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Mostre

La strada e l’arte ma senza Street art

Al MaXXI una collettiva curata da Hou Hanru

«Angry Sandwich People» (2006) di Chto Delat. Courtesy: Chto Delat e KOW Berlin

Roma. Un tema vasto affrontato da una coralità a tal punto eterogenea per età, provenienza, lingue, forme, strumenti e materiali che la fa assomigliare più a una biennale d’arte che a una semplice collettiva. È «La strada. Dove si crea il mondo», curata da Hou Hanru, allestita dal 7 dicembre al 28 aprile al MaXXI con oltre 200 opere di 145 artisti.

Non ci sono solo gli artisti che dagli anni Cinquanta hanno rivolto l’attenzione a ciò che succedeva sulla strada o che dagli anni Sessanta in poi sono letteralmente scesi in strada con i loro lavori, c’è anche chi deve confrontarsi con la strada come infrastruttura urbana: architetti, urbanisti e designer. Per accogliere tutto ciò il museo diventa a sua volta crocevia di strade, un festival di progetti ideati per l’occasione, opere, performance ed eventi multidisciplinari.

Le sezioni tematiche sono dedicate all’identità e alla funzione della strada oggi: azioni pubbliche, vita quotidiana, politica, comunità, innovazione ecc. La mostra si apre con «Street Politics», una sezione con lavori impegnati come i collage di protesta di Marinella Senatore, la tela neodivisionista «Tutto il resto è noia» di Andrea Salvino, i «Demonstration Drawings» di Rirkrit Tiravanija, la stella a cinque punte di lampeggianti della polizia di Kendell Geers, i video di Eric Baudelaire, Chto Delat, Jonathas de Andrade.

In «Good Design» ci sono opere legate alle novità della comunicazione e mobilità, i divertenti prototipi di veicoli di Pedro Reyes e Patrik Tuttofuoco, la parete gigante di «cars project» reinterpretati da artisti, i video di Carsten Nicolai e Cao Fei. «Community» parla di immigrazione, minoranze e coscienza condivisa, con il grande muro dipinto dal collettivo madrileno Boa Mistura, ideato per la mostra, le panchine «sociali» di Jeppe Hein e opere di Navin Rawanchaikul, Kimsooja, Zhou Tao, Kim Sora, Francis Alÿs e Mark Bradford.

Seguono le diverse funzioni individuate in «Everyday Life», cibo, svago, lavoro ed emarginazione sociale, con insegne al neon di Flavio Favelli, l’assemblage di rifiuti «La strada di Roma» di Jimmie Durham, i video di Adel Abdessemed, Francis Alys, Iván Argote, Marcela Armas, Fang Lu, Mark Lewis e Jill Magid.

In «Intervention», attorno a cui ruotano i video di oltre 30 artisti (tra gli altri, Allora & Calzadilla, Cao Fei, Martin Creed, Jean-Baptiste Ganne, David Hammons e Ha Za Vu Zu), la strada diventa luogo d’eccellenza per azioni ordinarie e complesse.

«The Open Institution» è focalizzata sul rapporto biunivoco tra strada e museo (lo stesso MaXXI di Zaha Hadid è stato ideato come una connettore urbano aperto alla città), con lavori di Simon Fujiwara, Thomas Hirschhorn, il collettivo giapponese Chim/Pom e Raphaël Zarka.

Chiude «Mapping», sulle convergenze tra ricerche avanzate in arte, architettura e urbanistica, e sui flussi di uomini e merci, con il «Free Post Mersey Tunnel» in tubi di metallo di Rosa Barba, il pavimento a isole mimetiche di Zhao Zhao, i video di Daniel Crooks, Map Office e Zhu Jia.

Accompagnano la mostra due timeline storici: «Rethinking the City», dalla fine dell’800 a oggi (con anche foto dell’archivio Anas), e «Story», sulla ricerca artistica dagli anni Sessanta ai Novanta.

E ancora, una rassegna video nella videogallery del museo, un ciclo di talk e una serie di interventi artistici in città: dalla nuova produzione di Liu Qingyuan, ai lavori site specific di Barbara Kruger, Alberto Garutti, Anna Scalfi e Alfredo Jaar, alle performance di Jeremy Deller (7-8-9 dicembre), Lin Yilin (21 marzo), il gruppo OHT - Office For A Human Theatre (12-14 aprile). Catalogo Quodlibet in otto volumi.

Federico Castelli Gattinara, da Il Giornale dell'Arte numero 392, dicembre 2018


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