Le architetture fasciste che ci siamo risparmiati | 3

I progetti non realizzati del Ventennio: una sconfinata grandeur nel nome della monumentalità e del mito della romanità

Fabio Isman |  | Roma

L’ultimo capitolo di questa storia sono gli enormi smantellamenti, per fortuna evitati. Nato nel 1879 e morto nel 1965, l’architetto Armando Brasini lavora un po’ in tutto il mondo. Ottiene perfino una menzione della giuria nel concorso del 1931 per il Palazzo dei Soviet a Mosca, in cui era l’unico italiano invitato, accanto a nomi come Le Corbusier, Gropius e Mendelsohn; lascia opere a Tripoli, Tokyo, Rio de Janeiro, oltre ai Palazzi del Governo a Foggia e a Taranto.

A lungo è stato tra i favoriti di Mussolini; fa parte della commissione per il Piano regolatore di Roma del 1931, con Marcello Piacentini, Gustavo Giovannoni e altri. Proprio Piacentini introdurrà così l’elaborato: «Duce, il disegno della grande Roma che la Commissione ha l’onore di presentarvi è stato svolto sulla base dei concetti che Voi stesso, con largo respiro di petto romano e sintetica lucidezza di mente latina, ci illustraste». Mussolini non era solo un fondatore, ma anche uno «sfondatore». In quel momento Brasini è ancora tra gli architetti più in voga; in via dei Prefetti ha un enorme studio che, secondo qualcuno, «per fasto e gusto decadente, potrebbe competere con il Vittoriale di D’Annunzio».

Sue, tra tanto altro, sono anche le scenografie del film «Quo vadis?», del 1923. Il favore supremo scema però a causa di un palazzo. Vicino a Piazza Venezia, in via IV Novembre, dal 1886 c’era il Teatro drammatico nazionale di Francesco Azzurri; criticatissimo, per esempio da D’Annunzio, viene raso al suolo nel 1926. Piacentini intendeva sostituirlo con un tunnel per collegare più rapidamente piazza Venezia alla Stazione Termini; viene invece affidato a Brasini l’incarico di erigere sul sito del Teatro la nuova sede dell’Inail.

Lavora quattro anni, fino al 1932, ma poco dopo Mussolini dirà in Senato che quell’immobile è «un autentico infortunio, capitato proprio alle Assicurazioni agli Infortuni». Il progettista si è giocato i favori del duce: otterrà assai meno incarichi di prima.

Intanto, però, aveva già messo su carta (disegnava benissimo) le sue folli idee. Dall’Urbe Massima, cioè una nuova Roma tutta fatta di archi e monumenti di «inaudite dimensioni», perfino con una «piramide dantesca» di 160 metri, a una via Imperiale per collegare la Flaminia alla via Appia, con al centro il Foro Mussolini destinato a spazzare via ogni cosa da piazza Colonna fino al Pantheon.

Già nel 1925 il duce aveva immaginato qualcosa di non troppo diverso: «Entro cinque anni, da piazza Colonna, per un grande varco, deve essere visibile la mole del Pantheon», aveva detto; e, tre anni dopo, approva la grande pensata brasiniana. Disegna un Foro sabaudo tra il Pincio e l’Augusteo, e uno Littorio (o Mussolini) tra il Corso, Palazzo Borghese e il Pantheon: sarebbero rimaste in piedi soltanto le colonne di piazza di Pietra, Montecitorio con il suo obelisco, la Colonna Antonina e poco altro.

Una mostruosità, ma per il cavalier Benito aveva il pregio di «isolare i monumenti antichi; aprire grandi strade e piazze; costruire edifici che rappresentino il segno del tempo fascista». Seguono varie proteste perché il progetto ha evitato i normali canali di valutazione, ma anche per l’impegno economico che avrebbe comportato. Piacentini scrive: «È una zona tranquilla, abbastanza in ordine dal lato igienico: perché sconquassarla con un’enorme via che nessuno reclama e la farebbe fatalmente decadere?».

Finché, sulla copertina del fascicolo, con un lapis blu, Mussolini annota: «A miglior tempo!». È il definitivo de profundis. Forse in cambio, o per mera consolazione, un anno dopo Brasini viene nominato Accademico d’Italia. Secondo alcuni, tuttavia, questi insani progetti vengono lasciati decadere non già per la loro altisonante magniloquenza, la bruttezza o la necessità d’immani demolizioni, bensì per l’esorbitante costo che comportavano. Del resto, questa era una costante di Brasini: le sue opere erano sempre assai care.

Noi ci accontentiamo di essere sfuggiti ad alcune mostruosità e relativi immensi sventramenti, ancora peggiori di quelle realizzate quando, dice lo storico Vittorio Vidotto, «Roma intera era un luogo del fascismo». Il regime «modifica profondamente lo spazio pubblico, inteso come spazio simbolico e cerimoniale, adottando una serie di procedure», definite «di appropriazione, trasformazione, connotazione, esibizione e invenzione». Alcune di queste belle pensate ci sono state risparmiate: riflettete su quali eredità ci avrebbero lasciato.


LE ARCHITETTURE FASCISTE CHE CI SIAMO RISPARMIATI
I progetti non realizzati del Ventennio: una sconfinata grandeur nel nome della monumentalità e del mito della romanità
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