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La Street art è populista e Banksy e KAWS sbancano

Una rivoluzione scatenata da Instagram: i nuovi protagonisti delle aste vengono dalla strada e hanno milioni di follower. Ma anche i collezionisti non sono più quelli di una volta

Un operatore di Christie's davanti a «NYT (CompanionClose up) Brown di KAWS venduto a Londra il 25 giugno per 2 milioni di euro

Londra. Non capita spesso che un’opera d’arte venga venduta in asta a un prezzo tale da scatenare un senso di indignazione. Ma due giorni dopo l’aggiudicazione, il 3 ottobre, da Sotheby’s di «Devolved Parliament» di Banksy a 11,1 milioni di euro, Francesco Bonami, uno dei consulenti della casa d’aste Phillips, ha «sferzato» l’artista in un articolo su «la Repubblica»: «Gli 11,1 milioni di euro spesi per la tela del misterioso re dei graffiti segnano la nascita di una collezione ispirata più ai social network che alla storia dell’arte, si lamenta Bonami. Se Faust ha venduto la sua anima in cambio della saggezza, il mondo dell’arte ha ceduto più prosaicamente anima e saggezza per il profitto». L’articolo termina definendo Banksy e KAWS, alias Brian Donnelly, i cui quadri e sculture ispirati ai cartoni hanno recentemente raggiunto prezzi formidabili in asta, «il nulla che minaccia tutto».

Che cos’è esattamente il «tutto» minacciato da Banksy e KAWS? In termini di mercato, Sotheby’s, Christie’s e Phillips cercano di mettere le mani su tutto il «nulla» possibile. Secondo la società di analisi londinese ArtTactic, la recente, smorta, settimana di aste serali in concomitanza con Frieze, ha totalizzato tra tutte e tre le case d’asta 121 milioni di sterline, quasi il 18% in meno rispetto a ottobre 2018. In un momento in cui i collezionisti non sono propensi a rischiare in asta opere di qualità museale e i mercanti stanno facendo del loro meglio per evitare che gli speculatori giochino sui giovani artisti più richiesti, la Street art è diventato uno dei pochi settori di vera crescita per le case d’asta.

Star su Instagram
Ad aprile il dipinto di KAWS «The Kaws Album» (2005), ispirato ai Simpson e a Sergeant Pepper, è stato venduto da Sotheby’s a Hong Kong per la cifra sbalorditiva di 13,2 milioni (cfr. n. 398, giu. ’19, p. 87). Lo scorso 3 ottobre un quadro di KAWS del 2015, «The Final Machine», è stato battuto a 693mila euro da Sotheby’s a Londra (mentre il giorno precedente Phillips aveva battuto per 1,6 milioni «At this time» del 2013, una sua scultura in legno, di un’edizione di tre, Ndr). KAWS ha 2,5 milioni di follower su Instagram mentre Banksy ne ha 6,6. Gerhard Richter, considerato da molti come il più grande artista vivente al mondo, ne ha appena 48mila.

Per quanto riguarda il mondo dell’arte più in generale, la provocatoria performance «Venice on Oil» di Banksy lo scorso maggio a Venezia (4,1 milioni di visualizzazioni su Instragram), una bancarella di quadri che nell’insieme riproducono una grande nave da crociera che incombe sul Canal Grande, è stata forse meno significativa degli interventi di Julie Mehretu o George Condo nella vicina Biennale?

«La chiave di tutto è la popolarità, non possiamo farci niente, è un dato di fatto, dichiara Alain Servais, un collezionista di Bruxelles. L’elitario mondo dell’arte non sa come gestire questa realtà». Per Servais, la presenza del quadro di Banksy da Sotheby’s è stata una piacevole tregua dalla prevedibilità dell’arte proposta da Frieze London e dalle altre fiere internazionali. «Giriamo per Frieze e sono tutti ricchi e contenti della situazione. Perché dobbiamo vedere sempre le stesse cose? Preferirei di gran lunga un Banksy a un Peter Doig. Ho sempre considerato Banksy un artista importante. È capace di capovolgere le cose». Banksy è solo un esempio di come la saggezza comunemente accettata del mondo dell’arte sia minacciata dal basso, mentre il populismo sta ormai alle calcagna della critica.

Collezionista consumatore
A gennaio, al simposio «Talking Galleries» di Barcellona, Joe Kennedy, cofondatore della galleria di Londra Unit London (460mila follower su Instagram), ha identificato una nuova categoria di «collezionista consumatore» molto avvezzo ai social media, che ha la disponibilità finanziaria ma non abbastanza tempo per navigare nel mare opaco della scena delle gallerie «serie» di arte contemporanea.

Piuttosto che sentirsi dire «non c’è nulla di disponibile», questi clienti optano per le gallerie più commerciali e consumer-friendly che stanno proliferando a Londra, Parigi, Los Angeles e in altre grandi città. «Stanno cambiando i valori culturali e il modo in cui dobbiamo gestire gli affari, dichiara Kennedy. La popolarità ha un valore tangibile nel mondo in cui viviamo». Le opere d’arte in mostra in gallerie come Unit, Hang-UP o Maddox (per citare solo tre esempi significativi a Londra) non saranno adatte alle biennali ma, che piaccia o no, sono immagini allegre immediatamente ottenibili, con rimandi alla cultura popolare e sono proprio quello che vogliono i nuovi collezionisti.

«Sono persone che non si danno delle arie, che non stanno sui red carpet o ai cocktail party, ma che vogliono comunque far parte del mondo dell’arte», dice della sua clientela Maeve Doyle, direttore artistico della galleria Maddox.

Per questo lo street artist di Los Angeles Alec Monopoly, che si è ispirato per il nome al celebre gioco in scatola, è stato il settimo artista più cercato sul database Artnet nel 2018; i quadri della serie «Pulp Fiction» dei londinesi Connor Brothers proposti dalla galleria Maddox sono andati subito sold out (uno è stato venduto a 41mila euro il 7 ottobre da Sotheby’s a Hong Kong); e perché un set di lusso della serigrafia «Liberty» dello street artist britannico Stik, ispirato al murale da lui dipinto a New York nel 2013, è stato aggiudicato a 225mila euro da Christie’s nel corso di un’asta di stampe il 18 settembre scorso.

Gli esperti di arte contemporanea (come Bonami) potranno considerare tutto questo come un gioco. Ma gli 11,1 milioni raggiunti da «Devolved Parliament» di Banksy sembrano una scena comica davvero profetica: l’establishment politico inglese non è riuscito a prendere sul serio il populismo e lui li ha trasformati tutti in scimmie. L’establishment dell’arte dovrebbe fare attenzione.

Scott Reyburn, da Il Giornale dell'Arte numero 403, dicembre 2019



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