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Mostre

Lampronti: «Noi antiquari in Italia non abbiamo vita facile»

Nella Reggia vanvitelliana una mostra ritratto del mercante romano, che da sei anni è nel Regno Unito

«Porto di Salerno» di Jakob Philipp Hackert

Caserta. «La mia galleria di Londra è una finestra attraverso cui si può guardare la cultura artistica italiana nel cuore dell’Inghilterra. Sarebbe più pratico trattare la pittura fiamminga, oggetto di un forte interesse sul mercato internazionale, ma non ho mai tradito la pittura italiana tra Sei e Settecento, quel fuoco acceso in me che coincide con la mia identità di antiquario», dichiara Cesare Lampronti, che nel 2013 ha chiuso la straordinaria «bottega» in via del Babuino, diretta dal 1961, e riaperto nella capitale britannica in Duke Street a St James’s, zona internazionale di antiquari, gallerie e case d'asta, dove è anche Christie’s.

Terza generazione di una delle maggiori famiglie antiquarie romane, attiva dal 1914, a 19 anni Lampronti prese in mano le redini del negozio di famiglia specializzato in «cineserie». Fu come ricominciare da zero, ricalcando le orme del padre, appassionato di pittura italiana antica. Dal 13 settembre al 13 gennaio, in undici sale della Reggia di Caserta, la mostra «Da Artemisia ad Hackert. Storia di un antiquario alla Reggia» tratteggia il gusto e l’operato di Lampronti, che da oltre cinquant’anni rappresenta l’eccellenza dell’antiquariato italiano in campo internazionale.

Cofondatore della Biennale internazionale romana, membro del parigino Syndicat National des Antiquaires e dell’Associazione Antiquari d’Italia, della quale è stato vicepresidente per quindici anni, partecipa a fiere come Tefaf e Paris Tableau. La Lampronti Gallery collabora con musei e istituzioni internazionali nelle ricerche e il prestito di opere per le mostre. In tale ambito, Lampronti ha stimolato l’interesse di studiosi, tra i quali Ferdinando Bologna e Giuliano Briganti, autori di notevoli contributi sulla sua raccolta.

Da due anni lavora al progetto espositivo casertano, cercando di fare risultare il legame tra le opere della Lampronti Gallery e la collezione della Reggia, a cominciare dalle sedici vedute dei porti del Regno di Napoli commissionate da Ferdinando IV al pittore di corte Jakob Philipp Hackert, cui si aggiunge per la prima volta il pezzo mancante rimasto all’artista: «Il Porto di Salerno da Vietri sul Mare» (1797; 2,20x1,35 m).

Un centinaio i dipinti esposti, tra pittura caravaggesca e seicentesca, nature morte, paesaggi e vedute, anche di Napoli e della Campania, eseguite da pittori nella raccolta reale. Vittorio Sgarbi coordina la mostra, mentre specialisti firmano le schede dei dipinti in catalogo. Infine, Lampronti e la galleria londinese donano alla Reggia «Il martirio di sant’Orsola» del giovane Salvator Rosa e un ritratto del cardinale Antonelli di Pompeo Batoni, entrambi notificati. Abbiamo incontrato Cesare Lampronti.

Come è nata la mostra e chi ne copre i costi?

Tre anni fa a Londra mi fece visita nella galleria Mauro Felicori, all’epoca direttore del complesso vanvitelliano, interessato al mio acquisto del «Porto di Salerno» da Christie’s. Felicori rimase entusiasta della qualità delle opere nella galleria, così mi espose l’idea di una mostra-ritratto di un antiquario e il desiderio che quell’antiquario potessi essere io. Fui meravigliato del suo invito, perché la figura dell’antiquario non è considerata nel modo dovuto dallo Stato italiano. Questo progetto ha per me un significato culturale. Spero che ripaghi il coraggio di Felicori, consapevole che non gli sarebbero state risparmiate proteste e che possa avere un seguito con altri miei colleghi. Inoltre, un pubblico attento potrà vedere opere che non avrebbe potuto trovare nei musei. La mia galleria inglese ha affrontato le spese della mostra, piuttosto rilevanti.

