Le architetture fasciste che ci siamo risparmiati | 2

I progetti non realizzati del Ventennio: una sconfinata grandeur nel nome della monumentalità e del mito della romanità

Il rendering del progetto per il palazzo dei Soviet
Fabio Isman |  | Roma

Né avrà maggior successo un’altro progetto di Palanti, quello presentato al concorso per il Palazzo del Littorio, ulteriore gigantismo previsto nel 1934 vicino ai Fori; anch’esso non nascerà mai. Il progetto prevedeva avesse la forma di una prora di nave rostrata, dal nome, ovviamente, di Dux. Ma il tramonto dell’Eternale «rimane sullo stomaco» all’architetto: lo descrivono «indignato» dal «gran rifiuto». Tra i progetti più significativi realizzati in Italia soltanto le rampe, pedonali e carrabili, che conducono alla galleria di testa della Stazione Centrale di Milano. Dopo la grande delusione, per i lustri che gli rimangono si ritira quasi a vita privata nel capoluogo lombardo.

In ogni caso, considerati i tempi, il suo mastodonte sarebbe stato in ottima compagnia. Lo si può infatti accomunare al progetto del Palazzo dei Soviet, a Mosca, di Boris Iofan: primo concorso nel 1931; nel 1937 inizia l’edificazione, poi sospesa per la guerra; nel 1958 le fondamenta diventano una piscina e, dal 1995 al 2000, viene ricostruita la Chiesa di Cristo Salvatore che occupava l’area. Iofan studia nove anni a Roma e si perfeziona nello studio di Armando Brasini. La Torre Littoria avrebbe anche potuto essere idealmente affiancata alle «sette sorelle» dell’ex capitale dell’Urss, tra cui spiccano il Ministero degli Esteri, gli Hotel Ucraina e Hilton e l’Università (36 piani, 240 metri di altezza, fino al 1990 il più elevato edificio europeo).

Ma la Torre Littoria era certamente un mostro ancor più terribile degli altri, soprattutto per il contesto in cui sarebbe stata inserita e che avrebbe in grandissima parte abbattuto. Negli anni Venti e Trenta, del resto, l’idea del colossal era assai diffusa: nel 1927, per esempio, nasce il cantiere (concluso solo 14 anni più tardi) per scolpire i faccioni di quattro famosi presidenti statunitensi sul Monte Rushmore, nel Sud Dakota. E altre elefantiasi fioriscono in diverse zone d’Italia.

Il fallimento del grattacielo di Palanti non impedisce tuttavia a un’altra impresa, non meno faraonica, di tentare almeno il decollo, sempre nell’Urbe. Tra le maggiori creazioni del regime, si sa, è certamente il Foro Mussolini, ormai Italico, inaugurato nel 1932. Il duce era sempre più convinto del ruolo centrale dell’architettura nell’edificazione di una nuova civiltà fascista.

E appena un anno dopo, alla mente di Renato Ricci, presidente dell’Opera Balilla, balza un’idea: creare proprio lì, sotto Monte Mario, l’Arengo della Nazione, cioè 120mila metri quadrati per le «adunate oceaniche», che surrogassero piazza Venezia, capaci di 400mila persone (ma per qualcuno, perfino di mezzo milione). Il tutto sovrastato da una ciclopica statua in bronzo di Ercole Vincitore, un personaggio fondante nella cultura romana, a cui era dedicato un tempio dei più antichi, ai piedi del Palatino: è circolare ed esiste ancora, seppur è chiamato Tempio di Vesta.

Solo che questo Colosso di cinquemila tonnellate, alto 107 metri compresa la base di 20 (secondo altre fonti 128 metri di altezza con i 35 del plinto: avrebbe superato la Statua della Libertà di New York di 93 metri e rivaleggiato con i 137 metri della Cupola di San Pietro), possedeva i connotati del duce. Le gambe divaricate a compasso, le braccia alzate verso il cielo, la sinistra forse proiettata nel saluto romano. Era previsto che i visitatori salissero in cima, con due ascensori interni alle gambe della statua, ad ammirare uno splendido panorama sulla città. Nel 1937 se ne fondono alcune parti; ne restano le immagini, impressionanti, delle sagome del testone e del piede destro; e qualche progetto.

