La Superlega dell’arte sta estinguendo i nostri sogni

Ciò che i top-club stanno tentando nel calcio è già riuscito alle top-gallerie

Franco Fanelli |

C’è una sinistra analogia tra il mondo dell’arte contemporanea e il (per ora) fallito «golpe» con cui 12 superpotenti club di calcio, tra i quali la Juventus, l’Inter, il Milan, il Barcellona, i due Manchester, il Liverpool e i Real Madrid, hanno tentato la grande spallata, cioè la fondazione di una Superlega. In entrambi i casi si tratta di puro e spietato profitto economico: le 12 elette avrebbero voluto autoiscriversi a un campionato di calcio riservato a club ricchi e famosi (il Torino, ad esempio, è famoso ma non ricco, l’Atalanta gode di una straordinaria gestione imprenditoriale ma non è abbastanza famosa ecc.).

L’obiettivo era di mettere le mani su una torta da 3,5 miliardi di diritti televisivi, sostituendo l’attuale Champions League. Poi, proprio come nei più maldestri tentativi di colpo di stato, sono arrivate le prime defezioni e tutto è saltato, ma le premesse per qualcosa di simile in un futuro molto prossimo ci sono tutte. Del resto, a essere realisti, si sarebbe trattato semplicemente dell’ufficializzazione di un dato di fatto: le fasi finali della Champions League e i lauti proventi televisivi già da tempo sono appannaggio di pochi, ricchissimi club.

Un campionato esclusivo è da anni giocato anche da un pugno di gallerie multinazionali (Gagosian, Hauser & Wirth, Zwirner sono solo le più note). Solo loro sono in grado di ingaggiare i top-player; sono loro, occupandone i posti di comando, che decidono quali gallerie devono partecipare alle fiere e quali ne saranno escluse a vita.

La stentata esistenza di gallerie minori, che giocano in campionati inferiori, è ad esse funzionale in quanto sono paragonabili a quelle squadre meno ricche dalle quali attingere nuovi giovani talenti o fare maturare i propri.  Ecco perché certe commoventi proposte di uno Zwirner a favore delle gallerie minori (anzi, a certe gallerie minori) per agevolarne economicamente la partecipazione alle fiere puzzano lontano un miglio.

E ancora: checché ne dicano i curatori, quasi sempre ridotti a puri allestitori, e i critici di settore, che altro non sono se prosivendoli a libro paga e che ovviamente non criticano un bel niente ma si limitano al più inerte e vacuo commento dei fasti della Superlega dell’arte, sono le supergallerie e i loro collezionisti a imporre la selezione principale delle grandi mostre internazionali e, alla fin fine, sono loro e i loro capitali a decidere se, come e quando sostenere una moda, uno stile, un linguaggio, una tipologia di opere ecc.

Sarebbe interessante, prima o poi, risalire ai finanziatori di quelle gallerie: così come nel calcio sono spariti i presidenti «ricchi scemi» attivi sino a trent’anni fa e sono entrati in gioco i capitali degli emirati o delle nuove potenze economiche, nel mondo dell’arte sono sempre più la finanza e i suoi meccanismi a dettare le regole del gioco e degli scambi. Questa, tra l’altro, è una delle ragioni per cui l’opera d’arte, finanziariamente parlando, non è che oggi un puro valore nominale, come lo erano i tulipani nell’Olanda del XVII secolo.

Il sospetto è che l’arte contemporanea funzioni più efficacemente dei tulipani o dei francobolli e che essa è in grado di attivare, da un lato, il baraccone globale dell’intrattenimento, con tutto ciò che comporta in termini di indotto; e dall’altro, vedi i recenti fasti della criptoarte (arte che per la prima volta si tramuta dichiaratamente in valuta) un pubblico infinitamente più vasto rispetto a quello del mondo e delle mostre reali, cioè quello dei canali e della piattaforme web.

Quanto al prodotto e alla sua qualità, beh questi sono aspetti secondari. Chi ha assistito, per fare un esempio, a una partita come la recente Paris St. Germain-Bayern si sarà reso conto di che cosa sia oggi il calcio stellare: fisicità, velocità e tecnica a livelli parossistici, schemi da eseguire a memoria da parte di individui costruiti per uno spettacolo paurosamente simile a un videogame. Una partita splendida, quasi disumana per la sua bellezza.