Perché ha trasferito l’attività a Londra?

Ero deluso dal clima di diffidenza che persiste nella considerazione del nostro lavoro e nel 2013 ho chiuso la galleria di Roma, e, tuttora con amarezza e disagi personali, ho dovuto scegliere di aprire a Londra, dove non sono costretto a impegnare il tempo con questioni burocratiche. In Inghilterra il nostro settore è regolato da meno leggi, formulate con chiarezza. Ho ricominciato a lavorare, a dedicarmi allo studio e a guardare l’arte come fa un antiquario.

A suo giudizio quali sono i problemi maggiori degli antiquari italiani?

L’Italia non ha aderito al trattato di Maastricht in materia di circolazione di beni artistici, rimanendo ancorata alle leggi statali. In Europa, tranne che in Grecia, i beni artistici di un valore inferiore a 180mila euro non necessitano di un permesso; oltre la soglia di tale valore lo Stato ha facoltà di acquistare il bene o di rilasciare il permesso in tempi brevissimi. In Italia i tempi burocratici sono lunghissimi, inaccettabili per un investitore o collezionista, che preferisce orientarsi verso settori più sicuri. Ora è in vigore pure un’altra legge: lo Stato può esercitare il diritto di prelazione ancora per un anno e mezzo sul bene al quale ha riconosciuto la libera circolazione! Se la nostra arte è problematica da acquistare varrà meno di un’opera fiamminga, francese o inglese di pari qualità. Questa difficoltà affligge tutto il campo dell’arte in Italia.

Come è nato il suo interesse per il vedutismo?

Dopo la metà degli anni Ottanta mi sono appassionato alle immagini limpide del vedutismo, un portato delle idee avanzate e sovversive della cultura europea. Inoltre Canaletto, Gaspare Vanvitelli e altri pittori godono dell’interesse di un mercato internazionale, che apprezza di più una veduta di un soggetto sacro. Purtroppo correnti come il Caravaggismo, più incisive del vedutismo sotto il profilo storico, non escono dai confini di un mercato nazionale.

Lei è uno dei pochi antiquari che non ha ceduto alla sirena del contemporaneo, come mai?

Non posso inventarmi un ruolo estraneo alla mia professionalità: trattare l’arte contemporanea richiede una sensibilità che non possiedo. Mi risulta inconciliabile proporre a un collezionista di comprare un Canaletto e il giorno dopo un Fontana. Ci sono colleghi che lo fanno bene e li stimo per questo.

Come operano le nuove leve di antiquari?

Hanno molte più difficoltà di quelle che incontrai negli anni Sessanta, quando c’era una tensione positiva verso l’arte antica. Oggi è arduo riportare opere nel nostro Paese, dove l’arte è valutata di meno. Inoltre, a mio parere, l’antiquario limita la sua indipendenza di pensiero e di giudizio, delegando in parte agli studiosi la scelta di un’opera. Lo sguardo dello storico dell’arte è frutto in prevalenza di studi approfonditi, cosa diversa dal diretto contatto con la «materia» dell’arte. Per me è indispensabile l’autonomia di giudizio al fine di sentire «mia» un’opera d’arte. Compro ciò che mi piace e capisco, impiegando esclusivamente le mie competenze, ma non pretendo di essere infallibile. Poi spetta agli specialisti approfondirne la conoscenza.

La Brexit come potrebbe incidere sul mercato antiquario?

Mi sembra arduo fare previsioni. Mi auguro accordi non così forti da imporre dogane e dazi, perché non esistono mercati più favorevoli ma più liberi.

Francesca Romana Morelli, da Il Giornale dell'Arte numero 400, settembre 2019


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