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Aste

La Street art è populista e Banksy e KAWS sbancano

Una rivoluzione scatenata da Instagram: i nuovi protagonisti delle aste vengono dalla strada e hanno milioni di follower. Ma anche i collezionisti non sono più quelli di una volta

Un operatore di Christie's davanti a «NYT (CompanionClose up) Brown di KAWS venduto a Londra il 25 giugno per 2 milioni di euro

Londra. Non capita spesso che un’opera d’arte venga venduta in asta a un prezzo tale da scatenare un senso di indignazione. Ma due giorni dopo l’aggiudicazione, il 3 ottobre, da Sotheby’s di «Devolved Parliament» di Banksy a 11,1 milioni di euro, Francesco Bonami, uno dei consulenti della casa d’aste Phillips, ha «sferzato» l’artista in un articolo su «la Repubblica»: «Gli 11,1 milioni di euro spesi per la tela del misterioso re dei graffiti segnano la nascita di una collezione ispirata più ai social network che alla storia dell’arte, si lamenta Bonami. Se Faust ha venduto la sua anima in cambio della saggezza, il mondo dell’arte ha ceduto più prosaicamente anima e saggezza per il profitto». L’articolo termina definendo Banksy e KAWS, alias Brian Donnelly, i cui quadri e sculture ispirati ai cartoni hanno recentemente raggiunto prezzi formidabili in asta, «il nulla che minaccia tutto».

Che cos’è esattamente il «tutto» minacciato da Banksy e KAWS? In termini di mercato, Sotheby’s, Christie’s e Phillips cercano di mettere le mani su tutto il «nulla» possibile.
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(l'articolo integrale è disponibile nell'edizione su carta)

Scott Reyburn, da Il Giornale dell'Arte numero 403, dicembre 2019

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