La vitalità dell’archivio Maramotti

Gli appuntamenti della Collezione creata dal fondatore di Max Mara: materiali documentari, grandi fotografi e artisti emergenti

Stefano Luppi |  | Reggio Emilia

La grande passione per l’arte di Achille Maramotti, fondatore di Max Mara scomparso nel 2005, continua a vivere nella Collezione Maramotti custodita nello stabilimento originario realizzato nel 1957 da Antonio Pastorini ed Eugenio Salvarani e riconvertito in museo nel 2003 dall’architetto Andrew Hapgood. La collezione permanente comprende centinaia di opere dal 1945 a oggi, oltre duecento quelle esposte, riconducibili alle principali correnti italiane e internazionali del secondo Novecento.

Nello spazio museale si continua a riflettere su quanto esposto attraverso la proposta affiancata di ulteriori apporti artistici, documenti e materiali, provenienti dalla biblioteca e dell’archivio d’arte: un confronto che permette di aprire nuovi fronti riflessivi sull’arte dalle tendenze espressioniste e astratte degli anni Cinquanta.

Il primo progetto in questo senso, «Rehang: Archives» si è svolto nel 2019 mentre ora arriva, dal 17 giugno al 31 dicembre, «Show Case: L’archivio esposto», una serie di vetrine pop-up contenenti fotografie, documenti, disegni, libri d’artista ed ephemera di alcuni degli artisti già presenti sulle pareti. Negli spazi del primo piano si vedranno materiali relativi ad Alighiero Boetti, Eliseo Mattiacci, Mario Schifano, Pino Pascali, Jannis Kounellis, Sergio Lombardo e Cesare Tacchi a testimoniare l’arte italiana degli anni Sessanta e Settanta mentre al secondo piano la scena pittorica newyorkese degli anni Ottanta e Novanta di Eric Fischl, Julian Schnabel ed Ellen Gallagher.

Mostre dedicate alle ultime tendenze, sono inoltre realizzate sotto la supervisione della curatrice e neodirettrice della Collezione Maramotti Sara Piccinini che, al culmine di una carriera tutta interna all'istituzione, ora guida uno staff ad alta prevalenza femminile: «La nomina è stato il bellissimo riconoscimento di un lungo percorso, ci dice le neodirettrice, e del lavoro di collegamento con i collezionisti, che selezionano personalmente gli artisti, visto che le opere realizzate per i nostri progetti vengono acquisite. Non esiste un orientamento specifico sulla ricerca di artiste, anche se certamente nel corso del tempo abbiamo presentato molti progetti in questo senso. Penso e mi auguro che questo sia lo specchio di una tendenza generale al loro riconoscimento e valorizzazione anche in campo artistico».

Fino al 4 luglio la sala sud ospita «Enoc Perez, Brigitte Schindler, Carlo Mollino | Mollino/Insides», realizzata in collaborazione con il museo Mollino di Torino. Architetto, designer, fotografo, scrittore, sciatore, pilota di auto da corsa e aerei acrobatici. Ancora oggi Carlo Mollino (1905-73) stimola e affascina intere generazioni di artisti.

Per esempio Enoc Perez e Brigitte Schindler, due autori che in maniera differente ne indagano l’eclettica personalità nel luogo più significativo della sua carriera, Villa Avendo in via Napione a Torino, dimora segreta e mai realmente utilizzata, progettata dall’artista torinese nella sua città come specchio della propria visione del mondo e con lo scopo di contenerne l’anima dopo la morte. Un luogo tradotto da Perez, artista portoricano di stanza a New York, in grandi dipinti da cui emerge la tensione verso l’altrove che si respira in questi ambienti. L’atmosfera densa e teatrale traspare anche nelle immagini di Schindler, dove ogni superficie sembra fare da quinta a qualcosa che si nasconde.

Nelle onde sinuose degli arredi e dei busti dalle parvenze classiche posizionati in vari luoghi della casa, troviamo richiami a un erotismo delicato che si manifesta esplicitamente nelle polaroid realizzate da Mollino dagli anni Trenta, anch’esse esposte. Frutto di un’attenta composizione di ambienti, abiti e accessori delle modelle, sono immagini da cui traspare una visione dell’universo femminile in linea con la sua poetica: una parentesi di bellezza prima della vita ultraterrena.

Fino al 25 luglio prosegue anche «Ruby Onyinyechi Amanze | How to be enough» nella Pattern Room; per la sua prima personale italiana l’artista nigeriana (1982) ha realizzato un intervento site specific di larga scala, utilizzando quindici strisce di carta fissate al muro, per ottenere una spazialità fluida, tattile e permeabile, nella quale intervenire con immagini essenziali e non narrative; figure che alterano la percezione dell’ambiente, trasponendolo in una dimensione dinamica, una sorta di autobiografia, rarefatta nella misteriosa sospensione metafisica delle relazioni con il luogo.

Di particolare importanza è la lavorazione del supporto con acqua, colle, impronte perché, come afferma l’autrice «diventi una pelle che trattiene la memoria della vita, delle cose e del corpo».
A inizio novembre la performance site specific «Peeping Tom | La Visita (working title)» in collaborazione con i Teatri di Reggio Emilia e Max Mara. Dal 17 ottobre a febbraio, infine, una mostra del collettivo Tarwuk composto dai croati Bruno Pogačnik Tremow e Ivana Vukšić e una collettiva di dieci artisti sullo studio come luogo di creazione, con opere di Tom Sachs, Barry X Ball, Enoc Perez, Daniel Rich, Benjamin Degen, Luisa Rabbia, Andy Cross, Matthew Day Jackson, Mark Manders, più quattro grandi sculture del 2018-20 e una serie di disegni Tarwuk.

© Riproduzione riservata
Calendario Mostre
Altri articoli di Stefano Luppi
Altri articoli in MOSTRE