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Archeologia

Le enormi piattaforme maya di Aguada Fénix

I sorprendenti risultati di una scoperta fatta da una squadra di specialisti in Messico

Scultura in roccia calcarea che raffigura un pecari ritrovata nel sito di Aguada Fénix, nel Messico meridionale

Il 3 giugno scorso la rivista «Nature» ha presentato i risultati di una scoperta fatta da una squadra internazionale di specialisti diretti da Takeshi Inomata, archeologo nippo-statunitense dell’Università dell’Arizona. L’articolo ha presentato i sorprendenti risultati delle ricerche condotte ad Aguada Fénix, un piccolo sito quasi sconosciuto del Messico meridionale, dove sono state trovate piattaforme enormi che lo collocano tra i più estesi e, quindi, importanti della Mesoamerica.

La più grande di queste piattaforme ha una forma rettangolare e misura 1.413x399 metri, raggiungendo un’altezza di 10-15 metri. La scoperta del sito e delle piattaforme è stata fatta utilizzando in modo sistematico i dati del Lidar, una sorta di radar che viene montato su droni o aerei e consente di vedere ciò che si trova sotto la vegetazione o lo strato più superficiale del terreno.

Alcuni scavi in situ hanno poi consentito di fare ben 69 datazioni al radiocarbonio (C14) da cui risulta che la storia di Aguada Fénix comincia nel 1250-1150 a.C. e che la costruzione della grande piattaforma risale al 1050-800 a.C. Inoltre, dato che il sito si trova nell’Area Maya, Inomata, fin dal titolo dell’articolo: «Monumental architecture at Aguada Fénix and the rise of Maya civilization», fa chiaramente di questo sito una delle culle della cultura maya. Coniugando questi elementi, ovviamente, i media di tutto il mondo, dalla Cnn alle minuscole riviste online, hanno lanciato la notizia della scoperta.

Tra i non addetti ai lavori, in particolare, ha suscitato meraviglia l’utilizzo del Lidar, uno strumento che da oltre dieci anni viene utilizzato in archeologia e che anche il Cnr usa sistematicamente, sia nelle ricerche in Italia sia all’estero. Tra gli appassionati del mondo preispanico, invece, ha suscitato interesse il ruolo di Aguada Fénix nella nascita della cultura maya. Per gli uni e per gli altri e per correggere le distorsioni dei media, pertanto, diventa indispensabile fare alcune precisazioni.

Il Lidar è sicuramente uno strumento molto utile, che, tuttavia, non sostituisce il tradizionale scavo archeologico, perché fornisce dei dati che non parlano da soli, ma devono essere analizzati. In particolare, per calcolare il volume di una costruzione, in alcuni casi, può essere problematico distinguere gli interventi dell’uomo dai rilievi naturali preesistenti.

Nell’articolo infatti, lo stesso Inomata, che rivendica con orgoglio il fatto che la piattaforma principale di Aguada Fénix abbia un volume superiore a quello di tutte le altre costruzioni maya, tiene conto di questi elementi e ipotizza che il volume dovuto all’intervento umano sia di 3.200.000-4.300.000 m³ e non di 5.600.000-8.400.000 m³, come risulterebbe se si ignorassero questi aspetti. Le datazioni col radiocarbonio sono sicuramente molto importanti, ma senza una buona cronologia relativa, che ad Aguada Fénix è molto carente, hanno valore indicativo e possono non indicare correttamente l’epoca di un sito o di un monumento.

Dagli stessi dati di Inomata è evidente che il ruolo di Aguada Fénix nella nascita della cultura maya è tutto da dimostrare. Infatti, i pochissimi reperti portati alla luce (dieci reperti in pietra verde e una scultura in roccia calcarea raffigurante un pecari, animale simile al cinghiale) presentano stilemi comuni a molte altre culture della Mesoamerica. Anzi, a dimostrare quanto la conoscenza della storia dell’arte possa essere utile anche agli archeologi, è doveroso precisare che, quando Inomata scrive che «l’immagine naturalistica di un animale contrasta con l’arte olmeca», fa un errore clamoroso, dato che, come tutti sanno, è vero il contrario.

Inoltre, è doveroso ricordare che in un sito capita spesso di trovare un reperto (un pezzo di carbone o di materiale organico) che al metodo del radiocarbonio si rivela molto più antico della cronologia tradizionale del sito stesso. Non per questo, però, gli archeologi cambiano la cronologia della cultura a cui il sito è associato, perché i reperti più antichi significano solo che persone di una cultura sconosciuta e più antica si sono trovati per caso a passare o a vivere nel luogo dove si trova il sito che si sta studiando.

Pertanto, finché dagli scavi non emergeranno elementi chiari che dimostrino che Aguada Fénix era un sito di cultura maya e che, soprattutto, le datazioni più antiche sono chiaramente associate a reperti maya, si deve ribadire che dalle ricerche di Inomata risulta che non ci sono elementi per mettere in discussione le ricostruzioni finora fatte sull’origine di questa cultura. Nella sostanza si può concludere che la scoperta di Aguada Fénix porta alla ribalta un sito nuovo e di grande importanza, ma che per tutto il resto si deve considerare l’articolo di «Nature» una sorta di manifesto programmatico delle prossime ricerche.

Antonio Aimi, da Il Giornale dell'Arte numero 410, settembre 2020

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