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Le insidie della banana virale

Anche il libretto di istruzioni fornito dall’artista agli acquirenti è tutelato come opera dell’ingegno. E chi ne sfrutta l’immagine, come Carrefour o Durex, rischia di violare il diritto d’autore

La Banana di Cattelan e l'instant marketing aziendale

Milano. Il refrain dell’arte contemporanea è sempre lo stesso, «lo potevo fare anch’io», come il titolo di un libro di Francesco Bonami. Ora il tormentone tocca alla virale banana di Cattelan, presentata dalla Galleria Perrotin ad Art Basel Miami il 4 dicembre. In effetti la banana attaccata al muro con il nastro da pacchi l’hanno rifatta anche Carrefour, Durex e Burger King, solo per citarne alcuni, e l’hanno usata per pubblicizzare i loro prodotti. Ma solo i tre collezionisti che hanno acquistato «Comedian» potranno, grazie al certificato di autenticità e al manuale di istruzioni elaborato dell’artista, fare legittimamente arte da soli!

Cattelan ha infatti raccontato e illustrato fotograficamente il processo di creazione, indicando la lunghezza del nastro adesivo e il suo posizionamento; ha precisato a quanti centimetri da terra deve essere collocata la banana e da che altezza bisogna guardarla. E la banana? C’è d’aspettarsi di vedere i collezionisti aggirarsi impazziti con la bindella in mano a misurare frutti per i mercati ortofrutticoli o arrampicati sui platani? Per fortuna, no. L’artista non ha indicato una taglia o altre caratteristiche, ha solo prescritto che il frutto da sostituire all’originale ogni 10 giorni sia più simile possibile a quello da lui utilizzato.

Le istruzioni d’artista, tuttavia, non sono una novità legata a «Comedian», ma sono tipiche delle opere d’arte effimera come «Untitled» (la «scultura che mangia» un cespo di lattuga)» di Giovanni Anselmo o come i 75 chili di caramelle dell’«Untitled (Portrait of Ross in L.A.)», che nel 2007 Félix González-Torres portò alla Biennale di Venezia. Per il collezionista, il museo o la galleria, le istruzioni sono un vero e proprio contratto, che gli acquirenti sono tenuti a rispettare per non violare il diritto di proprietà intellettuale dell’artista che è il solo a poter modificare l’opera in base all’art. 18 della Legge sul Diritto d’autore.

Per «Comedian», inoltre, potrebbe invocarsi la tutela autoriale sul manuale di istruzioni che correda l’opera, in merito al quale potrebbero richiamarsi le precedenti decisioni (Pretura di Venezia 24 aprile 1969, Pretura di Ferrara 9 giugno 1992, Tribunale di Casale Monferrato 11 novembre 1996, Tribunale di Milano 10 luglio 2013), che hanno riconosciuto la protezione come opere dell’ingegno ai ricettari di cucina, fattispecie alla quale «latu senso», potrebbe appartenere anche il libretto tutorial che Cattelan fornisce agli acquirenti per rifare da sé «Comedian», in un’ottica di «brico new pop art», una volta che la banana sia avvizzita.

In proposito, un’isolata pronuncia della Corte d’Appello di Milano ha addirittura stabilito che «possono essere protetti come opere dell’ingegno dei disegni concepiti per illustrare pubblicazioni di ricette per cucina che, pur avendo uno stile consueto soprattutto nelle pubblicazioni culinarie, hanno un’apprezzabile singolarità nelle modalità rappresentative dei prodotti, un apporto individuale creativo nell’associazione degli stessi con i loro componenti o con i recipienti che li contengono, un’originalità nell’esecuzione tecnica complessiva» (Corte d’Appello di Milano 17 marzo 2000).

L’accostamento non convenzionale di un frutto, la banana per l’appunto, con del nastro adesivo grigio usato prevalentemente nel campo degli imballaggi e non culinario, quindi, nonché la collocazione di tale assemblaggio su un muro bianco, e non già su un piatto o un recipiente da cucina, aderendo in astratto e in via analogica alla tesi della Corte meneghina, potrebbero, quindi, portare a ritenere che «Comedian» presenti un sufficiente grado di originalità e creatività da meritare tutela come opera dell’ingegno, con la conseguenza che le «tre banane con il nastro adesivo» (l’esemplare è stato realizzato in tre copie più due prove d’artista), andrebbero considerate come opere derivate e come tali anch’esse protette dal diritto d’autore.

Del resto, nessuno ad oggi potrebbe sollevare dubbi sul fatto che le bilance in ferro con sopra il caffè di Jannis Kounellis, esposte di recente nella mostra curata da Germano Celant alla Fondazione Prada di Venezia, siano un’opera d’arte benché nella forma si tratti di attrezzi per misurare il peso assemblati a semi torrefatti e macinati. L’unica pronuncia di legittimità, tuttavia, in tema di arte «alimentare», è una risalente Cassazione del 1991.

Nel dirimere una controversia tra la baronessa De Domizio Durini, proprietaria delle vasche utilizzate da Beuys per realizzare nel 1984 «Olivestone» (cinque vasche di decantazione per l’olio in pietra del ’500, riempite d’olio d’oliva e coperte da un blocco della stessa pietra, Ndr), e la vedova Beyus, la quale asseriva di esserne diventata proprietaria per specificazione ex art. 940 c.c. e successione mortis causa, la Suprema Corte ha stabilito, incidenter tantum, che non si trattasse di un’opera d’arte «giacché nell’opera non poteva ravvisarsi la “species o nova res”», in quanto «[...] la materia non è stata trasformata, ma solo disposta in un modo particolare, per raggiungere un certo effetto, il che è ben diverso dall’acquisizione nel mondo fisico di una nuova cosa» (Cass. Civ., Sez.II, n. 13399, del 12 dicembre 1991).

Le conclusioni di quei giudici non paiono, però, condivisibili, né più compatibili con le forme espressive e i linguaggi dell’arte contemporanea, né con il concetto di valore artistico formatosi negli ambienti culturali e, di tale tesi, sembra essersi convinta a posteriori anche la duchessa, che ha donato l’opera alla Kunsthaus di Zurigo definendola come «l’ultimo capolavoro del periodo italiano del maestro». Potrebbe, quindi, concludersi che se la banana con il nastro adesivo è un’opera d’arte, allora, Carrefour, Durex e Burger King avrebbero violato l’art. 18 della Legge sul Diritto d’autore che attribuisce solo al creatore il diritto di apportare all’opera qualsiasi modifica.

Gloria Gatti, da Il Giornale dell'Arte numero 404, gennaio 2020



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