottile ed enigmatico. Quando li si osserva a lungo, lo sguardo acuto del disegnatore ci assale alle spalle.

Ha incluso due artisti da generazioni diverse, entrambi i quali sono già morti e storicizzati. Vorrei chiederle se potesse presentare Oswald Oberhuber e José Leonilson al pubblico italiano, che forse non li conosce bene.
Ho potuto conoscere Oswald Oberhuber durante i miei anni come senior curator al Belvedere a Vienna e sono arrivata ad apprezzarlo molto. Come artista, curatore e docente ha avuto un’influenza decisiva sulla scena artistica viennese. Fu un osservatore incorruttibile, spiritoso e critico fino a tarda età, con una profonda conoscenza della storia dell’arte del XX secolo. Per sua stessa ammissione, il collegamento diretto fra cervello e pagina era la penna che teneva in mano. Dopo aver partecipato alla Biennale di Venezia e due volte a Documenta, ci lascia un’enorme opera di circa mille sculture e molte migliaia di disegni e tele. Ma la creazione artistica non era il suo unico obiettivo: prima di tutto, Oberhuber era uno stratega del «cambiamento permanente», come lui stesso ha detto. Nel corso del procedimento, disimparare diventava l’elemento più importante della sua arte. Lui voleva sempre ricominciare da zero e non era mai soddisfatto dello status quo. Ha lavorato fino alla fine sul suo manifesto «Il cambiamento permanente», che ha continuato a crescere nel corso dei decenni. Secondo lui, ogni cosa finita è in ogni caso sbagliata dopo essere stata completata e deve immediatamente essere risolta in altro modo. Le tradizioni e i tabù esistevano esclusivamente per essere spezzati e superati. Oberhuber, inoltre, non si poneva limiti nella scelta del mezzo artistico: ha infatti realizzato disegni, dipinti ad olio e materici, junk sculptures, collage, sculture, oggetti, arredamento, tessuti, assemblage di scatole, cavi, chiodi e cartacce. Diceva: «Conserva tutto ciò che metti da parte: può essere arte».

Ho scoperto invece il lavoro di José Leonilson grazie a una fantastica retrospettiva curata da Krist Gruijthuijsen per il KW di Berlino nel 2020. Il punto di partenza qui è diverso, ma non meno interessante. Nato a Fortaleza nel 1957, José Leonilson era noto a pochi fuori dal Brasile. Sviluppandosi su tre piani del KW, il percorso cronologico e biografico presentava disegni, dipinti, installazioni, ricami e lavori tessili. La mostra cominciava con spiritosi disegni a pennarello di lavoratrici del sesso. I loro dettagli personali e le loro preferenze erano annotati a penna. Tutto sommato, ho visto poche volte un’esposizione così emozionante. Leonilson era un rappresentante della cosiddetta «Geração 80», una generazione di giovani artisti brasiliani che dipingevano in modo non più costruttivista ma soggettivo. Divenne famoso per le sue tele senza cornice. Verso la fine degli anni Ottanta Leonilson, il cui padre commerciava nel settore tessile, scoprì i tessuti e il ricamo come mezzi espressivi. Emersero quadri di bottoni, assemblaggi di feltro e cristallo, tela e pietre semipreziose. Con la sincerità di un diario, le sue opere trattano l’amore, la stranezza e le difficoltà del vivere da emarginato.

