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Opinioni

Le 25 opere d'arte che (non) definiscono la nostra era

Il New York Times ha chiesto a quattro artisti e due curatori di identificare le opere più significative dei nostri tempi

Dall'alto a sinistra in senso orario: Jenny Holzer «Truisms» (1977-1979); Jeff Koons «Ilona on top (Rosa background)» (1990); Barbara Kruger «Untitled (I shop therefore I am)» (1987); Felix Gonzalez Torres «Untitled (portrait of Ross in LA)» (1991)

Qualunque lista, elenco, graduatoria, si sa, si presta immancabilmente ad essere criticata. Stilare un elenco delle 25 opere d'arte che hanno definito il nostro tempo, come ha chiesto il New York Times, è opera ardua e quasi impossibile. Le risposte sono tante quanti gli intervistati, è un po' come la formazione della Nazionale di calcio, ognuno ha la sua in testa. Però nessuno si sarebbe sognato di lasciar fuori Buffon o Totti quindici anni fa.

Il ristretto gruppo di "usual suspects" prescelto dal New York Times (un terzetto di artisti come Martha Rosler, Kelly Taxter e Torey Thornton, il Direttore della collezione del Whitney Museum, il curatore del Jewish Museum e, come tocco di globalizzazione dato che gli altri sono tutti americani, l'artista thailandese Rirkrit Tiravanija) ha invece decisamente premuto il piede sull'acceleratore del "lo famo strano" ed ha stilato un elenco che più che imbarazzante pare ridicolo.

Aldilà della ormai immancabile attenzione agli equilibri di genere (13 donne, 12 uomini) l'elenco predilige opere nate con intento sociale, intento che però spesso si è perso nella mancanza di forza nella realizzazione dell'opera stessa. Altre volte, per voler apparire originali a tutti i costi, viene prescelta un'opera non particolarmente significativa all'interno del corpus di un artista. È il caso di Jeff Koons che viene inserito per un'opera della serie di immagini a sfondo sessuale che lo ritrae insieme alla allora consorte Ilona Staller, decisamente una delle sue serie meno riuscite.

È anche un po' imbarazzante la predominanza di artisti americani (il 90% del totale) in un momento in cui gli Stati Uniti, e New York in particolare, hanno perso l'appeal che avevano negli anni Sessanta e Settanta.

Io non pretendo di conoscere tutti gli artisti importanti al mondo, ma dell'elenco del New York Times ne ignoro un certo numero, da Lutz Bacher a Heji Shin, da Michael Asher a Cameron Rowland. Devo dire che anche due degli artisti prescelti per stilare l'elenco - Kelly Taxter e Torey Thornton - mi sono totalmente sconosciuti. Pazienza.

Nella scelta dei lavori sembra prevalere una sorta di preoccupazione a non indicare opere troppo note, artisti troppo apprezzati dal pubblico e dai collezionisti. Sarebbe stato troppo banale per gli intervistati dal New York Times indicare lo squalo imbalsamato di Damien Hirst ("The physical impossibility of death in the mind of someone living"), troppo "cheap" per degli intellettuali abbassarsi a citare un' opera che tutti conoscono. Impensabile per loro menzionare Tracey Emin che pure incarna forse più di una ventina degli artisti prescelti messi insieme lo spirito del nostro tempo. Ma comunque come fare a tralasciare quale opera che definisce la nostra era ad esempio la serie "18 ottobre 1977" di Gerhard Richter che ha come tema il terrorismo rosso del Gruppo Baader-Meinhof ? Come fare a non citare artisti che pure io non amo particolarmente ma che certamente hanno incarnato proprio lo spirito dei nostri tempi come il giocoso giapponese Murakami o l'iper-politicizzato cinese Ai Weiwei? Se poi vogliamo indicare anche un altro aspetto dei nostri tempi ironici e dissacranti perchè non citare Maurizio Cattelan? Se infatti il NYT identifica l'era contemporanea con gli ultimi 50 anni (il primo lavoro menzionato è del 1969), beh allora occorre anche avere a mente che in mezzo ci sono stati gli anni Ottanta, un periodo di grande ottimismo, baldoria, spensieratezza.
Ai signori scelti dal NYT andrebbe poi fatto notare che a partire dalla fine degli anni Settanta e fino ad oggi in Europa, negli Stati Uniti e un po' ovunque gli artisti hanno ripreso in mano pennelli e colori e sono tornati a dipingere. Nel loro elenco invece, se si levano Sturtevart e Philip Guston, nessuno dipinge più dopo il 1971.

Dall'elenco del New York Times per il mio particolare elenco prenderei solo 4 artisti: Jenny Holzer, Barbara Kruger, Jeff Koons e Felix Gonzalez-Torres. Gli altri francamente non mi interessano, e non interessano né i collezionisti né il grande pubblico. Interessano solo quel ristretto gruppo di iper-intellettuali che si crogiola in una continua autoreferenzialità che - con lo spirito del nostro tempo - ormai ha poco a che vedere.


La lista del New York Times

Sturtevart "Warhol flowers", 1964 / 1971
Marcel Broodhaers "Musée d'Art Moderne. Départment des Aigles", 1968 / 1972
Hans Haacke "MoMA poll", 1970
Philip Guston "Untitled (Poor Richard)", 1971
Judy Chicago, Miriam Shapiro and the CalArts Feminist Art Program "Womanhouse", 1972
Lynda Benglis "Artforum advertisement", 1974
Gordon Matta-Clark, "Splitting", 1974
Jenny Holzer "Truisms", 1977 / 1979
Dara Birnbaum "Technology Transformations: Wonder Woman", 1978 / 1979
David Hammons "Blizzard ball sale", 1983
Barbara Kruger "Untitled (I shop therefore I am)", 1987
Nan Goldin "The ballad of sexual dependency", 1985 / 1986
Cady Noland "Oozewald", 1989
Jeff Koons "Ilona on top (Rosa background"), 1990
Mike Kelley "The Arenas", 1990
Felix Gonzalez-Torres "Untitled (portrait of Ross in LA)", 1991
Catherine Opie "Self portrait / cutting", 1993
Lutz Bacher "Closed circuit", 1997 / 2000
Michael Asher "Michael Asher - Santa Monica Museum of Art", 2008
A.K. Burns and A.I. Steiner "Community Action Center", 2010
Danh Vo "We the people", 2010 / 2014
Kara Walker "A subtlety, or the marvelous sugar baby", 2014
Heji Shin "Baby",2016
Cameron Rowland "New York State Unified Court System", 2016
Arthur Jafa "Love is the message, the message is death", 2016

Giorgio Guglielmino, edizione online, 24 luglio 2019


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