La scultura è una gaia scienza

La missione di pace dell’ex soldato Pamela Diamante continua nella galleria Gilda Lavia, dove l’artista dà voce a piante e minerali

Pamela Diamante
Franco Fanelli |  | Roma

Il mondo può essere esplorato in superficie, come fa il turista, e in profondità, come preferisce il viaggiatore: con quest’ultima Pamela Diamante si è misurata giovanissima, quando a 17 anni decise di arruolarsi nell’Esercito «per vedere un po’ di mondo» e ciò che c’era oltre i confini di Bari, la città dov’è nata nel 1985. Nelle missioni di pace in Bosnia-Erzegovina e nel Kosovo ha compreso presto che il mondo può essere conosciuto soltanto attraverso la profondità e la complessità.

E durante i cinque anni di arruolamento si è avvicinata all’arte: «Quando non ero in missione ero in caserma a Siena. Nel tempo libero ho cominciato a visitare le classiche mostre che possono piacere a una ragazza con la passione dell’arte, attratta da Dalí e da Warhol. E poi leggevo molto, soprattutto testi di filosofia e di sociologia. Congedatami dall’Esercito e conseguita una certa indipendenza economica, mi sono iscritta all’Accademia di Belle Arti di Bari al corso di scultura».

Utilissima per avvicinarsi al linguaggio dell’arte contemporanea si è rivelata l’esperienza come assistente curatoriale al fianco di artisti come Kounellis, Nagasawa, Arena, Carsten Nicolai e Lázaro Saavedra. E così la missilista controcarri del 186mo Reggimento paracadutisti Folgore a Siena, il caporal maggiore Pamela Diamante, ha continuato a vedere il mondo anche lasciata la divisa.

«Nel 2017 ho vinto una residenza a Teheran, e se il Covid non avesse bloccato tutto ero pronta per un progetto in Congo». Ma se il viaggiatore sonda la profondità più della superficie, è possibile continuare il viaggio anche nell’immobilità fisica. «Da tempo ho intrapreso una ricerca sul potere autorappresentativo della natura», spiega l’artista.

I suoi «Appunti» portano alla luce, nello studio della sedimentazione di una pietra, disegni che la traducono in spettrogrammi dai quali «è possibile ricavare il suono del minerale». Dare voce alla natura è quanto Pamela Diamante si è prefissata con «async», titolo della mostra e dell’opera più recente concepita per la sua personale aperta sino a metà giugno alla galleria Gilda Lavia di Roma.

In «async» una tenda introduce a un corridoio ottagonale al termine del quale alcune piante sono collegate a sensori che «ne captano i campi di potenza, quindi il flusso di vita, che, tradotti in frequenze, diventano suoni» in una composizione musicale cui ha collaborato il compositore Marco Malasomma. «Asincrono, continua Pamela Diamante, è il nostro rapporto con la natura, sempre molto antropocentrico». In questa installazione («opera ibrida, uno spazio “altro” in cui sia possibile riattivare l’emozione dello spettatore, strappandolo al “presente assolutistico” cui ci ha confinati la pandemia») e in tutta la mostra romana l’artista barese utilizza l’ampia gamma di mezzi espressivi che caratterizzano il suo lavoro. 

Il viaggiatore è colui che nella sua esplorazione riesce a connettere presente e passato, immagine e suo archetipo. Il presente, caratterizzato dalla sospensione di molte nostre abitudini e consuetudini, in questa mostra torna con «5’ per indurre un’assenza», un video «in cui io stessa provo a indurmi un’assenza epilettica, una tipologia di epilessia priva di convulsioni in cui, per pochi istanti, si varca una nuova realtà percettiva che nessuno sa spiegare; l’azione è un fallimento poetico, un puro gesto estetico, poiché non essendo un soggetto con tale patologia, non mi resta che accettare il mio destino e rimanere imprigionata nella realtà».

Ma Pamela Diamante riconnette passato geologico e storia in una serie come «Fenomenologia del sublime», nata dalla percezione della capacità della natura di rappresentare al suo interno ciò che esiste nel mondo esterno. Immagini fotografiche raccolte dal continuo flusso iconografico che caratterizza i nostri tempi sono accostate, in composizioni a parete, a minerali, spesso pietra paesina.

Poi il lavoro si amplia: una pietra che ha la colorazione dell’aurora è abbinata al celebre brano di Nietzsche («ci sono tante aurore che non hanno ancora brillato»). «Mi attrae l’idea dell’aurora come eterno ritorno, come ripetizione in cui c’è sempre qualcosa di differente». La nuova missione dell’ex soldato Pamela Diamante è ora battersi contro «l’assenza di stupore nei confronti della realtà cui ci hanno condannato il senso di incertezza nel futuro e l’assuefazione data dal continuo bombardamento di informazioni». 

Chissà, allora, che la formula magica per l’uscita dal tunnel non si racchiuda nel ricorso alla «gaia scienza» di Nietzsche, nei misteriosi alfabeti minerali consultati da Roger Caillois o nelle parole arcane della «Preghiera alla pietra» del poeta Vladimir Holan.

© Riproduzione riservata L’opera «async» di Pamela Diamante
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