Un altro autore di grande interesse mi sembra essere Bertrand Dezoteux: non solo perché si esprime soprattutto attraverso la video animazione, ma anche perché incarna lo spirito più visionario e surrealista della sua selezione. Come descriveresti il suo lavoro?
In effetti Bertand Dezoteux lavora nell’ambito dell’animazione, una particolare forma di videoarte e di cinema che consiste in molti disegni, perlopiù realizzati a mano, presentati uno dopo l’altro in ordine cronologico. Ritengo che, in termini puramente formali, una mostra di disegni nel XXI secolo debba assolutamente includere questa forma per poter mostrare tutto lo spettro del disegno. Comunque, anche nel contenuto l’opera di Dezoteux è innovativa su molti livelli. Egli si descrive come un osservatore della vita in mondi virtuali. Dezoteux ha lavorato con i video per esplorare la tecnologia dei computer e i suoi riferimenti culturali, diventando in questo processo un esperto di assemblage e bricolage digitale. Fra intrattenimento e incertezza, inni alla scienza e goffaggine intenzionale, l’artista crea oggetti visuali e ibridi complessi attraverso l’uso di svariate forme e linguaggi. I suoi film sperimentali sono all’incrocio tra documentario, narrativa e fantascienza: essi rappresentano il mondo come un sistema, ispirato ai software di modellazione 3D. Attraverso il suo lavoro, riconosciamo una nuova realtà che esiste da molto tempo, ma che è ancora lontana dall’essere entrata nel discorso sociale.

Tra gli artisti che vedremo nella sezione, ce n’è qualcuno che preferisce decisamente il disegno e la grafica ad altri media?
Ottima domanda. Al giorno d’oggi, molti artisti non lavorano più in un solo ambito e sperimentano un’ampia gamma di materiali e forme. Probabilmente bisogna menzionare qui José Antonio Suárez Londoño: lui segue una pratica fortemente strutturata in studio per cui legge e disegna ogni giorno. Il suo lavoro come artista è incentrato su disegni ispirati ad antichi studi di biologia e botanica. Il mondo interiore della sua immaginazione si rivela disegnato in figure intrecciate, animali, mappe, piante e forme meccaniche. Essi corrispondono alle fonti letterarie più disparate (Ovidio, Rimbaud, Patti Smith e Sam Shepard, per citarne alcuni) e allo stesso tempo incorporano frammenti di testi in spagnolo, inglese e francese.

«Disegno» è un termine e un concetto fondamentale per quanto riguarda le arti visive: era il centro delle più antiche dispute filosofiche e teorie sulle arti. Che cos’è il disegno oggi? Nel nostro caso, è semplicemente un’elegante abbreviazione per dare un titolo a una sezione di una fiera? E, in tal caso, vuole significare disegno in quanto «opera su carta» in senso lato, o ha una sua specificità?
Il disegno può essere molto più della matita su carta, e la sezione «Disegni» di Artissima mostrerà esattamente questo approccio ampio. Anche se alcuni potranno non considerare certi lavori come disegni, questa sezione mostra quanto possa essere variegata la pratica del disegno. Negli ultimi cinquant’ anni, gli artisti hanno continuamente spinto i confini di quello che un disegno può significare e hanno ridefinito il gesto stesso del disegnare. Alcuni artisti continuano a utilizzare strumenti tradizionali come la penna, la matita o il pennello; altri usano procedimenti come incollare, disegnare, animare e cucire; altri ancora usano la scultura per convertire i disegni in opere tridimensionali. Queste opere sfumano i confini del disegno e ci mostrano come una forma tradizionale possa essere reinventata costantemente e adattata al contemporaneo. Vogliamo portare i nostri visitatori in un viaggio verso le infinite possibilità di questa disciplina.

Tra le generazioni più giovani di artisti (e la sezione ne include alcuni), c’è un denominatore comune nel loro approccio al disegno?
Sono piuttosto scettica sui denominatori comuni. Ci piace ancora pensare in termini di stili e movimenti, ma ciò non esiste più. Ci troviamo di fronte a singoli artisti che cercano di descrivere il proprio mondo. Le prospettive e le considerazioni formali sono incredibilmente diverse ed estese. L’arte oggi non è più definita dall’abilità artigianale o come materia accademica che può sottostare a criteri scientifici e classificabili. La classificazione perciò diventa più difficile. Inoltre, i movimenti artistici sono stati definiti per l’arte occidentale; dall’avvento di una pretesa globalizzazione, la definizione di prefissi comuni è diventata ancora più complessa.