«L’alluce è vasto quanto un cortile», scrive qualcuno. A Mussolini Ricci aveva assicurato che «la scultura sarà tanto grande da far impallidire il ricordo del leggendario Colosso di Rodi», una delle sette meraviglie nel mondo antico. L’interno della base era previsto «a grandi, luminosi saloni, in modo da ospitare degnamente la Mostra della rivoluzione fascista e il Sacrario dei martiri fascisti». E sempre dando credito a Ricci, il falansterio sarebbe divenuto, «nel campo dell’arte e nel mondo moderno, l’unico monumento che può avvicinarsi alle grandi creazioni dell’antichità». Figurarsi. Paolo Nicoloso lo definisce invece «una delle più spettacolari e inquietanti manifestazioni del culto della personalità costruito dal fascismo attorno al suo duce».

Del nuovo Arengo si doveva occupare un allora giovane architetto destinato a fare molta strada: Luigi Moretti (un suo capolavoro è la Casa delle Armi, o Sala della Scherma; ma anche la palestra privata del duce e tanto altro). Mentre la statua è affidata ad Aroldo Bellini, allora 34enne, uno scultore di Perugia già autore di 13 delle 64 sculture per il vicino Stadio dei Marmi; la più riuscita è forse quella dei Lottatori. Con lui, per il gigante, collaborano Ernesto Rossetti, esperto di fusioni in bronzo, e Antonio Cocchioni, uno scultore romano allievo di Pericle Fazzini e Luigi Bartolini.

Il 28 ottobre 1937 il duce traccia il perimetro dell’Arengo sul quale vigilerà il Colosso, ma la situazione si complica subito: la conquista dell’Etiopia, le conseguenti sanzioni imposte dalla Società delle Nazioni e l’autarchia rendono problematici gli approvvigionamenti. Il cantiere s’interrompe anche per mancanza di fondi, l’opera mastodontica rinviata sine die.

Sull’area sorgerà la Farnesina, l’attuale Ministero degli Esteri, e nel 1954 giunge perfino la nemesi: dove sarebbe dovuto nascere quel marcantonio mussoliniano viene innalzata la Salus Popoli Romani, una Madonna in rame dorato di nove metri, più i 18 del piedistallo. Voluta da un voto popolare per la liberazione di Roma, sottoscritto da oltre un milione di firme, domina la città dal suo punto più elevato. È nel complesso dell’Istituto don Orione, non lontano dalla villa che fu di Claretta Petacci, realizzata nel 1939 con 350mila lire di spesa dagli architetti Amedeo Luccichenti e Vincenzo Monaco: due piani e 32 stanze con interni hollywoodiani, rivestimenti in marmo, pianoforte a coda e un’arpa nel salotto, pur se il duce la trovava di stile «un po’ bolscevico» (demolita nel 1975, fu sostituita dalla residenza dell’ambasciatore iracheno).

A realizzare la Madonna è un celebre scultore di Ferrara, già prediletto da Gabriele D’Annunzio, Arrigo Minerbi. Lo fa gratis, perché lui, ebreo, si era salvato dalle persecuzioni razziali nel Collegio San Filippo Neri, appartenente all’Opera don Orione, in cui era «Arrigo Della Porta, nato a Reggio Calabria». Insomma, al posto della statua del duce, quella forgiata da un ebreo, colpito dalle infami leggi volute dallo stesso Mussolini. È stata restaurata nel 2009, dopo il crollo provocato da una tempesta.

LE ARCHITETTURE FASCISTE CHE CI SIAMO RISPARMIATI
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Terza parte

© Riproduzione riservata L'Università statale di Mosca Il progetto di Palanti per il palazzo Littorio (da P. Nicoloso, Mussolini architetto) Un disegno di come doveva essere il Colosso Il progetto della Mole littoria Il tempio di Ercole nel 1900 durante una piena del Tevere La testa del Colosso Il modello del piede del Colosso La Madonna di Monte Mario riposizionata dopo il restauro nel 2010 I Lottatori in bronzo di Aroldo Bellini
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