Le gioie insolenti dell’intelligenza

Franco Fanelli |

La vita di Lea Vergine raccontata da lei medesima nei ricordi e nelle riflessioni raccolte da Chiara Gatti è uno spumeggiante susseguirsi di stravaganze, tic e irresistibili aneddoti. È una galleria di incontri straordinari, da Giulio Carlo Argan, prefatore del primo libro di quella che sarebbe diventata la più celebre critica d’arte italiana (lo pubblicò a 23 anni, e Argan, en passant, le fece conoscere anche il futuro marito, il designer Enzo Mari) a Raffaello Causa e Raffaele La Capria nei giovanili anni napoletani (è nata come Lea Buoncristiano nel 1936 «alle falde del Vesuvio», ama sottolineare).

E ancora, da Palma Bucarelli, mantide di artisti («finire nel suo letto era un passaggio che implicava la schiavitù») e despota nei confronti dei sottoposti, non escluso Giorgio De Marchis, da un antipatico Alberto Burri e da galleristi destinati alla leggenda negli anni romani a Gillo Dorfles,
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