«Disegno» è un termine che si riferisce (anche) all’azione manuale, all’emozione insita nel talento manuale (penso, per esempio, a Enzo Cucci o a Kiki Smith). È ancora questo il caso o l’uso delle nuove tecnologie è diventato così esteso da ridurre in modo significativo l’input manuale? Come operano in questo senso gli artisti che ha selezionato per Artissima?
Credo che disegnare sia uno dei pochi atti artistici ancora svolti a mano nell’oltre 80% dei casi. Oggi, naturalmente, esiste il campo del disegno tecnico, ma è utilizzato di più nelle arti applicate. Il disegno nelle arti visive ha ancora molto a che fare con il flusso di coscienza e comincia con un piccolo appunto, prosegue con diagrammi e finisce in rappresentazioni complesse dei temi su cui si riflette attentamente al momento. Non vedo nessuna differenza tra gli artisti selezionati, con l’eccezione forse delle opere video che si basano di più su strumenti tecnici, ma comunque ciò è vero soprattutto nell’esecuzione e non negli schizzi iniziali per le rispettive opere.

Secondo Henri Focillon, disegnare è una forma di conoscenza. Penso anche all’artista protagonista di «The Draughtsman’s contract» di Peter Greenaway, che tramite i suoi disegni riusciva a cogliere gli indizi di un crimine. In entrambi i casi è l’atto di osservare che porta al sapere. In che modo questi principi hanno ancora un senso, ora che l’osservazione della realtà sembra delegata ai media e alle immagini che essi ci consegnano?
Per me, la concezione del disegno come abbozzo di idee è al centro dell’approccio al disegno. In esso vedo subito il concretizzarsi di processi cognitivi che in sostanza sono strumenti necessari per visualizzare i pensieri. La vera funzione del disegno non è materiale, ma cognitiva, mentale. Disegnare, come diceva Michelangelo, è un fatto della mente. I disegni sono strumenti finalizzati alla realizzazione dell’opera d’arte, ma sono anche opere d’arte in sé. È proprio questa duplice funzione che li rende così rilevanti ai miei occhi. E poi, siamo davvero sicuri che i media osservino con intelligenza? Al momento, ho piuttosto la sensazione che certi movimenti di massa siano costantemente ripetuti e rafforzati dai media, senza che diano avvio a movimenti collettivi di pensiero e riflessione.

Una delle novità della sezione «Disegni» è la collaborazione curatoriale tra lei e Lilou Vidal. Quale è stato il suo contributo alla sezione?
Con la mia splendida co-curatrice Lilou Vidal ho definito il tema e riflettuto su ciascun artista. Abbiamo sviluppato, consultandoci regolarmente, ciò che i visitatori di Artissima possono vedere nella sezione «Disegni». È stato un ottimo processo, molto interessante. La sezione è l’unione degli approcci, delle esperienze e degli interessi di entrambe.

Mi spiace finire con una domanda prosaica, ma stiamo pur sempre parlando di una fiera mercantile. Quali sono i valori economici (di alcune) delle opere che presenti?
Tutti gli artisti rappresentati in questa sezione sono già molto ben rappresentati nel mercato dell’arte nel proprio contesto, ma alcuni di loro lo sono in altri paesi o persino in altri continenti. Perciò ci sono ancora delle scoperte da fare, ma con il potenziale già dimostrato per una carriera nel mercato dell’arte.


DISEGNI
A cura di Bettina Steinbrügge e Lilou Vidal
Anne Bourse, Crèvecoeur Paris – Bertrand Dezoteux, Bernard Jordan Paris, Zurich, Berlin – Judith Hopf, Deborah Schamoni Munich – Ana Jotta, Projectesd Barcelona – José Leonilson, Almeida E Dale Sao Paulo – Diego Marcon, Ermes-Ermes Vienna, Roma – Katja Mater, Lambdalambdalambda Prishtina – Oswald Oberhuber, Kow Berlin – Lorenzo Scotto Di Luzio, Vistamare/Vistamarestudio Pescara, Milano – José Antonio Suárez Londonõ, Galleria Continua San Gimignano, Beijing, Les Moulins, Havana, Roma, Sao Paulo, Paris

Le interviste per Artissima XYZ

LORENZO GIUSTI

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