La seconda giovinezza di Candida Höfer

L’artista tedesca è vincitrice del Premio Käthe Kollwitz 2024 e in questi giorni inaugura una mostra al Macao Museum of Art

Candida Höfer. Foto © Ralph Müller. Cortesia Akademie der Künste-Adk di Berlino, 2023
Francesca Petretto |  | Berlino

La grande Scuola di Fotografia di Düsseldorf, fondata da Bernd e Hilla Becher alla fine degli anni Settanta presso l’Accademia d’Arte della città renana (dove Bernd tenne la cattedra di Fotografia dal 1976 al 1996), è stata fucina di talenti e ha formato importanti nomi dell’attuale scena artistica fotografica internazionale. Sotto la guida del duo Bernd & Hilla, pionieri della fotografia concettuale tedesca ed eredi dei grandi maestri della Neue Sachlichkeit, capace di trasformare degli anonimi edifici storici industriali in avvincenti sculture fotografiche nello spazio, si sono formati negli anni artisti del calibro di Laurenz Berges, Boris Becker, Volker Döhne, Elger Esser, Claudia Fährenkemper, Bernhard Fuchs, Claus Goedicke, Andreas Gursky, Candida Höfer, Axel Hütte, Simone Nieweg, Tata Ronkholz, Thomas Ruff, Jörg Sasse, Thomas Struth e Petra Wunderlich.

E se negli ultimi tempi si è parlato quasi esclusivamente di Gursky, «il più quotato al mondo» (il suo «Rhein II» è stato venduto da Christie’s per 4.338.500 dollari battendo il precedente primato di «99 Cent II Diptychon»), per il suo diretto coinvolgimento nel processo di fondazione dell’Istituto Tedesco per la Fotografia a Düsseldorf «città della fotografia», sembra che sia finalmente giunto il tempo di celebrare il mite genio di Candida Höfer, 80 anni portati bene, ospite di importanti collezioni internazionali e appena incoronata vincitrice del Premio Käthe Kollwitz 2024, dotato di 12mila euro.
«Komische Oper Berlin, VII, 2022», di Candida Höfer. © Candida Höfer/VG Bild-Kunst, Bonn 2023. Cortesia Akademie der Künste-Adk di Berlino, 2023
Classe 1944, brandeburghese di nascita e coloniese d’adozione, Höfer vive la sua seconda giovinezza d’artista entrando a pieno merito nell’Olimpo dei più grandi dell’ottava arte al fianco di molte altre connazionali (una bella anomalia al femminile, tutta tedesca) come Hilla Becher, Aenne Biermann, Ilse Bing, Marianne Breslauer, Gisèle Freund, Lotte Jacobi, Germaine Krull, Katharina Sieverding, Grete Stern e Gerda Taro, per citare solo alcune fra le più note. Proprio in questi giorni apre al Macao Museum of Art la monografica «Candida Höfer: Epic Gaze» con 60 suoi lavori, dai più rappresentativi degli ultimi vent’anni ad alcuni più recenti, citando la presentazione ufficiale della mostra: «[capaci di ispirare] il pubblico a riflettere su come i suoi spazi continuino a plasmare e influenzare la memoria collettiva delle generazioni future attraverso la presentazione di diversi tipi di architettura culturale in epoche diverse». La mostra s’inserisce in una lunga serie di recenti antologiche in giro per il mondo (Germania, Spagna, Stati Uniti, Cina), di partecipazioni a rassegne del calibro di Documenta e della Biennale di Venezia e di premi come il Cologne Fine Art Prize 2015, l’«Outstanding Contribution to Photography» ai Sony World Photography Awards 2018 e l’«Homage» della Fondazione Konrad Adenauer nel 2020.
«Biblioteca dei Girolamini Napoli I, 2009», di Candida Höfer. © Candida Höfer/VG Bild-Kunst, Bonn 2023. Cortesia Akademie der Künste-Adk di Berlino, 2023
Ora, due anni dopo l’americana Nan Goldin, l’Akademie der Künste-AdK di Berlino conferisce ancora una volta a un’artista fotografa il prestigioso premio che prende il nome proprio da colei che è universalmente riconosciuta (per quanto non sia la prima in ordine cronologico) la capostipite dell’arte tedesca al femminile, la beniamina di casa Käthe Kollwitz, come Höfer di origini prussiane e con una casa a Colonia. La giuria del Premio, quest’anno composta da Karin Sander, Hito Steyerl (che lo vinse nel 2019) e Siegfried Zielinski, «colpita dai molti anni di servizio di Candida Höfer e dalla sua capacità di usare le sue immagini per dirigere lo sguardo dello spettatore verso gli spazi culturali che ci circondano», l’ha prescelta perché in grado di conferire a questi «una grande qualità, quasi spirituale, grazie alla precisione dell’inquadratura e alle informazioni dettagliate, rafforzate dalla presenza-assenza, in essi, delle persone». La stessa Höfer descrive le sue opere non come fotografie di architetture, ma come «ritratti di spazi»; in essi la mancanza delle persone ha un effetto magico, spirituale, che travalica le linee spaziali allargandosi al panorama universale.

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