Pochi giorni dopo si è giocata (si fa per dire) la finale di Copa del Rey, Barcellona contro Atletico Bilbao. Una di quelle partite che ti fanno rimpiangere la boxe, dove almeno i secondi del pugile in evidente stato di inferiorità hanno la possibilità di gettare la spugna. Ha giocato solo il Barcellona. I baschi hanno fatto solo ciò che era loro concesso dall’immenso divario di forze in campo: si sono difesi, beccando comunque un umiliante 4 a 0. La scontatezza dell’esito ha reso la partita noiosa. L’ex calciatore Eraldo Pecci, commentando la tentata fondazione della Superlega, ha osservato che anche pasteggiare tutti i giorni a caviale e champagne (o a PSG-Bayern) alla lunga diventa nauseante. Una riflessione tutto sommato ottimistica, perché lascia intendere che il calcio e lo sport non sono esclusivamente spettacolo, ma anche partecipazione.

Jorge Luis Borges disse una volta che «il calcio è popolare perché la stupidità è popolare». Ma aggiunse: «C’è un’idea di supremazia, di potere, nel calcio, che appare orribile ai miei occhi». Non si riferiva tanto alla supremazia dei top-club cui assistiamo oggi, ma all’istinto di sopraffazione che è alla base di una competizione all’epoca molto campanilistica. Eppure è stato proprio, se non il campanilismo, il principio secondo il quale la differenza è un valore quando è condivisa in condizioni di collettività e pluralismo a rendere popolare il calcio.

Le cosiddette «grandi» o «sette sorelle», nel campionato di Serie A, ci sono sempre state. Ora, però, il divario economico e dunque le forze in campo tra quelle e le altre squadre si è tramutato in un abisso. Non ci risulta che le differenze o se vogliamo il pluralismo espressivo siano fra le caratteristiche preminenti dell’arte d’oggi; risulta invece che la differenza in termini di giganteschi squilibri economici abbia imposto un prodotto piuttosto omologato. Le superleghe, in ogni versante della vita umana, producono in genere alienazione.

Non a caso esistono (o dovrebbero esistere) leggi antitrust. L’alienazione è riduzione di libertà, abolizione del piacere, furto di sogni. Nel calcio, gli stadi forzatamente vuoti accentuano questo senso di alienazione di sgradevole surrealtà. PSG-Bayern si è svolta nel vuoto metafisico di gradinate deserte e questo ha fortemente acuito la sensazione di finzione, di artificio, anche se, paradossalmente, ciò che abbiamo visto è realmente accaduto (o forse no, come nel noto racconto dello stesso Borges e Bioy Casares dedicato appunto al calcio?).

Alcuni club, nel tentativo di mitigare la tristezza del colpo d’occhio, televisivo, dispongono sugli spalti sagome di spettatori finti. Un pubblico artificiale, che non urla, non impreca, non guarda. Nel sistema dell’arte, lo spettatore ridotto a effetto speciale non è una novità: quante volte a Basilea, a Venezia o a Kassel, anche «in presenza» ci siamo sentiti così, un elemento passivo e puramente ornamentale cui viene propinato uno spettacolo in cui non c’è più spazio per l’immaginazione, l’intimità dello sguardo, la discussione, il confronto?

I luoghi deputati a queste attività erano una volta le gallerie: la finanza creativa applicata al mercato dell’arte ne ha quasi azzerato le antiche funzioni. Ciò che era bottega ora è ipermercato e lo stesso sta capitando al mondo del calcio. Le superleghe non portano nulla di buono, soprattutto quando i componenti di quelle oligarchie sono anche gli arbitri del gioco e dettano le regole.

Gli appassionati di calcio ricorderanno che in due occasioni la scelta degli arbitri per le partite del campionato di serie A avvenne secondo sorteggio integrale o quasi. Cominciamo dalla seconda: furono due grandi club, stranamente, a chiederlo. Le cose non andarono benissimo, ma il grande Zdenek Zeman, l’allenatore che denunciò apertamente l’uso di sostanze dopanti nel mondo del calcio, non nascose i suoi sospetti circa le regolarità del sorteggio.

Le superpotenze, forse, avevano preso le contromisure. Perché la prima volta, nel  campionato 1984-85, in cui nei grandi club giocavano Platini, Falcao, Rummenigge, e Maradona, aveva vinto il Verona.

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